Alla finestra

Trascorre molto tempo a osservare sempre i soliti particolari al di là della finestra. Il palazzo bianco a cinque piani ad angolo su quella strada che vi sparisce dietro, così squadrato in ogni suo aspetto, dalle rifiniture alle finestre di legno bianco tipicamente nordiche. Ogni finestra un piccolo mondo i cui abitanti scandiscono i tempi con gesti ripetuti e abituali. Il negozio di lavanderia a livello strada ricorda più una boutique d’alta moda per le insegne eleganti, complice la lingua del posto che fa sembrare tutto più serio, anche un semplice “lava e asciuga”. Il grande peluche di Tigro da una delle vetrine sembra sempre osservarlo di rimando, come a chiedere cosa stiano facendo entrambi, a quelle due finestre contrapposte. La pensilina in vetro della fermata dell’autobus una notte deve aver deciso per un colpo di testa e si è fatta tatuare da qualche artista di passaggio. Lui la preferiva prima, pulita, trasparente, ma non la giudica per questo. Ha imparato anche a non giudicare una giornata dal primo sguardo oltre i vetri. Il sole che spesso dilaga sui palazzi di fronte è così veloce a sparire per lasciar posto a ombra e pioggia e poi tornare che ormai non ci fa più caso, proprio come chi in questo posto ci è nato e non conosce le miti e continue giornate assolate della terra da cui lui proviene. Osserva distratto i passanti, riflettendo senza pensare, concetti che attraversano la sua testa come treni veloci in stazioni di provincia. Non così rapidi da non poterne scorgere i dettagli, ma troppo veloci per poterli afferrare. E si immagina lì, seduto ad una delle panchine di marmo di quella vecchia stazione, guardare i convogli passare con un misto di rabbia e rassegnazione, intimamente convinto che prima o poi dovranno ripassare e forse, una di quelle volte, avrà avuto la voglia di comprare il biglietto. Nel frattempo, apre il computer che sta sempre sulla finestra, pensando che poche righe sono meglio di nulla.

19 Comments

  1. ciao. per il poco tempo della lettura mi hai fatto tornare ad affacciare alla finestra del mio monolocale di Stuttgart durante un weekend: le sensazioni erano le stesse e gli stati d’animo anche; l’unica differenza vagoni gialli del metrò leggero che aveva la fermata proprio sotto casa e scandiva il tempo, passando ogni cinque minuti, in una direzione o nell’altra, esattamente undici piani di sotto.

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    1. Sensazioni simili… qui il tempo sembra scandirlo il vento che difficilmente smette di soffiare. Certo è un trascorrere del tempo più liquido e mutevole. In questi giorni di post-covid (poi ne parlerò) ho avuto spesso il piacere di ascoltarlo risuonare tra i palazzi.

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      1. 🙂

        il mio tempo domenicale, in un silenzio surreale dal punto di vista italiano, era scandito dal rumore delle foglie secche smosse dal vento, che arrivava su fino all’undicesimo piano, tra un passaggio del metrò e l’altro.
        non so se sia così anche in Danimarca; io ho scoperto a mie spese l’esistenza del rito tedesco inviolabile della Sonntagsruhe, il riposo (ma anche il silenzio) della domenica, una volta che, appena arrivato, ho provato a piantare un chiodo nel muro nel giorno proibito… ahahha

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        1. Forse non è così sacrale il riposo domenicale, ma di certo molti negozi hanno orari di apertura molto ridotti rispetto ai nostri. Non è strano trovare negozi chiusi la domenica pomeriggio perfino sulla Stroget, la via pedonale dello shopping.

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  2. Dalla finestra dell’ospedale quando mi operarono la prima volta… guardavo la vita sulla strada… con la speranza di poter di nuovo partecipare alla vita.
    In quell’ospedale lavorai e… aiutai il chirurgo a operare. Mai avevo pensato come il ricoverato era un “recluso”.
    Buona serata.
    Quarc

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