#130 – 1980

Chissà per quale strana regola, scritta poi da chissà chi e in quale tempo remoto, l’ultimo giorno delle nostre vacanze è sempre stato quello con il clima migliore. Dopo tre settimane di tempo bello ma non eccezionale, mare pulito ma non limpido, nuvole gonfie curiose e rapide, il giorno della partenza il mare sembra di cristallo, il cielo non dà spazio a dubbi e il sole pare quasi attirato dal suo terzo satellite come se si fosse appena accorto della sua presenza, proprio come un anziano pensionato che voltando l’angolo si avvede di un nuovo cantiere.
In quell’ultimo giorno era così caldo che le auto nelle piazzole del campeggio avevano tutte i finestrini abbassati, quelle di chi restava come quelle di chi era in procinto di partire. Tra queste, una 131 Mirafiori azzurra, nuova di pacca e lucida da far paura, fatta eccezione per il portapacchi recuperato dalla vecchia Fiat 1500 che avevamo prima. Mio padre stringeva le cinghie che assicuravano la montagna di roba caricata sopra, mentre come al solito pontificava su calcio e politica con lo storico vicino di piazzola, tuo padre.
Ho sempre trovato divertente quel momento, nonostante significasse la fine delle vacanze e il rientro a casa, perché inevitabilmente le discussioni dei nostri padri mi riportavano alla mente l’eterno battibecco tra Peppone e Don Camillo. Due visioni diverse, sinistra e destra, nord e sud, Juve e Napoli. Uno spettacolo tutte le sere, al bar, con tutti gli altri campeggiatori divisi nell’una o l’altra fazione, sembrava di assistere a una commedia di Shakespeare, alla faida tra Montecchi e Capuleti. Ma con l’aggiunta di birra, grappa, cori finali e rientro ai bungalow reggendosi a vicenda.
Quella volta però il loro teatro non riusciva a vedermi come spettatore. Era altro a interessarmi, ma non le auto e le roulotte cariche di famiglie e cani e bagagli che continuavano ad arrivare per prendere il nostro posto.
Il mio interesse era per te. Per te che camminavi ondeggiando a ritmo di musica dal bungalow alla vostra auto, trasportando borse piene di non so cosa mentre quella nuova canzone in inglese che ascoltavi a ripetizione filtrava dalle sottili cuffie del tuo walkman. Quell’anno non ascoltavi altro che quel gruppo e non mi parlavi d’altro se non di quanto ne fosse figo il cantante, con quel nome che tua madre non riusciva mai a pronunciare nel modo giusto. E io allora, che  mi sono dato un’occhiata nello specchio e mi sono accorto di quanto fossi diverso da lui, ho fatto due più due e ho capito che era meglio non dirtelo quello che ho pensato dal primo giorno in cui ti ho rivista quell’estate.
Perché forse tu non lo sapevi, o forse invece sì, dall’alto dei tuoi quattordici anni, uno più di me, che non eri più la stessa dell’anno scorso e di tutti quelli che lo avevano preceduto, quanti non li ho mai contati. Come non ho mai contato i giorni passati a giocare, ridere, spingerti tra le onde e rotolarci nella sabbia. Forse avrei dovuto contarli invece, visto che quell’anno quasi non riuscivo nemmeno più a parlarti e guardarti negli occhi.
Come quando, in quel giorno di partenze, tornando suoi tuoi passi mi hai sorriso come al solito, io ho affondato lo sguardo sul fumetto dell’Uomo Ragno, sulle stesse due pagine che continuavo a rileggere distrattamente da ore.
Pochi minuti ancora, una decina, forse meno, per vederti salire sulla Opel di tuo padre e dover aspettare un altro anno per rivederti. Ci pensavo di continuo, a come dirti che non avrei voluto lasciarti andare via così. Ho fatto un sacco di prove, l’ho immaginato, l’ho scritto e mandato a memoria. C’ho provato non sai quante volte. Domani, mi dicevo ognuna di quelle volte. E poi ancora domani, c’è tempo. Poi però la sabbia nella clessidra finisce e prima di girarla bisogna aspettare. Ormai stavi per andartene. E io non ce la facevo a dirti mi piaci, sei bella, che non lo sapevo se era amore o cosa, ma ti vedevo in quel nuovo e stranissimo modo.
