#7 – Notte di Capodanno

Sarà stata la sfiga, sarà stato il destino, non lo so.
Resta il fatto che quella notte il motore della mia auto prese la decisione di passare a miglior vita.
Tutto il resto funzionava, e anche bene. I fari tagliavano il buio della notte come mai avevano fatto prima. Gli altoparlanti dell’autoradio avevano perfino smesso di avere quella sottile e fastidiosa vibrazione che si faceva sentire insieme ai bassi profondi. Ero addirittura riuscito a sintonizzarmi su quella stazione radio che non si prendeva mai da nessuna parte nella zona. Vetri elettrici, tergicristalli, cicalini di allarme, luci di cortesia, funzionava tutto come all’interno di un’orchestra diretta da un celeberrimo maestro.
Ma il motore no. E questo, è risaputo, può essere alquanto seccante se si sta attraversando una landa di campagna sconosciuta.
In realtà mi trovavo nel mezzo della Lomellina, poco distante da diversi paesi e almeno una piccola città. Ma si aveva l’impressione di trovarsi in mezzo al nulla. Avete presente “La Storia Infinita”? Il film dico, perché il libro non l’ho ancora letto.
Arriva il Nulla e si mangia il mondo.
Uguale.
A parte campi coltivati sotto, un cielo buio e senza stelle sopra e una piccola strada a una corsia illuminata per qualche decina di metri dai fari, nient’altro.
Poco male, direte voi, sarebbe bastato prendere il cellulare e chiamare aiuto, o anche solo aprire Google Maps e camminare fino al centro abitato più vicino. Sì, adesso si può fare, ma questa storia è accaduta molti anni fa, quando i cellulari erano una prerogativa del capitano Kirk di Star Trek e il GPS probabilmente solo un’idea che balenava nella mente di qualche scienziato pazzo.
Ma torniamo a noi. E sì, perché non ero solo quella notte. E non era nemmeno una notte come le altre. In tre eravamo. E dall’alto della nostra esperienza di meccanici provetti, non potemmo far altro che sentenziare il decesso irreversibile dell’auto causa arresto cardiaco. Alla festa di capodanno cui eravamo diretti forse non saremmo arrivati tanto presto.
Un veloce briefing dei migliori cervelli del nostro gruppo decise che l’unica cosa rimasta da fare sarebbe stata proseguire a piedi lungo la strada. In fondo avremmo dovuto trovare qualcosa di simile a una frazione del paese verso cui eravamo diretti.
E così fu. Il cartello col nome della frazione era appena fuori la portata dei fari dell’auto, ormai solo un lontano fantasma luminoso nella nebbia che nel frattempo aveva deciso di svegliarsi. Non facemmo caso al nome stampato sopra, il freddo pungente ci spinse veloci e silenziosi verso il centro, se così si poteva definire. Diciamo che c’erano una piazza aperta e una chiesa chiusa. Pensavo che le chiese dovessero sempre rimanere aperte.
E c’era silenzio. Mancavano venti minuti alla fine dell’anno e non si sentiva volare una mosca. Forse se n’erano andati tutti a festeggiare da qualche altra parte. Non v’era nemmeno l’ombra di una cabina telefonica, sapete, quelle scatole di vetro che contenevano un telefono grande come un boiler che per funzionare aveva bisogno di gettoni.
Finalmente trovammo una porta dalla quale scappava un po’ di luce, in un vicolo laterale. Una specie di bar, di quelli di paesino. Una vecchia insegna di legno e un tavolino coperto da una tovaglia rigida per il freddo con appoggiato sopra un fiasco di vino, vuoto e un poco storto.
Entrammo, e in quel momento oltre a capire il perché della fuga in massa degli abitanti, poco ci mancò che uno dei miei compagni decidesse di suicidarsi con un rito tribale.
Più che un locale pubblico sembrava una cantina di quelle in cui si fa riposare il cognac per anni. Moltissimi anni.
Una sola povera lampadina cercava di fare del suo meglio per illuminare tutto l’ambiente, composto da due vecchini seduti a un tavolino, immobili e silenziosi, un oste appoggiato a un muro di mattoni dietro a un tavolato di legno che aveva la pretesa di sostituirsi a un bancone da bar e innumerevoli ragnatele penzolanti dal soffitto.
L’oste ascoltava qualcosa provenire da una vecchia radio a transistor, con il volume talmente basso da essere costretto a rimanere leggermente piegato su un lato per sentire.
Senza volerlo continuai ad avanzare fino a trovarmi proprio di fronte a lui, mentre i miei due compari, fermi sulla soglia, ridacchiavano come idioti.
“Buonasera,” esordii, “senta, ci si è fermata la macchina appena fuori del paese, sa se c’è modo di avere un passaggio, oppure un autobus…”
“Non c’è nulla. E’ la notte di Capodanno.”
Chissà per quale motivo, il modo in cui l’uomo pronunciò la frase fece cadere completamente ogni remora ai miei compagni, che cominciarono a ridere in modo incontrollato. A me invece si gelò il sangue nelle vene.
Riuscii solo a chiedere quale fosse il nome del paese, non ricordando se lo avevo letto o no.
“Siamo ad Apparenza.”
Mai sentito prima. E neanche dopo. Non provate ora a cercarlo sulle mappe. Non lo trovereste.
Chiesi allora se avessi potuto fare una telefonata.
Mi indicò un vecchio telefono che aveva l’aria di non essere stato usato mai, nemmeno una volta.
Il motivo mi fu chiaro quando alzai la cornetta e non sentii nessun segnale.
Devo dire che in quel momento fui preso da un leggero senso di sconforto all’idea di dover passare la notte in quel posto dimenticato da Dio e dagli uomini, esclusi i presenti.
