#71 – Una piccola grande storia d’amore

Linda la conosco da quando eravamo bambini.
A quel tempo giravo per il grande cortile del condominio con una di quelle piccole Jeep elettriche che andavi più veloce camminando, ma faceva tanto “adulto”.
La prima volta che la vidi era seduta dinanzi all’entrata della sua scala, consumava un lecca lecca, di quelli grossi e colorati che andavano tanto in quegli anni. Rimasi folgorato. Era la cosa più bella che avessi visto fino a quel momento, e vorrei far notare che non ero certo un pischellino, dall’alto dei miei sei anni. Il primo passaggio davanti a tanta meraviglia non riuscii a fermarmi, completamente inebetito. Le sfilai davanti con un’espressione idiota, incapace di effettuare quel semplice movimento del piede che mi avrebbe permesso di domare la potenza del mezzo e farlo arrestare davanti a lei. E infatti quasi andai a sbattere contro il bidone dell’immondizia condominiale. Dico quasi, perche con una manovra evasiva degna di uno di quei capolavori della cinematografia che sono i film di Fast and Furious lo evitai, attirando così la sua attenzione. Da quel momento cominciammo a conoscerci. Ogni pomeriggio dopo la scuola, il pranzo con nonna e le forche caudine dei compiti, correvo di sotto, lucidavo la scocca di plastica del fuoristrada, andavo a prenderla e lei si accomodava sul sedile accanto a me. Poi sfrecciavamo (si fa per dire) verso l’angolo del cortile più nascosto, sotto la gigantesca magnolia, e circondati da mughetti profumati passavamo il resto del pomeriggio insieme.
Fino a quando non la trovai più ad aspettarmi, né quel giorno né per gli anni successivi. L’automobilina diventò troppo piccola per riuscire a portarmi e smise di funzionare. E poi senza Linda non aveva senso usarla. Arrivarono biciclette, motorini e vere automobili. Ma nessuna era intrisa del suo profumo. Profumo di magnolia e mughetto.
Ma la vita sa togliere senza riguardi e regalare senza preavviso.
Un mese fa l’ho rivista. Tornavo a casa dall’ufficio in quella che credevo essere l’ennesima normale giornata della mia vita. Una deviazione inaspettata dal solito percorso me l’ha fatta incontrare. La riconobbi immediatamente. A differenza della prima volta, le bloccai l’auto proprio davanti.
La osservai con lo stesso sguardo meravigliato e inebetito che avevo avuto da bambino, e lei mi rispose con un sorriso che cancellò mezzo secolo in un nanosecondo.
Non era cambiata per nulla, era sempre la bellissima bambina bionda dei miei ricordi, seppur ingrigita dagli anni e appesantita dai troppi chili, accumulati comunque in maniera simmetrica ed elegante. Era sempre la bellissima Linda che avevo conosciuto a sei anni.
Ora c’incontriamo ogni settimana. Vedersi più spesso non è possibile, dobbiamo fare i conti con una vita che ha accumulato legami, affetti e altri fardelli non sempre piacevoli, ma inevitabili.
La deviazione sulla strada non c’è più da tempo, ma ogni giovedì svolto al terzo semaforo, percorro il viale del parco, la vedo in lontananza che mi aspetta.
Mi fermo, le apro la portiera sporgendomi sul lato passeggero, lei sale e le sospensioni gemono di piacere nell’accoglierla, come io gemo di gioia nel salutarla e nel dirle: “Ciao Linda, sempre venti euro per il tuo tesoruccio?”

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