#36 – Trentuno Dicembre

Per una serie di stravaganti combinazioni torno a casa solo.
Capita raramente, e di solito quando succede non mi aspetto di trovarvi qualcuno. Ladri a parte.
Men che meno, che quel qualcuno discuta animatamente di qualcosa.
Indeciso se tornare sui miei passi e magari passare la serata in uno di quei piccoli cinema monosala che ancora resistono in qualche vicolo sperduto, resto immobile e silenzioso, le chiavi strette in mano per evitare che tintinnino. In fondo non mi ci vuole molto per capire di cosa, e soprattutto di chi, si tratta. Tiro un lungo respiro e mi convinco che è inutile rimandare oltre. Prima o poi devo affrontare il momento, tanto vale che sia questa sera. Lascio le chiavi libere di annunciarsi mentre infilo la serratura e avvio la prima mandata. All’interno torna il silenzio. Apro e ancora prima di accendere la luce, saluto. “Buonasera.”
Loro, per nulla stupiti di non essere riusciti a cogliermi di sorpresa, si limitano a loro volta a un piccolo gesto di saluto ciascuno. Sembrano trattenere le parole per dopo, o forse si sono già messi d’accordo su chi sarà il portavoce. Io la mia idea me la sono fatta, vediamo se è quella giusta.
Lascio lo zaino sul tavolo e vado in bagno, ancora senza degnarli di maggiore attenzione. Piccoli gesti di routine quotidiana che spero servano a far capire che non ho intenzione di farmi coinvolgere.
Esco dal bagno accompagnato dal rumore dello sciacquone. Ancora zitti.
Mi ostino a non guardarli, tanto li conosco benissimo. Alcuni di loro mi hanno già tormentato per buona parte del pomeriggio.
Anche se non ho fame apro il frigo e tiro fuori una cosa che ha l’aria d’essere commestibile, pur non essendo pienamente riconducibile a qualche tipo di alimento, in realtà lo faccio solo perché so di provocare una reazione.
“Già che ci siamo potresti offrirci qualcosa, no?”
A questo punto mi volto verso di loro. In tre occupano il divano, ognuno a suo modo.
Quello che ha parlato è il poliziotto, in sovrappeso e con la barba incolta che si sforza di coprire il doppio mento. E’ più sdraiato che seduto e la birra che tiene tra le mani dimostra che il frigo è già stato oggetto della sua arbitraria perquisizione.
Accanto a lui siede una donna, tesa e professionale mentre studia l’ambiente fingendo indifferenza. Nasconde le sue forme giunoniche in un maglione oversize e in pantaloni da corrispondente di guerra. Qualche pallida striatura nel colore dei capelli tristemente tirati in una coda lascia trasparire la sua età, ma non influisce sul fascino intellettuale della giornalista.
Il terzo in ordine di apparizione è indefinito. Viene dal futuro, viaggia continuamente nel tempo-spazio assumendo forme diverse, adesso è un ragazzino ghanese, poi un’anziana donna vietnamita, per un attimo sembra George Washington e subito dopo Giulio Cesare. Meglio non fissarlo se non si desidera un’emicrania.
L’uomo che esamina con sufficienza e un pizzico di sdegno il vecchio computer è senz’altro il più elegante. Veste Dolce e Gabbana e sembra pronto per fare da testimone in un matrimonio, se ne sta in piedi in mezzo alla stanza e cerca di non entrare in contatto con niente. Tiene una mano appena mollemente infilata in una tasca e con l’altra controlla costantemente che eventuali granelli di polvere non si depositino tra i capelli perfettamente acconciati.
La giovane, bellissima e sfortunata ragazza della buona società se ne resta in disparte, vicino al termosifone spento. Trema dal freddo a causa del suo abbigliamento decisamente estivo e si sta chiaramente domandando quale sia con precisione il suo ruolo in tutta questa faccenda. Ha tutta la mia comprensione, perché ancora non l’ho deciso nemmeno io. Improvvisamente sorride, si avventa sulla finestra e la spalanca. Il gesto risponde anche al dubbio avuto fino a questo momento che qualcuno mancasse all’appello.
