#34 – Quel momento.

E poi arriva, quel momento.
Quando non lo aspetti, ti gira attorno per un po’ e poi ti assesta un colpetto sulle spalle.
Non hai bisogno di girarti, sai già chi è. Lo hai già letto nei libri, visto in tanti film, ascoltato in molte canzoni.
È quasi un fatto acquisito. Perfino alcuni amici che c’erano già passati t’avevano avvertito, ma pensavi che per te sarebbe stato diverso. Pensavi che il vostro rapporto fosse migliore del loro. Eppure i segnali li avevi visti e sentiti, annusati quasi, ma mai presi sul serio.
Il cellulare ad esempio, non più abbandonato indifeso ovunque per la casa, ma sempre nascosto alla vista. La suoneria, prima libera di esprimersi, poi imbrigliata nella silenziosa vibrazione. Quante volte avresti voluto sbirciarci dentro, ma l’orgoglio te l’ha impedito. E poi i discorsi che non finivano mai, le risate, i film visti insieme in televisione, qualche volta accade ancora, ma meno profondo, meno partecipato.
L’hai guardata camminarti a fianco ma sempre un poco più in disparte, e hai provato a far qualcosa, a cercare di rimediare, forse peccando di pigrizia. O forse sapendo che non sarebbe servito.
E quindi dicevamo, quando quel momento ti raggiunge, mentre come spesso succede litighi con posate e bicchieri nel lavello, ti volti e la guardi.  Lei ha una luce diversa negli occhi, un’altra gioia.
E il perché lo sai.
Un sorriso ti sfugge dalle labbra mentre la rivedi, solo qualche anno prima, dirti che non t’avrebbe mai lasciato, che sareste vissuti sempre insieme. Anche allora sorridevi sapendo che non sarebbe stato vero, ma un po’ ci speravi.
Ora ti manca solo una conferma che non hai il coraggio di domandare, una risposta che non vuoi veramente sentire.
Allora quasi senza rendertene conto, un giorno smetti di lavorare prima del solito, guidi verso casa ascoltando canzoni tristi che possano far compagnia alla pesantezza che ti preme lo stomaco. Fingi di non pensare a quello che troverai e quasi ti sei convinto una volta arrivato a casa.
Apri la porta, indeciso se farlo silenziosamente o con l’innocente massimo rumore possibile.
Il cappello appeso all’ingresso per un attimo lo credi uno dei tuoi, salvo poi ricordarti che non ne hai.
Allora, svuotato di ogni sensazione, ti annunci come al solito e cammini lento verso il salotto, udendo con fin troppa chiarezza il rumore di due corpi che si staccano, si ricompongono, ti attendono.
Eccoli lì, in piedi, una accanto all’altro, nervosi, uniti dalle mani.
Sorridi, credevi che saresti stato geloso, ma non riesci a esserlo. Tutto quello che senti è una leggera, felice nostalgia per qualcosa che sta scivolando via e non sarà più come prima.
“Ciao papà, lui è …”

3 Comments

  1. perverso!! non ti facevo il tipo che si porta a letto donne molto più giovani di lui e che trova eccitante farsi chiamare paparino.
    : ))))
    scherzi a parte, solo finzione letteraria o anche tu hai una figlia in età da moroso? mi sa che siamo più o meno coetanei.

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    1. Oddio, odio il termine paparino, di solito lo usano quando hanno bisogno di qualcosa… ovviamente ci spostiamo sulla seconda ipotesi, una base reale condita da un po’ di finzione. Riguardo all’età, il mezzo secolo è proprio dietro l’angolo.

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