#44 – Stato libero

“Lo hanno chiamato Freeland”
“Tesoro, non esiste uno stato libero. Libero veramente.”
“No infatti, e tu lo sai bene vero?”
“Andiamo, sai cosa intendo. Non può essere meglio del nostro Paese.”
“Beh, lasciamelo scoprire. Poi ti dirò.”
“Sai che non puoi andarci, non te lo posso permettere.”
“Mi sono persa qualcosa. Non era un paese libero il nostro?”

“Presidente?”
La voce femminile lo richiama al presente, aggraziata ma decisa, proveniente da un volto tirato nascosto da occhiali con montatura spessa e incorniciato da lunghi capelli color argento. La mano della donna appoggiata alla sua spalla con tocco professionale e distante, necessario. Si accorge di star ancora tamburellando con le dita su uno dei tanti dossier che occupano la scrivania. Quello sulla cui copertina, in piccoli caratteri rossi nell’angolo in alto a destra vi è scritto Freeland. Osserva la parola senza espressione, otto lettere che lo perseguitano da molto tempo.
“Scusami Annie, dov’eravamo rimasti?”
“Abbiamo finito con l’ordine del giorno ufficiale, presidente. Il consiglio si sta congedando.”
Lui annuisce, pensando che la parte peggiore della giornata deve ancora venire, ma non lo esprime a parole né a gesti mentre saluta e licenzia ministri e segretari.
La porta principale dello studio ovale si richiude lasciando nella sala il presidente, la segretaria personale e due uomini in uniforme. Oltre a un solo dossier rimasto sulla scrivania.
“Sono già qui?” Chiede.
In silenziosa risposta una piccola porta secondaria si apre lasciando entrare due uomini e una donna in abiti civili.
Il capo del governo resiste alla tentazione di alzarsi in segno di saluto. La vecchia storia che solo dieci persone al mondo hanno sufficiente potere economico per controllare il resto dell’umanità è falsa. Sono solo tre. Sono di fronte a lui e sa cosa vogliono.
La donna estrae dalla sua borsa un congegno quadrato non più grande di un cellulare. Lo posiziona sul tavolino in mezzo allo studio e l’accende. Un cenno rivolto ai suoi pari indica che funziona correttamente.
Il militare più vicino all’oggetto lo studia brevemente prima di obiettare. “Mi permetto di far notare che lo Studio Ovale è già protetto da sistemi anti-intercettazione, signora.”
La donna risponde accomodandosi su una delle tre poltroncine posizionate di fronte alla Resolute Desk, senza rivolgersi direttamente al militare. “Quei sistemi ve li forniamo noi, colonnello. E mi creda, sono più tranquilla così.”
“Di questo allora dovremmo discutere, Marianne.” Commenta il presidente con un sorriso tirato. La donna sorride di rimando.
“Lei sa perché siamo qui.” Interviene l’uomo più anziano, più alto, più magro, più europeo. La voce nasale non presenta nessun accento. Non è una domanda ma il presidente si sente in dovere di annuire con aria grave. Batte un colpo secco sul dossier cercando di mantenere un’aria autoritaria.
“Freeland. Siamo giunti al dunque?”
L’europeo non modifica la sua impassibile espressione mentre si volta verso il collega dai tratti orientali, basso e pingue ma pervaso dall’aura di chi non è abituato a non esser preso sul serio. E’ lui a rispondere. “Lei ha letto il contenuto di quelle pagine? Immagino di sì. Quello che non immagino è il motivo per cui ha voluto incontrarci di persona.”
“Diciamo che desideravo condividere con voi la responsabilità di… di qualsiasi cosa stiamo per fare.”
La segretaria, accanto e leggermente arretrata rispetto al suo principale, deglutisce visibilmente, forse perfino troppo.
“Annie, se lo desideri puoi uscire.” La rincuora lui indicando la porta. La donna rifiuta, s’aggiusta gli occhiali e sorride leggermente come a dimostrare apprezzamento per il pensiero, per poi tornare immediatamente a uno sguardo serio e professionale.
“Come desideri.” Continua il presidente. Torna a rivolgersi all’unica altra donna presente. “Vorrei solo essere sicuro che siano state tentate tutte le opzioni possibili.”
La donna annuisce silenziosa.
Lui continua. “Sai cosa mi stai chiedendo.”
Lei raccoglie un profondo respiro congiungendo le mani e posandosele sulle ginocchia, appena scoperte dal bordo della gonna. “Ti sto chiedendo, ti stiamo chiedendo, di porre termine a eventi inevitabili quanto non auspicabili. Di porre fine all’inizio della fine.”
Il presidente sorride. “Un gran bel gioco di parole, Mrs. Hammond. L’inizio della fine di cosa? La fine del mondo? La fine della civiltà occidentale? O la fine del consumismo?”
“La fine della società civile, William.”
“Addirittura! E spiegami, Marianne, come può un piccolo stato del sud del mondo essere diventato una minaccia per le grandi multinazionali del pianeta, qui da voi rappresentate così degnamente?”
