#13 – Il blu, il nero, il bianco

Blu
Quel giorno non era un bel giorno. Il freddo stava arrivando. Ci svegliammo all’alba per smontare il campo e trasferirci più a sud. A me non piaceva lasciare quel posto perché lì ci ero nato.
Le praterie del sud dove andavamo solitamente a svernare erano ampie, verdi e piene di cibo, ma io avevo un debole per il mio fiume impetuoso che si buttava giù dalle montagne. Il suo frastuono continuo ci accompagnava giorno e notte. Un gigante rumoroso e generoso.
Ero andato a salutarlo un’ultima volta prima di andarmene. Stavo tornando verso le tende ormai smontate, le pelli piegate e caricate sulle lettighe. I pali lasciati in posizione per quando fossimo tornati in primavera, se li avessimo ritrovati.
Mio padre Olmo Grigio mi veniva incontro, ma non aveva la sua solita espressione tranquilla. Agitava le braccia gridando qualcosa, però mi trovavo ancora troppo vicino al fiume per sentire le sue parole. Poi vidi la mia sorellina Acqua di Fiume ancora in fasce in braccio a mia madre, Stella del Mattino.
Acqua di Fiume piangeva, mia madre urlava. Dietro a loro i guerrieri della tribù correvano verso i cavalli, mentre le donne e i bambini invece scappavano via, rifugiandosi nel bosco. Mio padre mi arrivò vicino, così vicino che avrei potuto sentire le sue parole. Ma sentii solo il colpo di fucile.
Olmo Grigio cadde a terra a pochi passi da me, senza un lamento, senza un gesto. Il suo volto che non vedrò più nascosto dall’alta erba pallida. Alzai gli occhi ancora increduli per riuscire a bagnarsi con le lacrime e vidi cadere a terra anche mia madre. Acqua di Fiume rotolò per qualche metro prima di fermarsi. Il rombo del fiume era ormai schiacciato dal frastuono delle fucilate. Il mio mondo è finito lì. Mi voltai appena in tempo per vedere gli uomini blu sui loro cavalli, avanzare verso di me con l’inesorabile forza della morte.
L’uomo in blu che mi ha ucciso non aveva una faccia cattiva. Ma allora perché? Cosa vi abbiamo fatto di male?
Mi chiamavo Castoro Bianco. Quando sono morto ero un Apache di 6 anni.

Nero
A dire la verità avevo capito che qualcosa non andava. Non ero più tornata a scuola. Mia mamma Leah mi aveva detto che avrei potuto imparare le stesse cose rimanendo a casa. David, il mio fratellone, era partito in fretta e furia per la Francia, dove doveva incontrare la zia Esther. Ricordo che quando ci salutammo faticava a mantenere la sua solita espressione allegra e gioviale. Io non mi preoccupai, mamma mi disse che poi lo avremmo raggiunto, appena papà fosse tornato dal suo ultimo viaggio di lavoro.
A parte la scuola, per il resto la mia vita scorreva come al solito, al mattino prendevo lezioni private, il pomeriggio uscivo a giocare con i miei soliti amichetti, nel parco davanti a casa. Il giorno che tornò mio papà fu il più bello e il più brutto della mia vita.
Avvertii la sua presenza in casa ancora prima che si aprisse la porta a vetri del salone principale. Il suo odore di tabacco speziato era inconfondibile. Lo abbracciai così forte da sprofondare nel cappotto, ancora umido per la pioggia leggera che cadeva da giorni. Lui mi apostrofò con uno dei soprannomi che inventava continuamente per me. Ancora cerco di ricordare quello che ha usato quel giorno. Stavo per allungarmi per ricevere un bacio sulla fronte, ma qualcosa di malvagio strappò via mio padre dalla mia vita. Non feci neanche in tempo a vederlo in viso. Al suo posto comparve un uomo con un’uniforme nera. Il resto fu solo dolore e sconcerto.
Ricordo in maniera esasperata il viaggio nei vagoni chiusi e puzzolenti, la cucitura sdrucita del cappotto  che avevo davanti agli occhi.
Non potevo muovermi per guardare altro, e neanche lo desideravo.
Quando uscimmo dai vagoni ci divisero. Mia mamma non protestò, sembrava non le importasse. Avrei voluto piangere, gridare, ma la piccola Naomi, una mia cuginetta, mi prese la mano. Dovevo essere forte per lei.
Quanti giorni rimanemmo in attesa non lo ricordo.
Poi arrivarono gli uomini con le divise nere.
Fui strattonata diverse volte. Naomi si ostinava a non lasciare mai la mia mano. Venne con me.
L’oggetto della scommessa era quante teste di bambino sarebbe riuscita a superare una sola pallottola.
Io ero la numero quattro.
L’uomo in nero sparò mentre Naomi mi chiedeva perché erano arrabbiati con noi.
Mi chiamavo Rebecca Fischmann, quando sono morta ero un’ebrea di 11 anni.

Bianco
Sono nato schiavo.
Non ho mai conosciuto mia madre, né tantomeno mio padre. Mi hanno detto che mia madre ha urlato e pianto quando ci hanno separati. Ma per lei il padrone aveva altri progetti.
Della mia infanzia non ho memoria, se non qualche flash. I ricordi veri iniziano quando vivevo con altri come me, in capanne sporche e maleodoranti. A dire la verità alla puzza non ci facevo neanche caso, l’odore dell’aria fresca che ogni tanto filtrava dalle finestre rotte quando tirava vento mi sembrava strana e aliena.
I padroni ci ripetevano di continuo che dovevamo diventare grandi in fretta, che poi saremmo andati a lavorare, saremmo usciti al sole.
Ho anche dei bei ricordi, nonostante tutto. Si chiamava Anna, era la figlia più piccola del padrone. Non aveva paura di noi, anche se eravamo diversi da lei, dai suoi amici e dalla sua famiglia. Non so perché, ma aveva un debole per me. Ogni volta che poteva mi portava qualcosa da mangiare che rubava in cucina. I miei compagni brontolavano, ma niente di più.
L’ultima volta che la vidi era notte, quando chiudevano a chiave le baracche.
Anna mi chiamò dalla finestra vicina al mio posto e io mi sporsi fuori tanto da poterla vedere.
Mi disse che il mattino sarei partito, mi baciò e pianse. Poi corse via.
Il resto della notte lo trascorsi sveglio, senza pensare a nulla.
Infine uscimmo al sole, solo che il sole non c’era. Aveva lasciato il posto a nuvole e pioggia.
Salimmo sui camion. Il viaggio durò poco, nel silenzio più totale. Nessuno di noi aveva idea di dove fossimo diretti.
Lo capimmo appena arrivati, dall’odore.
L’inconfondibile fetore del terrore, della morte.
Lo ammetto, anch’io mi feci prendere dal panico, fu inevitabile. Gli uomini in bianco dovettero picchiarmi per costringermi a entrare in quell’inferno.
Un ultimo uomo vestito di bianco dalla testa ai piedi mi aspettava con una grossa pistola in mano.
Non lo conoscevo nemmeno, perché voleva uccidermi?
Mi chiamavo Camillo. Quando sono morto ero un vitello di 6 mesi.

Photo: Greta Carrettoni

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