#45 – Finché morte non vi separi – Parte 1

Gli occhi sono poco più che fessure sul volto segnato dagli anni.
Lentamente indietreggia, scivolando tra le figure che affollano la stanza. Solo la parete arresta la silenziosa e anonima ritirata. La sedia lì accanto gli domanda se vuole approfittare di lei, ma rifiuta con garbo, visto che le gambe riescono ancora a fare il loro lavoro senza lamentarsi troppo. E poi molto spesso la fatica per rialzarsi lo convince a non sedersi.
Il tempo passa come sempre, non più veloce e neanche più lento del solito. Scorre fluido e colorato, come le persone che entrano ed escono dalla stanza. La maggior parte neanche lo nota, lì in piedi in quell’angolo buio, accanto alla sedia che ha ceduto alle lusinghe di una vecchia donnina arrivata da chissà dove. Qualcuno lo trova comunque e gli si avvicina. Parole sussurrate e mani che si stringono.
Il tempo scorre e la lama di luce che entra dalla finestra colorata lo sottolinea con un movimento languido. Il fiume di persone rallenta, diminuisce, si prosciuga fino a diventare un piccolo stagno di pochi radunati attorno a un isolotto senza vita. Solo a questo punto lui si stacca dalla parete e si avvicina al corpo della moglie. Il figlio lo affianca in silenzio. Le parole sono già state consumate tutte, restano i gesti, una mano su una spalla, uno sguardo. Quando il vedovo parla, la sua voce è poco più udibile della brezza del mattino. “Sessantacinque anni. Sessantacinque anni abbiamo passato assieme.”  Il figlio trattiene l’istinto di abbracciare il padre, aumenta solo di un poco la stretta sul suo braccio, piano, per non fargli del male, vista l’età. “Sessantacinque anni di cui non ricordo un solo giorno lontano da lei. Sessantacinque anni di cui la metà li ho passati… a cercare il modo di ucciderla.”
I pochi parenti rimasti ci mettono qualche secondo ad assimilare le parole appena udite. Il figlio sorride nervosamente, pensando a una delle solite battute del genitore, venuta male a causa dello stress del momento. “Dai papà, che dici?”
“Decenni passati a fare la parte del buon marito devoto, costruendo il mio alibi giorno dopo giorno, anno dopo anno, aspettando il momento, studiando il delitto perfetto. E finalmente, ora che ci sono riuscito, ora che ho portato a compimento il mio capolavoro criminale, mi sento svuotato, senza scopo.”
“Non è stata colpa tua papà, era anziana, era giunto il suo tempo… ”
Il vedovo si volta lentamente verso il figlio, che continua a tentennare frasi di circostanza, convinto che il padre sia in preda a una qualche crisi di colpa. Le fessure degli occhi si allungano, allo stesso modo del profilo della bocca, allungata in un sorriso. Poggia la sua mano su quella del figlio, che ancora lo trattiene per il braccio, gliela stacca con delicata risolutezza.
“Scusatemi,” continua poi il vedovo, “credevo che dopo mi sarei sentito meglio, ma non è così. Vado a costituirmi.”

(foto: per chi non lo avesse riconosciuto, Clint Eastwood)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...