#150 – Una serata perfetta

Eppure non ci voleva molto perché la serata fosse perfetta.
Luglio. Moglie e figli in vacanza. Tv a comando vocale a completa e indiscussa disposizione. Milioni di canali in tutte le lingue del mondo. Frigo pieno di birre e dispensa zeppa di cibo spazzatura che aspetta solo di essere, in egual misura, sia ingurgitato che sbriciolato sul divano. Ventilatore oscillante posizionato in sito strategico e settato alla massima velocità.
Ugo prende possesso della poltrona più comoda della casa senza dover prima scacciare il cane, anche lui in vacanza a centinaia di chilometri di distanza. Troppo bello per essere vero.
E infatti qualcosa a turbare la perfezione del momento c’è.
La classica piccola zanzara.
Che è rimasta lì, appollaiata in un angolino, occultata come un cecchino, ricacciando i morsi della fame in attesa della preda perfetta, studiando le trappole posizionate dai suoi acerrimi nemici, i ragni. Ha trascorso la giornata scansionando la zona di caccia più e più volte e quando la preda ha finalmente fatto la sua comparsa, ha aspettato il momento migliore per dare inizio all’attacco. Decolla silenziosamente lasciandosi cadere dal soffitto e optando per un volo a planare lento e circolare sopra l’obiettivo. Avvicinandosi all’uomo individua il punto preciso da colpire. Una zona della pelle sul collo che promette di essere morbida e succosa. L’uomo è distratto, bombardato dalle immagini della tv e anestetizzato dalla birra. Eccolo il punto di arrivo, la zanzara già pregusta il sapore del sangue, ancora pochi centimetri… una violenta folata d’aria la scosta di lato facendole perdere il controllo della planata.
Il ventilatore, maledetta invenzione degli umani, diabolica macchina disturbatrice del libero volo. L’insetto deve sbattere le ali per riprendere il controllo, rinunciando al volo occultato.
I sensori acustici dell’uomo (sì, le orecchie) rilevano il ronzio e il meccanismo di difesa automatico (un braccio) si attiva, sferzando l’aria così, senza un reale obiettivo.
Ormai l’effetto sorpresa è saltato. Il piccolo Stuka biologico riprende quota e tenendo conto del ciclo di oscillazione del ventilatore reimposta la strategia di attacco. Il collo non è più l’obiettivo primario, troppo esposto alle perturbazioni e troppo vicino all’apparato uditivo della vittima.
Piano B.
Polpaccio.

Poteva essere una serata perfetta. Non fosse per quella maledetta unica zanzara che lo tormenta. Ugo finge di seguire il programma, immobile e apparentemente inerme. In realtà tutti i cinque sensi si sono allertati allo scopo di individuare ed eliminare il nemico. Non l’ha sentita arrivare e non capisce nemmeno come sia potuta sopravvivere a tutte le spirali alla citronella e all’antizanzare elettrico. Deve essere uno di quei mosquito di ultima generazione, quelli di cui ha letto su facebook. Il post era chiaro, le multinazionali degli insetticidi hanno potenziato una nuova generazione di insetti resistenti ai loro veleni, per produrne così di nuovi e indurre i consumatori a comprarli. Ma lui non lo fanno fesso, lui crede nella tradizione. I nuovi insetti super-resistenti dovranno vedersela con le sue mani, o tuttalpiù con la suola delle sue ciabatte.
Per cui ora Ugo è in attesa. Senza muoversi troppo silenzia il televisore. Eccola, la sente arrivare, lontana, circospetta, si avvicina e si allontana, come a studiare la traiettoria migliore per colpire. Ma non lo coglierà di sorpresa.
Di nuovo il ronzio, lo sente scendere verso il basso e sparire. Si sporge in avanti, molto lentamente, trovata, si è posata sul polpaccio. Il braccio scatta, la mano schiaffeggia la gamba con violenza provocando un secco schiocco.

Appena in tempo. Giusto quello per inserire la proboscide e fare qualche sorso. Sapeva che la mano dell’uomo sarebbe arrivata ancora prima che lui iniziasse a muoverla. Rinvigorita da quel veloce aperitivo la zanzara è ora al massimo delle sue potenzialità offensive e difensive.