Notai una saletta nascosta da una colonna, dietro un angolo, mi sembrò di sentire delle voci. I miei amici stavano ormai facendo le presentazioni con gli unici due clienti, per cui decisi di dare un’occhiata da solo.
Nella saletta la luce era se possibile ancora più fioca. Non si riusciva a vederne le pareti, solo un tavolo rotondo al centro, una sedia occupata da una figura che mi dava le spalle, altre tre sedie vuote. Distribuiva carte da gioco sul tavolo, per sé e per gli altri invisibili giocatori. Credo ci fosse fumo di sigaretta che aleggiava nell’aria, anche se non ne vedevo la fonte.
Mi portai di fronte all’uomo. Ancora oggi cerco di ricordarne i tratti del volto, invano.
Quello che ricordo chiaramente è la sua voce che mi invitò a giocare, lamentandosi che fosse quasi stanco di aspettarmi.
Feci per sedere su una delle sedie ma mi fermò.
“Non vedi che è occupata?”
No. Non lo vedevo. Né percepivo la presenza di qualcuno o qualcosa, ma preferii non contrariare il personaggio misterioso. Indicai la sedia accanto e lui annuì. Mi sedetti e presi le mie carte. Si giocava a poker e io, naturalmente, avevo un poker d’assi. Ma guarda un po’.
“Sei servito,” disse, “allora possiamo andare.”
“Andare dove?”
“Lo scoprirai.”
So cosa state pensando. Era chiaramente una faccenda poco simpatica. Se fosse un film o un racconto horror a questo punto lo spettatore dice va beh, prendi ed esci, cosa lo segui a fare?
Non è che non ci ho provato. Il problema è che l’uscita si era dileguata insieme alle pareti che già erano latitanti.
Mi ritrovai in piedi con l’uomo delle carte che mi teneva per un braccio. Camminammo lentamente per parecchi metri, nella fumosa oscurità.
“E’ arrivato il mio momento?”
“No. Non ancora.”
Ci fermammo, mi lasciò il braccio e mi ritrovai solo, fino al momento in cui un’altra figura mi comparve davanti. Non ne distinguevo chiaramente i contorni e provai una sensazione di caldo, dentro e fuori. Il fumo assunse una tonalità più rossastra, in sintonia con la temperatura.
La figura, alta due spanne più di me, mi porse un foglio bianco e una penna. Una vera penna, probabilmente appartenuta in origine a qualche animale ormai estinto.
“Sei stato scelto, se firmi, avrai tutto quello che desideri per sette anni, poi ci rivedremo.”
Nonostante il caldo provai il super classico brivido freddo lungo la spina dorsale. A momenti non riuscivo nemmeno a parlare. Non avevo dubbi sul fatto che fosse tutto reale.
“Sono obbligato?”
“No.”
“Allora preferirei non farlo.”
La figura e il calore sparirono, anche il fumo riprese il color grigio giallognolo della nicotina.
Il giocatore di carte tornò.
“Hai firmato?”
“No.”
Se ne andò un’altra volta.
Comparve ancora un’ombra, ma questa volta nessuna sensazione di calore o brividi vari. Anzi, quasi mi rilassai. Mi sentii bene. Una luce soffusa e piacevole riempiva il mondo. Ora non ci giurerei ma può darsi che ci fosse anche musica di violini.
Ancora una volta un foglio bianco davanti. E una stilografica di marca.
“Se firmi, la tua vita scorrerà normalmente, fino al momento in cui dovremo per forza di cose rivederci. E non so dirti quando sarà, ma mi auguro per te possa essere fra moltissimi anni…”
Firmai, senza nessuna esitazione.
Tutto sparì.
Mi ritrovai di nuovo nella saletta, davanti al tavolo da gioco, da solo.
Tornai nel locale principale, dove i miei due amici già ubriachi intonavano canzoni alpine con i due arzilli vecchini.
Fuori in strada un piccolo capannello di auto e ragazzi festeggiava il nuovo anno. Tutto sembrava tornato alla normalità.
Mi avvicinai al banco, l’oste mi passò una birra.
“Com’è andata?” Chiese.
“Lei… sa?”
“Tutte le notti di capodanno succede la stessa cosa. E di solito tutti ci cascano.”
“Cosa vuole dire con tutti ci cascano?”
“Ha firmato vero?”
“Sì, ma alla seconda proposta.”
L’oste sorride, stappando un’altra bottiglia di birra per sé.
“Ragazzo, il contratto principale lo abbiamo già firmato tutti alla nascita. Che motivo ci sarebbe di farlo una seconda volta con gli stessi termini? Siamo ad Apparenza, ricorda. E l’apparenza inganna…”
L’oste sollevò la sua bottiglia in un brindisi silenzioso, io guardai la mia, poi bevvi, cercando di non far caso al brivido gelido sulla nuca.
Bière Du Démon.
Un’ottima birra solitamente, ma quella volta mi sembrò tremendamente amara.

2 Comments

  1. a un certo punto, avrei fatto saltar fuori Massimo (Troisi, intendo), giusto perché all’inizio l’apparenza è quella di un remake di “Non ci resta che piangere”. comunque nel complesso, all’apparenza questo è un buon racconto…. e sarà anche vero che l’apparenza inganna, però preferirei sfumare il dogma d’eventualità, dicendo *a volte* inganna.
    : )
    e avendo ormai letto più d’un tuo racconto, tiro le somme notando che una delle capacità che più ti contraddistingue è quella di rielaborare in modo personale ed efficace anche ciò che è “super-classico”. compliments.

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    1. Ti ringrazio, sia di aver letto il racconto, sia dei complimenti. Evidentemente “Non ci resta che piangere” ha lasciato in me un ricordo indelebile che a tratti riaffiora… Alla prossima e “ricordiamoci che dobbiamo morire…” 😉

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