Dall’esterno penetra un’anomala quanto gradita ventata d’aria calda. Mi basta un’occhiata per scorgere il drago appena atterrato in cortile, borbottante vampate di calore a casaccio. E’ evidente che non sarebbe venuto, se la ragazza punk al suo fianco non avesse insistito. Lei se ne resta in piedi a braccia conserte e mi fissa da fuori, avviluppata nei suoi abiti di un’altra realtà. Non le serve avvicinarsi oltre, i suoi sensi sono abbastanza sviluppati da sentirmi come se mi fosse al fianco.
Accenno alla birra tenuta dal poliziotto. “Vedo che ti sei già servito. Potevi metter su uno spaghetto già che c’eri, vista la compagnia.”
Interviene il dandy. “Sai che non siamo qui per una serata in allegria. Vogliamo una risposta.”
“Solo voi? E gli altri?” Perché comunque non sono tutti presenti.
“Siamo qui in rappresentanza di tutti.” Risponde la giornalista.
Il viaggiatore nel tempo annuisce come un marinaio portoghese e conferma con la voce di un minatore di asteroidi.
“Ok, ragazzi. Non è che continuando a tormentarmi faccio prima, lo sapete no? E poi non posso fare tutto insieme, dovete decidere tra voi chi vuole passare per primo. Sarò lieto di accontentarlo.”
Il drago sbatte un’ala e quasi mi sciolgo per il calore. Sì, ho capito. “In teoria toccherebbe a loro.” Butto lì, accennando verso la finestra.
La giornalista ribatte, trattenendo l’istinto di alzare il cellulare verso di me come a registrarmi. “Loro hanno già avuto abbastanza. Noi non abbiamo neanche cominciato.”
“E’ vero, non nella pratica, ma sapete benissimo cosa penso per ognuno di voi…”
Il poliziotto si alza dal divano. Dev’essere da un po’ che pensa di farlo, si vede che s’è preparato prima, dondolandosi leggermente. Soffoca lo sforzo in un’espressione torva. “Stammi a sentire, ragazzo, qui l’abbiamo capito tutti che il problema non siamo noi. Il problema sei tu.”
“Ma infatti…” Affermo. Lui continua. “E non cominciare a tirare fuori le solite scuse. Se vuoi, puoi. O tutte quelle belle frasi ad effetto che scrivete voi imbrattafogli sono solo stronzate? Tira fuori le palle, siediti e lavora.”
Resto zitto, in parte perché so che ha ragione, in parte perché alzando la voce ha sputacchiato qualcosa sulla mia faccia a cui preferisco non pensare, e ho paura che parlando potrei peggiorare la già vistosamente precaria situazione.
Il viaggiatore nel tempo sparisce di colpo, lasciando in compenso un forte odore di ozono e cimici.
“Oh, santo cielo!” Esclama il dandy ritraendosi all’istante. Si porta le mani davanti alla faccia come per proteggersi da qualcosa, poi mi addita. “Ma con tutti i modi per uscire di scena, proprio questo?”
“Perché guardi me?” Gli rispondo. “Non sono stato…” Il poliziotto mi interrompe ancora, deformazione professionale. “Ora basta. Sentimi bene, ragazzo. Ti parlo a nome mio, ma penso che anche gli altri siano d’accordo.” (Per la cronaca, la giornalista annuisce appena, il dandy si volta sdegnato, la giovane ragazza scuote vistosamente il capo e il drago si cimenta in un suono gutturale incomprensibile. Vi risparmio il commento mentale che mi invia la ragazza punk.) “Sono stanco di convivere con quello sbiellato del viaggiatore temporale e con tutti gli altri amici tuoi, presenti e non. Tu ci hai immaginati e adesso ci tiri fuori dal tuo limbo e ci fissi da qualche parte. Romanzo, racconto, quello che vuoi, basta che abbia un inizio, uno svolgimento e un finale, bello o brutto che sia. D’accordo?”
“Sicuro che non vogliamo farci due spaghettini?” Butto lì per sdrammatizzare, ma non ho neanche il tempo di finire la frase che se ne sono già andati.
Non sul serio, certo, sono solo tornati dentro la mia testa.
Tirarli fuori di nuovo è uno dei miei buoni propositi per l’anno a venire.
Buon Anno.

Foto: web

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