#47 – Pausa caffè

Me ne sto qui appoggiato al muro di questo corridoio, tra porte d’uscita e d’entrata, vasi di piante che avrebbero bisogno di una vacanza e una grossa e vecchia macchina del caffè.
Sulla sedia accanto a me siede un collega. E’ giovane e arrivato da poco, ricordo a malapena il nome. Non parliamo. Io resto ancorato in attesa al mio muro e lui fissa il pavimento. Pochi minuti e lui inizierà il turno mentre io aspetterò ancora.
Altri colleghi arrivano e spariscono nei bagni per poi ricomparire e andare a rendere omaggio alla macchina del caffè. E’ il suo momento di gloria, questo.
Salutano, chi più chi meno. Io rispondo a tutti, anche se il più delle volte sono indeciso se si stanno rivolgendo a me o no.
Gianni quando passa mi molla sempre una pacca. E’ una cosa che non sopporto, ma non gli ho mai detto nulla. E’ anziano, credo non gli manchi molto alla pensione. Sta qui da prima che arrivassi ed è il primo che mi ha accolto e dato il benvenuto.
Guido e Beatrice disquisiscono sul modo corretto di scrivere un certo nome di donna in francese. Ci va una enne, ce ne vogliono due. Basterebbe buttare un occhio a google per dissolvere ogni dubbio e infatti lo faccio io. Sto per dirglielo quando tra i due la spunta chi è in torto ma la sua convinzione è così forte da far vacillare quella dell’altra e cambiano discorso così in fretta che me ne sto zitto. Non mi piace fare la figura del saccente e poi con questi due non ho un gran rapporto.
Paolo arriva e si congratula con Carlo per la nascita del figlio. Carlo risponde paziente che il novello padre non è lui, ma Gianmario. Paolo deduce che ci dev’essere stato un disguido tra la moglie di Carlo e Gianmario, così gli rinnova comunque gli auguri associandoli a una battuta che sembra divertirlo molto. Chi la sente ride, io pure mi associo anche se non capisco il motivo di tanta ilarità, ma va bene così.
Nella zona esterna i fumatori si scambiano battute e gestualità rituali che servono solo a far scorrere i minuti con leggerezza. Riesco a immaginare le parole dai gesti.
Ricevo un messaggio dal mio tutore che mi domanda se va tutto bene, se ho bisogno di qualcosa. In effetti non sono molto in forma. Mi sento pesante e vuoto nello stesso momento. Avrei bisogno di una ricarica di energia per continuare la giornata. E di qualcuno con cui parlare per alleviare il peso che mi grava dentro. Gli rispondo di passare a trovarmi, appena può.
La vecchia macchinetta eroga una roba che assomiglia vagamente a caffè come se non ci fosse un domani. Il corridoio ora è talmente affollato e rumoroso che se potessi mi infilerei nella parete invece che restarci solo appoggiato.
Ma finalmente arriva lei.
E’ nell’ultimo piccolo gruppo che rientra dal cortile. Faccio finta di non guardarla, ma non vedo l’ora che venga a salutarmi. E’ sempre bellissima, sempre gentile, forse l’unica a parte Gianni, che si rivolge a me con qualcosa di più che un semplice sguardo e parole distratte. Peccato che riesca a vederla solo nelle pause caffè. La sento avvicinarsi e già un brivido mi percorre per quello che sta per accadere. Mi saluta e come al solito la sua mano mi sfiora delicatamente. Io ormai come d’abitudine le tengo da parte uno di quegli snack dietetici che le piacciono tanto. Ho chiesto al mio tutore di farmene avere una bella scorta, lui ha capito che sono per una ragazza speciale, me ne porta sempre. Lei mi sorride ancora e poi come ogni giorno, delicata nella sua nuvola di capelli ricci, fluisce dal corridoio come una goccia d’acqua nel fiume di colleghi che tornano agli uffici, lasciandomi, ancora, solo.
Sto sempre pensando a lei quando arriva il mio tutore. Oggi non è solo, un giovane ragazzo lo accompagna, lo osserva mentre con metodica abitudine lui riesce ad aprirsi una strada dentro di me, mi sgrava del peso delle monete che portavo dentro, mi rifornisce di bevande energetiche…
“E questo, come ti dicevo, è il nuovo modello di distributore automatico. Collegato in rete così sappiamo sempre quando ha bisogno di essere rifornito, touch screen e interfaccia emotiva per empatizzare con i consumatori, così li fidelizziamo…”

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