#66 – Il bicchiere della staffa

“Ahah sì sì, mi ricordo benissimo, estate del 2006!” Esclama Lorenzo.
Angelo annuisce vistosamente, alza al cielo l’ennesima birra e la scola in un fiato. Poi incalza l’amico che ancora se la ride mentre vecchi ricordi riaffiorano. “Ma tu sei sempre stato bravo in questo genere di cose, vero? Hai cominciato giovanissimo.”
“Modestamente.” Risponde in maniera evasiva Lorenzo, cercando di capire dove voglia arrivare Angelo.
Quest’ultimo comanda altre due birre con la richiesta che siano accompagnate da qualche stuzzichino. Si porta in avanti verso Lorenzo creando una piccola bolla di complicità nel caos della birreria. Inizia a raccontare. “C’era tensione nell’aria, per quanto ci potesse essere tensione in una classe di terza elementare. Non volava una mosca. La maestra te la ricordi? Una di quelle d’altri tempi, sempre seduta impettita dietro la sua cattedra, voi alunni immobili, mani ben in vista sul banco, bocche e muscoli impietriti. La maestra finì di controllare i compiti appena ritirati e si alzò. Parecchi brividi scorsero tra i banchi, qualcuno trattenne a stento lo stimolo di aumentare pericolosamente il tasso di umidità nei suoi pantaloncini corti. La donna si muoveva con falcate degne di un gigante in una valle di gnomi. Un attimo e te la trovasti davanti. Il tuo compagno di banco abbassò lo sguardo e cercò di diventare invisibile, con scarsissimi risultati peraltro. Lorenzo! Ti disse l’arpia travestita da educatrice. Il tuo compagno emise un sibilo e tutti i suoi muscoli si sciolsero come neve al sole, poco ci mancò che svenisse.  Tu rispondesti come se niente fosse, al solito gentilissimo, con un sorriso solare e sincero. Lei ti chiese il tema che non avevi consegnato e il tuo sorriso lasciò il posto a un’espressione mortificata. Poi, il colpo di genio.”
Lorenzo sorride rivivendo la scena e ricordandosi le esatte parole che disse alla maestra. Angelo solleva un nuovo boccale schiumoso che nel frattempo la cameriera ha portato, poi termina il racconto. “Dopo le tue parole un fremito di apprensione fece vibrare tutta la classe, alunni, banchi, lavagna, cestino della carta compreso. Ma la maestra sorrise, e ancora adesso dopo tanti anni si tramanda quell’episodio come l’unica volta in cui la Maestra Erminia Zecchini vedova Buonanno abbia sorriso in mezzo secolo di onorato insegnamento. E ti concesse una proroga.”
“Esatto!” Esclama Lorenzo soddisfatto, prima di svuotare il bicchiere e ordinarne un’altro.
Angelo ridacchia, allunga un braccio e assesta una pacca all’amico. “E fu solo l’inizio, fu solo l’inizio. Mai vista una faccia tosta come la tua Lorenzo, davvero. Quante volte sei uscito dai casini con il tuo eloquio?”
Lorenzo si lascia andare sulla panca, pensando che forse ha bevuto abbastanza per quella sera, ma forse no. “Parecchie, amico. Parecchie.”
“Ma il tuo capolavoro,  Lorenzo, il tuo capolavoro lo sai qual è stato, vero?”
“Qualcosa mi dice che adesso me lo racconterai.”
