#120 – Lui racconta.

Sentiva la necessità di scrivere. In testa gli si aggrovigliavano milioni di linee di pensiero.
Non era in grado di concentrarsi a lungo su una qualsiasi attività diversa dallo scrivere. Bastava un piccolo movimento a lato del suo campo visivo, un suono fuori dall’ordinario, anche solo un odore o un profumo per farlo precipitare in una nuova storia da raccontare.
Poteva immaginare un intero romanzo in un battito di ciglia, per poi magari dimenticarlo nel giro di pochi minuti. Mal sopportava quindi i doveri quotidiani. Le telefonate, le scadenze, i piccoli e abitudinari obblighi della vita sociale. In parte li considerava un ostacolo alla sua creatività, in parte sapeva bene che molte delle sue fantasie traevano ispirazione proprio da quella quotidianità.
Si dannava del fatto di non avere tempo a sufficienza per leggere quanto desiderava, perché ogni momento dedicato alla lettura gli pareva un momento rubato alla scrittura. Vi erano però periodi in cui deliberatamente s’imponeva di non scrivere. Di non immaginare, di non amplificare ed elaborare i piccoli particolari del quotidiano. Sentiva di doversi distaccare da quell’obbligo che si era auto costruito e che gli aveva perfino impedito di metter su famiglia.
Puoi anche smettere, si diceva, hai già scritto a sufficienza.
E allora staccava la spina. Si dedicava ad altro. Considerava che, in fondo, il suo apporto alla letteratura mondiale era praticamente inesistente. Fu in uno di questi rari periodi che conobbe lei.
La sua anima gemella, la sua musa, la sua prima lettrice appassionata nonché la sua migliore critica. Pensava lei a occuparsi di tutto, amandolo nella sua stravaganza e venendo riamata da lui in tutti i modi. Diventò la protagonista della sua vita, quella reale e quella raccontata nei suoi racconti.
Lei riuscì perfino a fare in modo che venisse pubblicato e a fargli raggiungere una piccola notorietà.
E così lui continuò, a tempo pieno, a scrivere. Scrisse di tutto e di niente. Scrisse per lei e di lei.
Ma di tutte le storie che riuscì a immaginare, l’unica alla quale non poté cambiare il tragico finale fu proprio quella di lei.
E ora,
ora che le sue mani non riescono più a reggere una penna e le sue dita litigano con la tastiera,
ora che la sua vista finalmente ha appannato il mondo reale in favore dell’immaginato,
ora le sue storie le racconta a chi ha la voglia e la curiosità, o solo il tempo, di ascoltarlo.
Potete trovarlo al solito posto, seduto da solo sulla vecchia panchina scrostata vicino al laghetto delle tartarughe, circondato dai piccioni e dalle anatre che ormai gli danno del tu.
Potete avvicinarvi e chiedergli di raccontarvi qualcosa. Lui non fa distinzioni tra uomini o donne, adulti o bambini, bianchi o neri, atei o religiosi, umani o animali.
Lui vi fa cenno di sedervi, ma non preoccupatevi se domanda gentilmente di accomodarvi sul bordo della panchina. E’ per non finire addosso a lei, che gli sta accanto.
Dopodichè, vi sorride.
E racconta.

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