#20 – Gente da bar

Il primo ad arrivare è il Gino. Un po’ piegato in avanti, un po’ storto di lato. Si siede e aspetta.
Il primo caffè doppio glielo porta Wen, il ragazzo cinese che al mattino presto apre il bar. Gino non lo saluta mai perché dice che tanto l’italiano quello non lo capisce quindi è inutile parlarci, anche se Wen è nato a Parma e ha pure l’erre arrotata. Quando invece arriva Lin, la sorella, allora sì che il Gino si mette a chiacchierare. Cinque minuti solo per ordinare un Campari. Se solo lui avesse qualche anno in meno, non tanti, giusto una cinquantina, la inviterebbe magari in pizzeria, la cinesina. Perché il Gino ha un debole per le orientali, lo ha sempre avuto, dopo i dieci anni passati a Yeoncheon, in Corea del Sud. Certo ai tempi nessuno lo chiamava Gino, qualcuno lo conosceva come Delta Uno. Il suo piccolino ora riposa in una custodia sotto il letto, lucido e oliato, pronto all’uso ma destinato all’oblio, ventisette tacche anonime sul calcio. Mai un errore in passato, ora invece la mano destra non ne vuole sapere di non tremare e per riuscire a bere un caffè deve usarle tutte e due. Bestemmia in silenzio, desideroso come sempre di raccontare a qualcuno la sua storia, ma sapendo di non poterlo fare.
Arriva l’Orazio. Lascia la Suzuki arrugginita da cercatore di tartufi nel parcheggio riservato davanti alla posta, tanto il vigile è suo figlio. Entra nel bar e ne esce con un cornetto alla crema e un bicchiere di bianco, il caffè glielo prepara a casa la moglie, che è più buono. Si siede a due tavolini di distanza da Gino e lo saluta. Non si sopportano, ma sono sempre i primi ad arrivare. Orazio è puntuale, non ha mai mancato un appuntamento in vita sua. La carriera come direttore di uno dei migliori hotel d’Europa si costruisce con la precisione e l’efficienza. Il bigliettino di ringraziamento avuto da Carlo d’Inghilterra in persona fa ancora bella mostra nel suo salotto, se solo qualcuno si degnasse di andarlo a trovare ogni tanto. Parla inglese l’Orazio. Non appena adocchia fermarsi un’auto con targa britannica o comunque di una qualsivoglia nazione straniera subito allunga il collo e si sistema il nodo dell’onnipresente cravattino, nella speranza di poter essere utile nel dare indicazioni con il suo perfetto accento londinese. Lo sfoggia anche con Lin quando arriva, anche se lei non lo capisce. La ragazza saluta con un cenno e un sorriso sempre uguali, rivolti più ai tavolini che agli avventori. Lui si alza e si profonde in un inchino manco si trovasse di fronte alla regina Elisabetta II. Gino lo guarda male e con sufficienza.
Il Luigi lo si sente sbuffare ancora prima che superi l’angolo. Quando poi fa caldo, agli sbuffi di insofferenza alterna ansimi fischianti, tanto da far sembrare che stia per arrivare una locomotiva. Una volta ormeggiato su una delle sedie del bar, il Luigi non l’abbandona fin quasi l’ora di cena. E d’altronde spostare i suoi 150 chilogrammi, la cifra è indicativa, tende a incrementare, non è impresa facile. Difficile immaginarlo adesso vincere una medaglia d’oro olimpica nella corsa a ostacoli. Eppure la prova, sottoforma di foto in bianco e nero con tanto di cornice in noce, campeggia dietro la cassa del bar, una delle poche che hanno resistito appese al muro durante la traslazione italo-cinese.
L’Enrico non occupa seggiole, si parcheggia con la carrozzina elettrica direttamente al tavolino. La badante che lo accompagna sfoggia la solita faccia annoiata e masticante chissà cosa. Una volta constatato che il suo protetto ha inserito il freno a mano, si dirige dondolante dall’altra parte della strada, conquistando una panchina in attesa della piccola ma colorita folla di matrone ucraine cinguettanti nell’ora di pausa. Si vocifera che Enrico le abbia già intestato la casa e regalato una discreta quantità di obbligazioni al portatore. Ma sono solo voci. Quello che è sicuro è che il corpo della moglie riposa diligentemente da ormai una trentina d’anni sotto la cuccia in muratura del cane, anche lui nel frattempo trapassato a lidi migliori. Che l’Enrico abbia fatto sparire la moglie è molto più di un sospetto in paese, ma prove non ne sono mai venute fuori, e poi la povera donna non stava simpatica a nessuno.
Il Prevosto lo chiamano così per l’ovvio motivo che buona parte della sua vita l’ha passata con indosso la tonaca. Lui non ne parla volentieri, anche se di quando in quando dispensa ancora qualche bonaria benedizione, ma aveva ottime probabilità di diventare vescovo se non fosse incautamente inciampato nelle sue debolezze. La prima si chiamava, e si chiama tuttora, Antonia, e lo sopporta solo perché lui al mattino si leva di torno per andare al bar, e le notti son più quelle che passa in un locale oltre il vicino confine che nel letto di casa. Il Prevosto sostiene di avvertire ancora la necessità di aiutare alcune pecorelle smarrite, come le chiama lui. L’Antonia preferisce associarle al genere bovino piuttosto che quello ovino, ma non se ne cruccia più del necessario e più facilmente accusa il demonio di aver maledetto la sua casa e in special modo il suo letto, motivo per cui invita sempre più spesso il parroco congolese a benedirlo per ore.

Foto: web

2 Comments

  1. Hai un modo di descrivere che è pazzesco: con poche parole riesci a far muovere e a far sentire i personaggi. In più sai mettere, per ogni personaggio, dettagli della sua storia e caratteristiche peculiari della sua persona.
    Ti leggo sempre con piacere e, ammetto, che un po’ tento di rubarti le tecniche…

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