Angelo si mette comodo, una manciata di noccioline e un sorso di birra, il ghigno etilico che non accenna a scemare. Si schiarisce la voce e comincia a declamare come un attore consumato. “E’ opinione comune che l’evento più disastroso in cui la razza umana possa incappare sia un grosso meteorite che metta fine alla vita come la conosciamo. Non viene presa in considerazione l’ira funesta di alcune esponenti di femmina umana abbandonate dal compagno nel momento deputato alla promessa d’amore eterno.  Quel giorno la tua fidanzata, quasi moglie, e il suo velo a strascico di otto metri presero possesso della strada principale del paese, bloccando il traffico in entrambe le direzioni. L’unico esponente della pubblica sicurezza, il vigile urbano part-time Otello Girardi, la osservava stranito e impotente, cercando tra gli sguardi di parenti, testimoni delle nozze e invitati misti qualcuno che lo potesse aiutare a risolvere la situazione. La promessa sposa sbraitava così forte che perfino la sirena della gazzella dei Carabinieri in arrivo stentava a farsi sentire. Il prete ordinò ai chierichetti di chiudere le porte della chiesa, in modo che le ingiurie della donna non penetrassero tra le mura consacrate. Tutte le anime del paesello si radunarono attorno alla sventurata cercando ognuna di calmarla in qualche modo. Gli anziani arrivarono muniti di sedie e sgabelli piazzandosi in posizioni strategiche, a gruppetti eterogenei. Ragazzini con l’overboard sfrecciavano ovunque tra macchine bloccate e gruppi di parenti agghindati a festa, dando man forte alle ire dell’amazzone in bianco. A scanso di equivoci anche i volontari della Croce Rossa in servizio a poca distanza da lì controllarono che le apparecchiature dell’ambulanza fossero tutte pronte e funzionanti. Un drone dotato di telecamera sorvolava la zona, pilotato da uno youtuber che si trovava in zona per caso. Il tempo di due sorvoli in panoramica e il video live già totalizzava visualizzazioni da record. I proprietari dei due bar che davano sulla chiesa si fregarono le mani mentre davano fondo a tutte le scorte di magazzino cercando di soddisfare gli inaspettati clienti. La situazione sembrò virare al peggio quando la processione di un funerale pretese d’avere il diritto di passaggio proprio nell’epicentro del dramma. Improvvisamente le porte della chiesa si spalancarono, diffondendo su tutto e tutti le note dell’Ave Maria di Schubert, tuonate dal potente organo liturgico Organum III Ahlborn, ghiacciando simultaneamente tutti gli astanti. Il prete visibilmente affannato si lanciò fuori, facendosi largo tra la folla che si apriva e richiudeva al suo passaggio come le acque del Mar Rosso. Arrivò alla sposa e le porse un cellulare. Lei osservò l’apparecchio con occhi socchiusi, indecisa se accettarlo dalle mani del religioso. Alla fine lo prese, lentamente e platealmente, nell’assoluto silenzio che si era diffuso a macchia d’olio dopo l’ultima nota lanciata dall’organista. Dall’altra parte della linea c’eri tu, promesso e vacante sposo. Le parlasti, e lei come se niente fosse chiuse la chiamata e restituì il telefono al parroco, sorridendogli nervosamente. Poi disse, Padre, potremmo prorogare di una settimana?”
Angelo smette di raccontare dopo un crescendo di enfasi e teatralità che hanno lasciato Lorenzo a bocca aperta, quasi la storia appena sentita non facesse parte della sua vita ma fosse un racconto di fantasia ben architettato. I due uomini si guardano senza parlare per qualche secondo poi prorompono in una fragorosa risata. Angelo si alza e regala un altro paio di pacche sulle spalle del compagno. “Grandissimo, grandissimo. Vado a svuotare la vescica e torno, non scappare chiaro? Ne abbiamo da raccontare ancora…”
Lorenzo annuisce, ancora frastornato, con un sorriso stantio che non vuole decidersi ad andarsene e una grigia sensazione annegata dalle tante birre che cerca invano di tornare a galla. Nemmeno il tempo di trovare un attimo di concentrazione che Angelo si ripresenta con due bicchierini pieni di qualcosa che probabilmente è whiskey. Li deposita sul tavolo e questa volta si siede al suo fianco sulla panchetta della birreria, costringendolo a spostarsi verso il muro.
“Il bicchiere della staffa, amico.” Declama, prendendo il suo tra le mani e mimando un brindisi. Lorenzo pensa che se beve anche quell’ultimo goccio con molta probabilità dovrà chiamare un taxi per tornare a casa. Ma sì, ha fatto trenta, tanto vale fare trentuno. Svuota il bicchierino d’un fiato, lo sbatte con un colpo secco sul tavolo e afferma: “Basta! Chiudo.”
