#165 – Lo sfogo

Il vecchio riempie ancora i bicchieri. Ancora e ancora.
C’è una qualche magia nell’aria che fa in modo che essi si svuotino più in fretta del dovuto. Forse è il profumo dell’erba di montagna, forse il sole che non si decide a scendere tra le vette rocciose, forse lo scampanio delle mucche al pascolo non molto lontane da lì.
Il fiasco di vino non dà ancora segno di arrivare a svuotarsi ma la mano del giovane interrompe la mescita. “Devo guidare.”
“E perché? Potete dormire qui.”
“No.” Risponde il giovane capovolgendo il bicchiere in modo da dare più forza alla sua affermazione.
Il vecchio non replica, si limita a riempire solo il suo bicchiere. Poco lontano una voce femminile chiama. Il nome del marito, il nome dei figli. Due bambini corrono davanti ai due uomini seduti alla rustica tavola di legno sul prato davanti alla baita. Il primo scappa dal secondo che lo insegue imbracciando un fucile giocattolo e sparando con la bocca, perché le batterie si sono esaurite poco prima.
Il loro padre si alza dalla panca, stira le braccia e inarca la schiena sbadigliando.
Il padre del loro padre svuota quello che dovrebbe essere l’ultimo bicchiere del pomeriggio e continuando a osservare i nipoti che si allontanano, domanda: “Perché le armi?”
“Cosa?” Chiede a sua volta il figlio. “Quali armi?”
Il nonno indica in direzione dei bambini che ora giocano alla lotta, come i supereroi della televisione. I fucili giocattolo usati ora come spade o clave.
Il padre sorride mentre si sistema la camicia nei pantaloni. “Ma dai, sono giocattoli.”
“Armi giocattolo.”
“E allora? Anche tu me le compravi. Non ti ricordi più?”
Il vecchio si ricorda benissimo, ma preferirebbe di no. “E’ sbagliato.”
“Uff, papà, sai quante cose sbagliate ci sono…”
“Una sola, in realtà.”
“Senti,” lo interrompe il figlio chinandosi abbastanza da spostargli il bicchiere. “Mi sa che con questo per oggi sei a posto, ok? Ora lo dico a mamma.”
Il nonno sorride, annuisce. “Guardati intorno per favore, dimmi, cosa vedi di sbagliato?”
L’uomo più giovane sbuffa e sospira, sa che se non lo accontenta sarà più difficile andarsene in fretta. Si raddrizza e con un ampio e teatrale gesto osserva tutto intorno facendo un giro su se stesso.”Non vedo nulla che non va, pa’. Siamo in montagna, il panorama è meraviglioso, l’aria è buona, fa caldo, ci sono anche le mucche. Ok? Tutto a posto. Anzi no, lo vedi dov’è il sole? É troppo basso. Devo partire.”
“Noi. Noi siamo quello che non va.” Continua il vecchio come se non avesse sentito una parola. “Noi. Io, te, i tuoi figli, tua moglie, tua madre, tutti i maledetti abitanti di questa montagna, tutta la maledetta Umanità.” Sentenzia con calma, misurando le parole, come se fosse un pensiero ormai acquisito da tempo.
Proprio l’insolita calma dell’anziano padre convince il figlio a tornare a sedersi. “Papà, tutto bene? ”
“Gli uomini sono cattivi, figlio mio, cattivi. Non meriterebbero di vivere su questo mondo.”
“Non puoi pensarlo davvero.”
“E perché no?”
“Facevi il medico. Hai passato la vita ad aiutare altri uomini.”
“Inutilmente. Quelli che ho salvato avranno trovato un modo diverso di ammazzarsi. Fumo, stress, alcool, cibo spazzatura, droga, abuso di medicinali, tecnologia. Gliene togli uno e loro abusano dell’altro. Perché la natura umana è l’auto-distruzione. Niente altro. Esplorazione, conoscenza, filosofia, tutto punta solo a una cosa, l’auto-distruzione. Ci uccidiamo dalla notte dei tempi. Lo facessimo per mangiarci, capirei, ma no, per quello abbiamo gli animali, mangiamo loro. E non li mangiamo e basta, li torturiamo, li seviziamo, li consideriamo meno importanti di un cazzo di cellulare. Perché per un cellulare siamo perfino capaci di uccidere una persona, o per una macchina, per pochi soldi o anche solo per uno sguardo dato male. Siamo o non siamo votati all’estinzione? Ci facciamo la guerra, ci odiamo perché siamo di colore diverso, perché parliamo lingue diverse, perché crediamo in divinità diverse, perfino perché uno ce l’ha più piccolo dell’altro! E cosa insegniamo ai nostri bambini? A coltivare, a far crescere il cibo? A raccogliere la frutta o ad amare il loro fratello? No cazzo. Gli mettiamo in mano una merda di fucile giocattolo e gli diciamo di sparare al fratellino o alla sorellina. Ma si può essere più coglioni? Poi ci lamentiamo se nel mondo c’è la guerra. Cristo santo siamo noi la guerra. Combattiamo tutti i giorni con il vicino di casa per il parcheggio, per il colore delle finestre o per la merda del suo cane, facciamo battaglie con il datore di lavoro o con il dipendente per lavorare di meno o di più, intessiamo faide surreali con chiunque solo per avere ragione a un incrocio o per comprare prima un inutile prodotto che non ci serve solo perché sopra c’è scritto che è in saldo. Poi torniamo a casa incazzati e facciamo la guerra con la moglie stronza o il marito puttaniere, regaliamo ai figli giochi elettronici dove imparano a massacrare gente solo per il gusto di vedere sangue che schizza sui muri e come ciliegina sulla torta commentiamo i telegiornali come se avessimo tutte le risposte e ci domandiamo come mai ci sono sbroccati che si fanno saltare in aria in nome di non si sa cosa ammazzando un sacco di gente. Come mai, cazzo, come mai… Perché siamo una razza di deficienti, ecco perché, l’UMANITÀ è in guerra perenne contro se stessa e per vincere deve eliminare l’umanità. Beh cazzo, ci riesce benissimo… ”
L’uomo più giovane è ormai all’auto quando suo padre smette di parlare. Il sole è per metà nascosto da una delle vette più alte e l’ombra della montagna corre veloce verso valle.
“Ma’, non potete più restare qui da soli. Pa’ sta peggiorando.” Dice alla madre mentre aiuta i figli a sistemarsi sui sedili posteriori.
Pochi minuti dopo la grossa auto è già lontana, incanalata nel traffico del rientro, mentre due piccoli fucili giocattolo giacciono inermi nella legnaia della baita.

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