#59 – Lungomare

Gino vede sopraggiungere l’amico con la coda dell’occhio. Si volta appena nella sua direzione non tanto perché sia felice del suo arrivo, ma semplicemente perché non ha niente di meglio da fare. Beppe si avvicina con la solita andatura sbilenca, frutto di una caduta sugli scogli da bambino.
“Ueilà, Gino!” Saluta Beppe mentre si accomoda accanto a lui sulla panchina.
“Beppe.” Si limita a rispondere Gino, tornando a osservare il lungomare ancora deserto.
“Arietta fresca stamattina, eh?” Bofonchia Beppe, che ancora non ha ripreso fiato dalla fatica di arrivare fino a lì da casa sua.
“Forse ti conveniva startene a casa. Non ti vedo tanto bene.” Commenta Gino senza realmente guardarlo per accertarsi delle sue condizioni fisiche.
Beppe fa spallucce. “Oh, lo sai che non riesco più a dormire al mattino. Tanto valeva fare una passeggiata. E poi anche tu sei qui. Tua moglie t’ha buttato fuori?”
Gino lancia a Beppe la classica occhiata accompagnata da un sommesso borbottio che nella lingua dei maschi significa parliamo di qualcos’altro.
E Beppe lo accontenta. “E i ragazzi?”
“Si son trasferiti in città.”
“Ma dai?  Nella capitale? E come se la passano?”
“Dicono benone, un sacco di opportunità! Certo non c’è l’aria di mare, ma sembra che non gli manchi nulla. Son felici, e comunque abbiamo tanti parenti lì.”
Un rintocco ritmico e felpato attira l’attenzione di entrambi. Dal fondo del lungomare comincia la processione dei runners.
I primi a sfilare sono quelli ci credono. Sembrano usciti dalla pubblicità di una multinazionale di abbigliamento sportivo, tutine tecniche aderenti e accessori come se piovesse, tutti presi ad ascoltare le loro energetiche playlist nelle cuffie supersportive come loro.
Passano davanti a Gino e Beppe senza degnarli di uno sguardo. I due amici non si scompongono troppo, in tanti anni di gente così ne han vista passare…
Quando gli butta bene, qualcuno poco allenato, in preda a trance agonistica, viene colpito da un qualche tipo di collasso e gli stramazza al suolo proprio davanti. Allora la monotonia della mattina si interrompe almeno per qualche minuto.
Dopo quelli veri arrivano i corridori della domenica o peggio ancora quelli del solo durante le vacanze.
E’ qui che Gino e Beppe cominciano finalmente a dare un senso alla giornata. Ne hanno per tutti e non risparmiano nessuno. Quella è troppo magra, quello è troppo grasso, alla sua età io correvo meglio, ma non si vergogna, farebbe meglio a starsene a dormire, tanto non gli serve a nulla, ah, ma vedi quello, che scherziamo?
La giornata si trascina comunque lenta, e a quelli che, con fortune alterne rincorrono la forma fisica, si mescolano i lavoratori estivi, i turisti in arrivo e in partenza per le spiagge, tutta una variopinta fauna locale, stanziale e passeggera.
Al tramonto le facce sono sempre quelle, ma costumi e infradito lasciano il posto ad abiti lunghi e tacchi alti.
E Gino e Beppe sempre lì, appollaiati a presidiare questa o quella panchina, a seconda della disponibilità, sfoderando per ognuno commenti vuoi sarcastici, vuoi comprensivi, alternandoli a ricordi e nostalgie.
Fino a quando uno dei due, di solito Beppe, decide che è ora di tornare al nido, allora saluta l’amico con la sua voce stridula e spicca il volo, sempre un po’ sbilenco per quella caduta sugli scogli, da giovane.
E come d’abitudine, Gino lo apostrofa allo stesso modo. “Vola, vecchio gabbiano rincitrullito, che magari è la volta buona che ti schianti.”

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