La donna non si scompone, anzi cerca una posizione più comoda sulla poltroncina e si limita a osservare il capo della più grande potenza militare del mondo con aria divertita. “Che succede William, stai giocando a fare il moralista? O ti preoccupi di salvare la faccia davanti a chi dovrà comminarti l’estremo giudizio? Pensi che potrai fargli credere di esserti opposto strenuamente? Difficile mentire davanti a Dio, suppongo.”
Il presidente si limita a lasciarsi ricadere sullo schienale e scacciare la polemica con un gesto della mano. “Semplicemente penso che non sia necessaria questa operazione.”
L’orientale prende la parola in modo sbrigativo. “Forse lei ha bisogno di un aggiornamento sulla situazione.  Nell’arco di soli cinque anni dalla sua proclamazione la sedicente Repubblica Indipendente di Freeland ha eliminato dal suo territorio, nell’ordine, criminalità, povertà, disoccupazione, diseguaglianze sociali e razziali, forze di polizia e controllo, dipendenza da fonti di energia non rinnovabili e in generale tutto il sistema commerciale ed economico che regge l’intera società mondiale e, cosa più importante, il denaro. La popolazione di quella nazione rigetta il superfluo e il materiale e ricerca solo il necessario per vivere, come dicono loro, una vita degna di essere vissuta felicemente e in armonia con la terra.”
“Sembrerebbe un paradiso…” Commenta il presidente, sapendo già come l’uomo continuerà il discorso.
“Negli ultimi sedici mesi quello stile di vita si è fatto strada attraverso internet arrivando a ogni utente del mondo, causando proseliti e focolai di questa aberrazione in ogni nazione, industrializzata o meno. Le vendite in ogni comparto stanno crollando, l’andamento dell’economia mostra una flessione esponenziale che porterà all’intero fallimento del sistema nell’ordine non di anni, ma di mesi. Ogni tentativo di screditare Freeland da parte dei nostri governi è fallito, le risoluzioni ONU non hanno sortito effetto. Il passaparola è devastante. A oggi più di trenta milioni di persone hanno chiesto asilo all’interno dei confini di Freeland, che continua ad annettere nuovi territori, mentre almeno un miliardo e mezzo di consumatori sta cercando di adottare questo stile di vita direttamente a casa propria. E il numero è ovviamente in aumento. Il momento di agire drasticamente è adesso.”
L’orientale tace. L’europeo si sposta in avanti. “Siamo quasi al collasso, signor Presidente. Se non si agisce subito, sarà la fine della società civile per come la conosciamo. Non abbiamo progredito centinaia di migliaia di anni per essere poi riportati alla preistoria da un…”
Il presidente solleva una mano con aria di rassegnata accettazione. “Ammiraglio?”
Il militare più anziano si porta accanto alla grande scrivania, ritto sulle spalle e mani dietro la schiena. La voce non tradisce tentennamenti. “I missili atomici di prima generazione saranno lanciati da un nostro sottomarino dal Mar Cinese Orientale, sembreranno partiti dalla Corea del Nord e diretti verso di noi ma colpiranno diverse zone di Freeland oltre alla sua capitale, in seguito a un presunto e grossolano errore da parte degli assalitori. La nostra reazione contro la Nord Corea sarà immediata e con ordigni sub-nucleari di ultima generazione. Fallout radioattivo ridotto e conseguenze minime per le zone circostanti, ma completo annientamento della loro forza bellica. La Coalizione Orientale, come da programma, ingaggerà contro di noi una rappresaglia solo di facciata in diverse parti del globo ma unicamente a livello di guerra convenzionale. Si calcola un numero consistente ma statisticamente ridotto di vittime civili.  Freeland e i suoi ideali diverranno solo lo sfondo di una brevissima Terza Guerra Mondiale. I nostri sociologi stimano che gli sforzi umani necessari per la ricostruzione riporteranno i consumatori alla voglia di riappropriarsi di quel benessere materiale che rischiava di andare perduto per sempre. Ovviamente l’economia mondiale ne trarrà un incredibile giovamento.”
Finito di parlare, il militare estrae da una tasca un cellulare e lo porge al suo Comandante in Capo.
Il presidente evita lo sguardo di chiunque nella stanza, pensa ai suoi familiari opportunamente al sicuro e accetta il cellulare dalle mani dell’ammiraglio. Sullo schermo campeggiano un’icona di sblocco e un pulsante verde.  “Che Dio mi perdoni.” Sussurra.
Marianne si alza e si avvicina. Appoggia una mano su quella di lui. “Se darai l’ordine, Dio ti perdonerà di sicuro, William. Ma se non lo darai, non credo che né io ne i miei colleghi potremmo fare altrettanto.”