Ecco la voce tonante e musicale di tuo padre chiamarvi a raccolta. Il mio doveva essere sparito da qualche parte, probabilmente nel bar per un ultimo caffè prima di partire. Non volevo salutare tutti, odiavo salutare. Ormai era finita. Sarei tornato a casa, a scuola, e agli amici avrei raccontato avventure non vissute. Magari gli avrei parlato di te. Magari no. Magari preferivo tenerti per me. Mi sono alzato di scatto dalla panchina a ridosso della pineta deciso a sparire e voltandomi ti sono rovinato addosso. Perduto entrambi l’equilibrio siamo finiti a terra abbracciati, ridendo come una volta mentre gli aghi di pino rilasciavano il loro profumo. Ma le risa non sono durate molto. Scusa, ti dico, ma figurati, rispondi. Poi silenzio. Il mio silenzio, il tuo e quello di tutto il mondo che ci circonda. Tutto tace improvvisamente o per lo meno io smetto di sentire. L’unico suono che percepisco è quello pesante del tuo respiro, ne sento l’aroma profumato di menta uscire dalle tue labbra e mescolarsi al mio di respiro, corto e tremante. Vedo i tuoi occhi così vicini e così fissi nei miei che ne dovrei essere terrorizzato, e invece quello che provo è tutto il contrario. E qualunque cosa sia, mi accorgo che la provi anche tu. Basterebbe poco per dirti tutto quello che, ora lo so, tu hai già compreso. E quindi non serve. E io sono finalmente felice. Ed è bellissimo esserlo.
Però, lo sai, la felicità dura poco. Il mondo è tornato a suonare alla nostra porta, con la voce di tua madre a fare da campanello. Ci dividiamo, con le mani che sembrano faticare a staccarsi dai corpi, indugiano, prendono tempo, ma poi devono cedere.
Ci siamo rialzati, allontanati, i nostri sguardi di nuovo sciolti hanno preso altre strade, le nostre labbra che sussurrano un ciao e un ci vediamo. Ti ho guardato camminare verso l’auto e a fatica ho risposto al saluto dei tuoi con un gesto automatico. Ad ogni tuo passo avrei voluto raggiungerti se non fosse che i miei piedi si erano scavati una fossa e seppelliti dentro.
E poi quel momento, quell’attimo in cui ti sei voltata prima di salire. Quello sguardo sorridente, inequivocabile e carico di promesse, che mi ha fatto contare i giorni mancanti alle prossime vacanze.
Lo ricordo ancora quello sguardo. L’ho ricordato ogni giorno da quel giorno fino all’estate successiva, quando non ti ho visto tornare. L’ho avuto ben presente quando ho chiesto di voi a mia madre e lei ha semplicemente alzato le spalle e chiesto se per cena volevo Sofficini o Bastoncini. L’ho immaginato ogni giorno del lungo inverno successivo e cercato nella nuova e vuota estate che ne è seguita.
Poi l’ho dimenticato.
Fino ad ora, che di estati e di inverni ne sono passati a decine.
Fino ad ora, che il tuo sguardo lo rivedo in questa foto su Instagram, saltata fuori per caso in mezzo a milioni di altre foto.
Fino ad ora che il tuo sguardo è a pochi millimetri dal mio dito e basta un piccolo gesto per palesarmi a te, che stai chissà dove a chilometri di distanza.
Fino ad ora, che in un solo attimo rivivo quelle antiche sensazioni e mi domando come possa essere stata la tua vita.
Ora, che sei di nuovo così vicina anche se così lontana.
Ora, che sei tornata.
Ora, che ti lascio scivolare via un’altra volta e faccio partire una vecchia canzone dei Police, chiedendo a mio figlio se la conosce.

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