#63 – L’automobile

Quello che è lì ormai dalla mattina non sembra avere intenzione di volersi separare dal bancone. L’ha sposato con rito civile e da parte sua l’amore non è ancora scemato. Almeno fino a quando il bancone continua a fornirgli da bere.
Il suo compagno di bevuta invece è arrivato solo da un paio d’ore. Capitato lì per caso, intenzionato ad affogare i suoi dispiaceri, ora si rammarica di non essere andato a dimenticare da un’altra parte. Dopo la decima (?) birra perde il conto, sia delle birre che delle volte in cui ha provato a sganciarsi dall’altro tipo, quello che sembra sopravvivere solo grazie all’apporto calorico dell’alcool che ingerisce sotto forma delle numerose liquide varianti che il proprietario del vecchio bar di periferia è “costretto” a servirgli.
Dice di chiamarsi Andy, l’incollato al bancone, ma il suo casuale compagno di bevuta non ne è così sicuro. Gli pare d’averlo udito riferirsi a se stesso in terza persona anche come Antonio o forse Attilio.  Il barista poi lo ha apostrofato come Achille. Ma Andy vince per comodità.
Ci prova ancora, l’aspirante all’oblio, a liberarsi dall’uomo dai mille nomi. Raccoglie le energie e approfittando d’un momento di distrazione del non voluto collega, decolla dallo sgabello, ma col solo risultato di dover effettuare un atterraggio d’emergenza a causa dell’intero universo che decide di mettersi a ballare un tango vorticoso. Valuta l’ipotesi di concedersi un caffè prima di tornare a casa.
“Un caffè.” Le parole gli escono dotate di volontà propria, senza un reale convincimento di chi le proferisce.
“La macchina è già spenta. Sono le due di notte e devo chiudere.” Brontola il barista finendo di riordinare dei bicchieri.
“Ma quale cafè!” Proclama Andy. “Fasciamosci il bicierino della staffa, amico.” Grande pacca sulla spalla.
Ok, pensa l’amico, tutto pur di potermene andare, dopo.
Il barista versa del whisky di dubbia provenienza e composizione in due bicchierini recuperati direttamente dal lavello dello sciacquo.
Andy osserva l’operazione  con attenzione degna di un monaco zen, al temine della quale si sente in dovere di ricapitolare per l’ennesima volta con voce alcoolica e cantilenante i perchè della sua caduta verso gli inferi. “Hai capito, amico, che raza di scituazione? E tutto per una m-m-machina. Una au-to-mo-bi-le! Ero felisce con la mia famiglia. La mia moglie, miammoglie era… la donna più bella del mondo, capisci?  Immiei figli, maschi… belli, forti! Tutti e due, tutti il loro papà, che poi sono io, il papà…”
Il barista lancia un’occhiata a entrambi, esprimendo in tal modo i suoi personalissimi dubbi sull’affermazione.
Andy svuota il bicchierino senza nemmeno rendersene conto, poi lo osserva stranito chiedendosi come mai sia vuoto. “E discevo, andava tuuto bene prima… prima di, di cambiare la machina.” Fa un gesto al barista allungando il bicchierino. “E ho visto lei.” Il barista diniega, appoggiandosi pesantemente al suo bancone. Con un movimento del capo indica la porta.
Andy continua come se niente fosse. “Sai quei posti che vendono le auto, con un saco di machine nuove, i tipi co’ la cravata grosa che ti vendono le machine e tuta quell’altra roba moderna…”
“Quale roba?” chiede a questo punto il compagno di bevuta, nonostante tutto ormai così interessato alla storia da aver dimenticato il motivo per cui si trova in quel posto.
Andy lo guarda sorpreso di rimando, come se la risposta fosse ovvia. Un gesto vago con la mano chiude l’argomento. “L’ho vista nel cortile di dietro, la mia picolina. La stavano per butar via, te rendi conto?”