Tutto sta per concludersi. Il centro operativo non è più permeato dall’adrenalina controllata di poche ore prima. I colletti delle divise si sono allentati, il sudore ha smesso di bagnare le camice, qualche vassoio di caffè ha fatto la sua comparsa tra monitor e tastiere. Una voce amplificata annuncia che il livello di allarme passa da DEFCON 1 direttamente a DEFCON 3, ma è solo l’ultima di tutte le decisioni programmate delle scorse ore. In realtà tutte le operazioni di guerra si sono svolte secondo uno schema preciso e a prova di errore. Quasi un’esercitazione, se non fosse per milioni di vittime nelle zone del mondo prescelte per la messinscena. Pezzi grossi del Pentagono si stringono mani e scambiano abbracci, sorridendo e riuscendo anche a scherzare, come ragazzini dopo una partita a Risiko.
Nonostante la colpa, nonostante il peso opprimente di quello che dovrà ancora venire, nonostante tutto, il presidente si concede un mezzo sorriso, grato soprattutto che tutto sia rimasto nei binari previsti.
Chiude la comunicazione col suo omologo dello schieramento opposto e riattiva il cellulare personale. Deve delle spiegazioni alla sua famiglia, che non devono necessariamente corrispondere alla verità.
Ci sono diversi messaggi accumulatisi nelle ore precedenti. Il primo in attesa è un vocale.
  

7 Comments

  1. Racconto molto bello, la freeland dovremmo costruircela da soli… sfruttando le armi che abbiamo come consumatori, e cioè quelle di consumare di meno e scegliere consapevolmente quello che si consuma e chi lo produce. In una società basata sul consumo il solo spostamento delle abitudini incide tantissimo, basta pensare all’olio di palma… E forse prima o poi si riuscirà a concepire un indicatore diverso per lo sviluppo che non sia quello del Pil. Non vorrei che ci bombardassero prima, però! 🙂

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    1. Innanzitutto grazie! E’ retorico dire ovviamente che le vere rivoluzioni partono da noi stessi. Un piccolo cambiamento in ognuno produce grandi cambiamenti nelle masse, forse…
      Poi predicare bene bene è facile, razzolare male è facilissimo. Io stesso che cerco di avere meno impatto ambientale possibile, mi ritrovo mio malgrado a oliare il grande ingranaggio del consumismo esasperato. Sono contento che ci sia stato un cambiamento nei consumi che ha portato a una riduzione dell’olio di palma, che reputo comunque un prodotto non ottimale per la salute ma, ammetto la mia pigrizia, non mi sono informato se la riduzione nei consumi è globale o solo una moda italiana. I bombardamenti poi li subiamo in continuazione, mediatici, ma non meno distruttivi di quelli bellici. Buona serata.

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  2. davvero un racconto ben strutturato che non avrebbe sfigurato nelle migliori raccolte Urania dei tempi d’oro della fantascienza. trama che si dipana gradualmente, imbrigliando anche il lettore più distratto per disegnare un futuro pseudo-fantascientifico che ha più d’una attinenza con fatti di cronaca recenti. riuscitissimo in particolare il personaggio del presidente, nonché l’atmosfera tra il liturgico e il messianico che avvolge il summit (“Se darai l’ordine, Dio ti perdonerà di sicuro, William.”). bello anche il colpo di scena finale, che però (probabilmente) non muterà la convinzione del presidente di aver coraggiosamente sacrificato milioni e milioni di vite umane per il superiore ideale di salvare il mondo facendo il bene dell’umanità nel suo complesso.
    se posso permettermi un minimo appunto che trascende l’ottimo racconto in sé e per sé, mi piacerebbe sapere se nelle tue intenzioni “Freeland” volesse rappresentare davvero “un mondo migliore/ideale”. te lo chiedo perché ho avuto tale sensazione durante la lettura (ma magari è una mia dispercezione soggettiva). in ogni caso, l’idea che”Freeland” sia una sorta di paradiso terrestre che viene distrutto dai calcoli economici delle “tre persone che hanno sufficiente potere per controllare il resto dell’umanità”, ha evocato nella mia mente malata una serie di pensieri piuttosto sconfortanti del tipo che un’utopia – Freeland – non sarà mai la cura giusta per un’altra utopia – il liberismo – anzi: qualsiasi utopia fa il gioco delle altre (utopie). ma questa è un’altra storia (che si ripete)…
    : ))

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    1. Essendo stato ai tempi un lettore di Urania, non posso che essere lusingato dal tuo commento. Grazie. Rispondo alla tua curiosità. Sì, in effetti non è solo una tua impressione, mi piacerebbe una società come quella immaginata nel racconto. Preso atto della natura umana però, credo sia molto più di un’utopia irrealizzabile. E’ forse possibile che una realtà del genere possa svilupparsi solo in ambiti molto ristretti (non so, come la famosa “comunità degli elfi” che si dice rifugga la civiltà nell’entroterra toscano), ma non di più. Tanto per rimanere sul fantascientifico terra-terra, il “lato oscuro della Forza” è molto, molto forte…

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