Senza Tempo

Devo scriverlo.
Perché non posso pensare che tutto ciò che sta succedendo vada perso.
Anche se è probabile che nessuno leggerà queste parole, io le scrivo lo stesso.
Le scrivo per me. Le scrivo per passare il tempo.
Tempo.
Incredibile come abbiamo sempre data per scontata questa legge.
O questa divinità. Cronos, che ha generato tutti gli dei, il tempo che non si ferma mai. È relativo, è lento, è veloce, guarisce le ferite, ripara i torti, scorre veloce quando lo vogliamo rallentare e cammina con i piedi di piombo quando vorremmo che volasse. Ma non si ferma. Mai.
Mai?
Sbagliato.
Perché lo ha fatto.
Da quanto tempo?
E chi lo sa?
Scrivo anche se non sono mai stato bravo con le parole, fatico a esprimere sensazioni e sentimenti. Tanto più ora che le dita reggono a stento la penna e lo sforzo di scrivere a mano dopo una vita di tastiere mi costringe a pensare ogni parola prima di scriverla.
Spiegare la sensazione provata in quelle prime ore è al di là delle mie capacità. Sbigottimento. Paura, rifiuto forse.
Dopo, è stata solo accettazione.

È notte quando succede da noi. All’inizio non ci ho fatto caso. Non ho nemmeno acceso la luce, mi è bastato dare un’occhiata alla radiosveglia per capire che era ancora notte fonda e per provare quella leggera sensazione di piacere, nonostante il motivo del risveglio non previsto, nel sapere che avevo la possibilità di rimettermi a dormire potendo contare su almeno altre quattro ore buone di sonno.
E così faccio.
La seconda volta in cui ho riaperto gli occhi non è stato per un bisogno impellente o per qualche rumore molesto. Semplicemente il mio corpo non aveva più bisogno di dormire.
Ma era ancora buio. Doveva essere ancora presto.
Le due e ventidue?
Devo massaggiare gli occhi cercando di far sparire quella sfocatura da risveglio che gli anni mi hanno regalato e che appena sollevo le palpebre mi impedisce di mettere bene a fuoco.
Mi convinco di non aver preso un abbaglio. I tre numeri 2 fanno la loro bella figura sull’antiquato display dell’apparecchio. E’ la stessa ora in cui mi sono svegliato la prima volta per andare in bagno. Ci ragiono su mentre aspetto che l’ultimo due lasci il posto al numero successivo. Ma non succede. Possibile che un solo minuto sia così lento a passare? Inizio a contare nel modo in cui ho sentito parlare tempo addietro. Per dare la giusta velocità ai secondi, si deve aggiungere un mille davanti.
Milleuno
Milledue
Milletre
E via così. Quando però arrivo a milletrentadue una certa ansia inizia a farsi strada. Dev’essere la sveglia che non funziona, penso mentre continuo a recitare la nenia numerica. Al Millesessanta sono convinto. Si è rotta, incantata. Oppure sto facendo uno di quei sogni talmente reali da confondersi con la realtà.
Mi decido ad alzarmi a sedere, se è un sogno è il più reale che abbia mai fatto. Accendo la luce sul comodino. Anna mugugna qualcosa prima di voltarsi verso di me e chiedere se è già ora di svegliarsi.
Prima di rispondere afferro il cellulare, lo stacco dalla carica e guardo l’ora sullo schermo.
Cristo.
Le 2 e 22.
Come la sveglia.
Anna domanda che succede, ha intuito che qualcosa non va. Mi chiede ancora che ore sono.
Bella domanda, le rispondo. Poi le chiedo che ore fa il suo cellulare ma non attendo una risposta che in quel momento non ho la pazienza di aspettare.
Mi allungo sopra di lei per raggiungere il suo IPhone e sbloccarne lo schermo.
Le due e ventidue, dico infine con un sospiro. Da un bel pezzo, aggiungo.

Appurato che non stavo sognando, che non stavamo sognando, io e Anna lasciamo il letto e controlliamo tutti gli orologi della casa. Segnavano tutti la stessa ora, con quel poco fisiologico scarto che hanno sempre avuto, ma tutti fermi su quella maledetta ora. Il problema è che noi eravamo svegli da parecchio ormai. Svegli, riposati, come se avessimo dormito molto più delle solite cinque, sei ore a cui si era abituati. Ci siamo lavati, vestiti, abbiamo perfino mangiato qualcosa, forse più per esorcizzare la cosa che per vera e propria fame. Insomma abbiamo aspettato che il sole facesse capolino da dietro l’orizzonte.
Niente. La notte non dava segno di andarsene. La televisione non trasmetteva nulla, i cellulari e i computer erano bloccati o non si avviavano. Dalla campagna attorno alla casa arrivava solo silenzio. Sembrava che tutti gli animali notturni avessero smesso la loro natura e si fossero addormentati. Perfino dalla strada non si sentivano gli abituali ronzii di mezzi nottambuli.
Nulla stava realmente andando come al solito. L’ora sui cellulari non cambiava. Le lancette degli orologi restavano immobili. Il buio non scivolava via.
Anna continuava a chiedermi come fosse possibile, come se io avessi avuto una risposta.
Sembra che il tempo si sia fermato, le risposi, pur sapendo che non era possibile.
Ma era successo.

Abbiamo deciso di muoverci perché in casa era inutile restare. Non cambiava nulla. Erano passate ore. Molte ore forse, a giudicare dalla fame. Sì, perché l’unico modo…

…la storia continua, ma non qui. La trovate come racconto inedito nel terzo volume di racconti da oggi disponibile su Amazon.

Questo il link.

Questa la copertina.

Le mie pubblicazioni:

Heideen [Romanzo, Green Fantasy]

Lemniscatus, la catena dell’odio. [Romanzo, Giallo]

Racconti, Volume I [Antologia di racconti, vario genere]

Racconti, Volume II [Antologia di racconti, vario genere]

Racconti, Volume III [Antologia di racconti, vario genere]

Moses [Romanzo, Fantascienza, Giallo]

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