Vivere, ballare, amare, morire.

Il rumore di sottofondo è quello del traffico.
Automobili, furgoni, camion e moto che non smettono mai di fluire.
La strada somiglia a un fiume che scorre senza sosta.
Io me ne sto seduto su una panchina di metallo rossa accanto a uno dei suoi affluenti, che altro non è che una strada secondaria. Perché sia qui non è importante.
Una fermata d’autobus probabilmente in disuso da tempo.
La pubblicità sulla pensilina che ha ormai perso colore e scopo.
L’erba ribelle che cerca di riprendere possesso del marciapiede infiltrandosi tra le mattonelle che un tempo erano color mattone ma che ora sono ricoperte da una patina grigia.
Si avvicina un tizio con una faccia da delinquente che mi fa dubitare del fatto che sia stata una buona idea sedermi qui, poi lo vedo guadare il torrente d’asfalto per passarmi davanti sull’altra sponda, a sguardo basso e di fretta. Evidentemente nemmeno io ispiro fiducia nel prossimo.
Bene così.
Sembra tutto grigio. L’asfalto della strada, il cielo di metà settembre che ha deciso di spazzare via l’estate, l’erba asfittica, l’edificio semi-abbandonato alle mie spalle.
Ma io non sono qui.
Sono immerso in un altro mondo. Un mondo fatto di golene, fiumi, balere, ballerini di liscio, musicisti e orchestre, gin tonic con poco ghiaccio e uomini e donne di provincia che ballano la loro vita cercando di capire se han fatto tutti i passi e i movimenti giusti o se stanno sbagliando.
Sono a bordo pista che li osservo volteggiare, sono accanto a Frank mentre cerca di capire quale espressione avesse sul volto l’Emerenzin prima di morire.
Sono qui, che faccio scivolare le ultime pagine di un libro che mi ha tirato su dalla sedia in cui stavo seduto a guardare gli altri ballare e mi ha trascinato tra le loro vite, fino al termine della musica, regalandomi un piacere inaspettato e qualche, anzi molti spunti da ricordare.
Fate un giro di danza anche voi.

Confessioni audaci di un ballerino di liscio, di Paola Cereda.

confessioni-audaci-di-un-ballerino-di-liscio

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