#176 – Parole, colori.

Preferiva di gran lunga il suo mondo fantastico a quello reale.
Ci si rifugiava ogni volta che poteva, mentre parlava con qualcuno e la voce dell’altro diventava solo un viatico per la sua fantasia. O prima di addormentarsi, quando il sonno non voleva fargli compagnia e allora bastava iniziare a immaginare una storia per lasciar sprofondare la mente e il corpo nel riposo. Più spesso, il doversi spostare da un punto all’altro della realtà diventava un viaggio nel tempo e nella mente oltre che nello spazio, anche grazie alla colonna sonora che aveva negli anni codificato per il suo personale universo, di volta in volta sottofondo coadiuvante o protagonista assoluta.
Vedeva il mondo come un insieme di parole, scritte o stampate su carta, ma anche digitate su un video. Per ogni immagine che lo colpiva particolarmente subito ne immaginava la forma scritta, raccontata, recitata dalla voce che avrebbe voluto avere.
Così poteva capitargli che un bacio rubato a due amanti sorpresi sul ciglio della strada, che quelle auto con il motore ancora acceso e dalle portiere rimaste aperte per la fretta, che quella pioggia sottile che non voleva smettere di cadere e di ogni cosa impossessarsi, che tutto ciò diventasse il pretesto per immaginarne la storia, fatta di lontananza forzata o di appuntamenti furtivi, di tutto un mondo intorno che lui  aveva fatto vivere solo per poter avere il pretesto di arrivare a quel punto, a quel bacio così appassionato e così vero.
Oppure gli bastava osservare la meraviglia di una volpe che quasi fluttuando attraversava una strada di campagna per poi perdersi. E lui a seguirla e a ricostruirne la storia, la vita trascorsa in un perenne fuggire e cacciare per sopravvivere, per poi allargare il racconto a una comunità isolata in un bosco, fino all’illuminazione di un finale imprevedibile e al tortuoso modo di arrivare a svelarlo.
Ma molte di quelle forme grafiche che messe una dopo l’altra hanno il potere di evocare interi mondi, molte di quelle parole, non le aveva mai scritte. Perché le vedeva chiaramente galleggiare dentro sé ma non ne trovava mai la giusta sostanza per farle uscire. Così l’immagine che più lo aveva colpito rimaneva impressa solo in forma di colori nella sua mente.
Il grigio chiaro del muro di cinta sgretolato appena dal tempo.
L’altro grigio, quello scuro dell’asfalto che in quel momento stava percorrendo veloce, ma non abbastanza da non vedere.
Il marrone del legno del portone.
Il verde e l’oro delle colline oltre la strada.
Il bianco e il blu del cielo.
I colori neutri, incolori, dei due nonni appena fuori dal portone, come a fare da cornice protettiva e da sostegno alla debole bambina dal vestito arancione, dal foulard giallo a ricoprire la testa ormai priva di quei capelli che sapeva sarebbero stati chiari.
La sua pelle rosa pallido, i grandi occhi chiari e il bianco abbagliante del sorriso nello scoprire la meraviglia di quella giornata di sole.
E infine, il rosso dell’amore di cui i due anziani erano pervasi e il nero.
Il nero vuoto e assoluto che lo colse nel memorizzare quel fotogramma di una vita che sapeva non sarebbe potuta durare ancora per molto.

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