#49 – Il brindisi

Gli anni dell’uomo si sono accatastati uno sull’altro con pazienza, formando una corazza di pelle dura e bruciata dal sole. Siede a capo dell’antico tavolo di pietra all’ombra del grande abete, antichi testimoni di un tempo ormai finito. L’atteggiamento è quello non solo del padrone di casa, ma di colui che in quel posto esercita un potere da tempo desiderato.
Il suo bicchiere, come gli altri, riempito con due dita di pregiato marsala, serbato da anni per l’occasione.
Si toglie la coppola con gesti lenti e ripetuti infinite volte, depositandola sul tavolo.
Alliscia i capelli, i pochi ancora rimasti che non accennano a perdere quel colore nero come la pece, e s’accomoda, mani in grembo, consegnando lo sguardo a ognuno dei suoi ospiti, senza fretta.

“E finalmente eccoci tutti riuniti, compari. Dopo tanti, tanti anni. Ricordate vero, quando ci conoscemmo.
Austineddu, tu eri il più sciamannato. Il più picciriddo e il più casinista. Tua matri faticava per tenerti, ma infine le desti soddisfazione. Cantante diventasti. E pure bravo. Non ci stava festa di paese che potesse fare a meno di Austineddu o’ Cardellino. Finanche Don Vito ti prese sotto protezione, ricordi, da allora non avesti più da pensare a nulla, perfino in televisione finisti. Unico bisogno che ti rimase fu la voglia di continuare a pigghiammi pel culo al bar del paese, davanti a tutti, perché io stonato come una campana sono. Che facimmo Austineddu, ti canto una canzone?
E tu, Vituzzo, che sapevi far di conto come o’ maestro, e anche meglio di lui, che passavi pizzini di compiti a tutti i compari tranne che a mia. Com’è che dicevi? Che tanto non ero abbastanza sveglio da capirli, i pizzini? Pure quando facisti carriera in finanza, quanti piccioli hai fatto guadagnare a famiglia e compari? Ma a me no, non lo facesti il piacere, non ne valeva la pena, dicevi. Te lo ricordi, Vituzzo?
E poi Tore, Tore o’ sciupafimmine. Non ci stava nessuna che ti resisteva, Tore. Per sfizio contro a mia ti sei portato via perfino mia soru, che manco te piaceva. Io gliel’avevo detto che non doveva fidarsi di te, che non eri tipo da ammogliare, ma lei niente, testarda. Povera soru mia, pace all’anima sua.
E vengo a te, Mimmo o’ Professore. Tieni memoria di quando quaquaraquavi che io un futuro non lo potevo mai tenere, che lùoccu come sono non potevo andare da nessuna parte, no come a tia che trovasti la carriera politica nella capitale. Quante persone sistemasti al ministero? Che ti costava trovare un posto pure a me. No mi dicevi, resta al paese che quello è il posto tuo. Avevi ragione Mimmo. Chisto è il posto mio.
Anche a Totò, che ha appena fatto l’onore di raggiungerci, gliel’ho detto. Questo è il posto mio, vero Totò? Mica nelle guardie come a te nella grande città. Io qui sono rimasto.
E qui v’ho aspettato. Tutti, uno a uno, chi prima chi dopo, siete tornati da me, a chiedere i miei favori. A chiedere quello che solo un uomo della mia posizione poteva concedere. E io, siccome sono una persona di animo nobile e cuore grande, vi ho accolto come fratelli, anche se voi mi avete schifato fin da picciriddi.
Per cui adesso che siamo di nuovo tutti insieme, compari, brindiamo alla mia vendetta e alla vostra sconfitta.”

Dopo il brindisi, il vecchio riprende la coppola e la indossa. Il sole basso e le ombre lunghe gli suggeriscono che è ora di chiudere, penserà domani a riordinare.
Con la dovuta calma e il cuore gonfio di soddisfazione, sistema badile e piccone nel suo ufficio, quello del becchino, e si richiude alle spalle le porte del camposanto.

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