Angelo non ride più ora, e se Lorenzo avesse la lucidità di vederne chiaramente il volto si domanderebbe quale cattivo pensiero è arrivato a turbare l’amico. Ma poi la grigia sensazione che per tutta la serata ha cercato di farsi ascoltare finalmente riesce a emergere tra i fumi dell’alcool e a formulare la domanda. “Ma scusami,” domanda quindi Lorenzo con una voce tra il serio e il divertito, “esattamente dove ci siamo conosciuti?”
Angelo cinge con un braccio le spalle dell’uomo con cui ha riso e scherzato per tutta la sera. La sua voce ora assume una tonalità pacata, professionale, da uomo d’affari che ha fretta di concludere una trattativa per tornare poi dalla sua famiglia. “Mi hanno parlato così tanto di te che mi sembra di conoscerti da sempre, caro Lorenzo. In verità non ci siamo mai visti prima di questa sera, ma io so fare bene il mio lavoro, per cui non mi è stato difficile convincerti del contrario. E poi avevo molto materiale a disposizione su cui prepararmi. Vedi, chi mi manda ti conosce davvero molto bene.”
“Chi… chi ti manda?”
“Che importanza ha? L’importante era concludere il lavoro per cui sono stato pagato. Però accidenti, con tutto quello che ho sentito sul tuo conto, sulla tua innata capacità di cavartela sempre in ogni situazione, di ottenere sempre una proroga, altro tempo, altre occasioni, insomma ero curioso di conoscerti meglio. In fondo è una qualità che potrebbe tornare utile anche a me.”
“Non capisco.”
“Capirai. Come ti dicevo, avrei voluto passare più tempo con te, davvero, ma sai, le complicazioni del quotidiano, devo andare via prima, però voglio offrirti una possibilità. Convincimi a non ucciderti adesso. Convincimi a lasciarti altro tempo. Prometto che se ci riuscirai per questa sera te la mando buona.”
Lorenzo continua a non guardare in faccia l’uomo che gli siede accanto e che con il braccio lo trattiene come in una morsa. Come d’incanto la nebbia provocata dall’alcool è stata spazzata via dalla dose di adrenalina. Nemmeno per un istante mette in dubbio le parole appena sentite. Che qualcuno lo voglia morto è un dato di fatto, in qualche modo già lo sapeva. E’ uno dei motivi, o forse l’unico, che lo spingono a bere nei locali nelle notti della provincia anonima.
Ed ora, come mille altre volte nella sua esistenza fatta di espedienti e scappatoie, le parole gli escono dalla gola con una facilità che stupisce perfino se stesso. Le parole che gli hanno fatto scampare interrogazioni, litigi, matrimoni non convinti, tasse da pagare, lavori ingrati, scadenze di ogni tipo e perfino la galera in un paio di occasioni. Al termine del discorso finalmente riesce a trovare il coraggio di fissare i suoi occhi in quelli del suo forse non più carnefice.
Angelo si ritrae, stupito ed estasiato. Applaude lentamente e con enfasi, accompagnando il gesto con un sorriso ammirato. “Wow, ragazzo, giuro che non ci credevo. Davvero, mi hai colpito. E mi hai anche convinto.”
Lorenzo abbozza un sorriso.
Angelo continua. “E adesso che faccio? Restituisco l’anticipo al cliente e in più ci rimetto pure la reputazione…”
“Possiamo trovare un’altra soluzione…” Abbozza Lorenzo, terminando la frase con un colpo di tosse.
“No, no non ti preoccupare, grandissimo, per fortuna il veleno te l”ho messo nel whiskey prima.”

2 Comments

  1. Stavo per lamentarmi del fatto che non abbiamo potuto ascoltare le scuse di Lorenzo quando e’ arrivato il finale a evidenziarne l’inutilità! Ma ormai non dovremmo più meravigliarci dei tuoi finali a sorpresa, invece sbalordiscono sempre!

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