“Cosa? Un’auto?”
“Amico, non ciamarla auto. Non è un auto come l’altre. E’ la mia picolina.”
Il barista alza gli occhi al cielo e recupera uno scopettone, deciso a non ascoltare la storia per l’ennesima volta.
“Quando l’ho veduta non ho avuto cuore di lasc… lascia..lla lì. Presa e portata a casa. E son cominciati i casini.”
“Problemi? Non funzionava?”
Andy sorride con malinconia, fissa il bicchierino vuoto nella mano come se al suo interno ci fosse un sistema home theatre che visualizza la sua vita. “Oh no, la mia picola la funsionava come un orologio svisero, mai ‘na grana, mai n’pensiero. Il problema era la mia moglie. Non l’ha mai acetata.”
“Gelosa? Da come parli di quella macchina forse aveva ragione. Neanche fosse una donna.”
“Porca maiala, ‘na dona me l’avrebe anca perdonata. La mia picolina no. E quel che l’è pegio è che mi ha messo contro anca i ragassi. Le han dato ragione. Me dicevan che dovevo sbarassarmene. Che non sarebbero mai saliti su quela mona di macchina, che si vergognavano. Te rendi conto? Se vergognano, loro!”
Il barista torna dopo aver spazzato la sala e spento molte delle luci. Sbatte lo scopettone a terra un paio di volte per attirare l’attenzione.
“Sì, sì adeso ce ne andiamo, maledeto te. Segna tuto sul mio conto, ofro io al mio amico qui.”
L’amico ringrazia, più stupito che Andy abbia finalmente deciso di uscire che del fatto che abbia un conto aperto.
“Andiamo ragasso, qui non semo più i benvenuti.”
Su gambe che sembrano non contenere più le ossa i due riescono in qualche modo ad arrivare all’uscita. La notte è buia, nebbiosa, i lampioni faticano a illuminare il parcheggio antistante il bar. Andy trattiene il compagno a un braccio per impedirgli di cadere e per non scivolare a sua volta. “Ah ragasso, non puoi guidare in queste condisioni. Te riporto me a casa.”
“Eh, nemmeno tu mi sembri tanto in grado.”
Andy lascia la presa sul compagno e ondeggia pericolosamente, ma per fattori dovuti più al caso che a capacità personali riesce a non avere un tête-à-tête con l’asfalto mentre estrae trionfante le chiavi dell’auto. “Non temere ragasso, la mia picolina conosce la strada a memoria, fino a casa.”
Nonostante la nebbia che ottenebra i suoi ragionamenti oltre che il piazzale, il compagno di bevute riesce a formulare un ragionamento. “Conoscerà la strada fino a casa tua, non casa mia.”
Andy sembra fare uno sforzo per metabolizzare la frase, stringe le palpebre fino a ridurre gli occhi a due fessure millimetriche, sorride compiaciuto per l’idea che ha appena conquistato la fortezza della sua mente. “Oh, ma puoi dormire nella mia picolina! E’ spasiosa sai? Anca in questo non ho mai capito quella roba bruta dela mia moglie, l’ha mai appresato quanto fosse bela comoda la mia picola. Tò, varda! Varda lì che splendide cromature.”
Andy allarga le braccia mentre mostra la sua auto all’improvvisato amico, poi si volta sorridente, e non trova nessuno.
“Hey, ragasso,” urla alla nebbia, “in dove te sei finito?”
Silenzio.
“Oh, in mona.”
Rivolge un gesto di saluto verso il nulla, si volta di nuovo e sempre barcollando arriva all’auto.
Con gesti delicati ne accarezza il cofano, la linea sinuosa delle portiere, le barre cromate che corrono lungo tutta la fiancata e la rotondità dei fanalini posteriori. Apre il portellone e si sdraia nel retro, sfinito, addormentandosi beato nel suo Carro Funebre Citroën DS del ‘72.

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