Inizia la danza.
L’uomo abbandona ogni attività ludica e si pone in modalità caccia.
La zanzara si trasforma in una specie di rivoluzionario cubano adottando tecniche di guerriglia. Attacco. Fuga. Attacco. Fuga.
L’uomo recupera da un cassetto l’artiglieria pesante. Schiacciamosche made in China, racchette elettriche comprate in offerta al discount, lampade led aspiranti a batteria potenziata da piazzare ai quattro angoli della stanza. Dimenticandosi poi di essere sovrappeso e a rischio infarto, inizia a volteggiare e roteare saltando da un divano a una poltrona, scivolando sulle piastrelle in cotto come un Roberto Bolle pervaso da una chiamata divina.
La zanzara dal canto suo utilizza tutta la sua capacità di offesa verso la preda che tenta invano di intercettarla. Un gigante goffo e lento che nulla può contro dimensioni minute e innata agilità. Non ci vuole molto perché il mastodonte umano crolli pesantemente sul divano, ansimante.

Eccolo lì, pensa la zanzara, sconfitto e umiliato, sarebbe così facile ora dargli il colpo di grazia, una puntura precisa e fastidiosa su un lobo dell’orecchio. Non tanto per l’ultima goccia di sangue di cui ormai è sazia, ma giusto per sancire la vittoria e mettere in chiaro chi comanda.
Ma no, decide di essere magnanima. Si ritira in buon ordine nel suo angolo tranquillo. Fino al prossimo richiamo della fame.

Eccola là, quella maledetta, pensa Ugo. Tronfia e gonfia del sangue che gli ha succhiato, appesa al soffitto a farsi beffe di lui. Senza nessuna convinzione le lancia contro una ciabatta, così, più per stizza che per altro. La ciabatta rotea in una parabola che la fa colpire il soffitto e ricadere floscia dietro la televisione, lasciando sul soffitto i resti della zanzara in una macchia di sangue.
È finita. Ora è di nuovo pace.
Ugo riprende possesso del telecomando, della bottiglia di birra miracolosamente scampata alla battaglia e della sua poltrona preferita. Non fosse per il fastidio delle punture sparse per il corpo sarebbe di nuovo una serata perfetta.
A parte la macchia sul muro, naturalmente.
Non può fare a meno di sollevare lo sguardo, proprio sopra il televisore. Impossibile ignorarla, concentrarsi su altro, nemmeno 22 uomini in pantaloncini che prendono a calci un pallone riescono nell’intento.
Perché c’è qualcosa che lo disturba in quella macchia. E non è il fatto che sia composta da ciò che era un essere vivente e dal suo sangue. E’ la sua forma. Ugo si convince che ci sia qualcosa di strano nella apparentemente casuale forma della macchia.
Decide quindi di alzarsi e dare un’occhiata più da vicino.

La porta devono forzarla per riuscire ad entrare, visto che è chiusa dal chiavistello interno. La moglie è la prima a entrare, preoccupata per il prolungato silenzio del marito. Lo trovano lì dove è rimasto nei due giorni precedenti, a terra, in una posa scomposta, tra i pezzi della televisione e del tavolino schiacciati dal peso dell’uomo. Vicino, una sedia della cucina riversa con una gamba delle quattro spezzata.
Nessuno fa caso alla macchia sul soffitto ormai scura e secca. Nessuno si avvicina per controllarne la strana forma che ricorda vagamente qualcosa.

Lo facessero, si prendessero la briga di guardarla, noterebbero che il sangue di Ugo e i resti della zanzara sono lì a formare una parola, piccola ma inequivocabile.
Crepa.

20 Comments

  1. Per risolvere il problema non servono né insetticidi né ciabatte… solo la mitica, inimitabile zanzariera, foriera (scusa la rima involontaria) di mille serate serene. Con la modica cifra di 30 euro (più o meno) e una buona mano per montarla

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  2. Forte!! Durante la battaglia, leggevo e sentivo in mente una voce accanita, tipica dei telecronisti durante una partita di calcio 😂 e poi le descrizioni delle mosse, bellissime! Ho visto anche l’immagine di Ugo! Grassoccio e pantaloni corti, ciabatte marroni e rigorosa canottiera bianca con le bretelle 😆 .

    PS. A proposito di zanzare, ultimamente di mattina hanno preso il posto della sveglia 🙈 nell’orecchio, sulla faccia: un tormento… sveglie biologiche, eheh.

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