Per conoscenza

Con la presente vado a informare i lettori che tutta questa faccenda di Halloween ha generato una frattura nel già di per sé fragile tessuto spazio-tempo che ha risucchiato, oltre alla mia proverbiale pazienza, anche una parte anatomica a cui ero particolarmente affezionato.
Con immutata stima,
affettuosamente Vostro.

Ps: trovate i miei libri su amazon, sotto il mio nome… così per dire… senza impegno…

Ho letto: Storie di Binazzo

0,99 euro sono una cifra considerevole, non dico di no. Il loro investimento deve essere ben ponderato e valutato. Un caffè al bar? Non bastano. Qualche prodotto in sconto nel supermercato di turno? Forse. Ma se vi piace la fantascienza, se vi aggradano i racconti, se apprezzate l’umorismo intelligente condito dalla giusta dose di nonsense, Storie di Binazzo di Stefano Castelvetri (@bluebabbler) è quello che fa per voi. Personalmente l’ho trovato eccezionale fin dalle prime pagine, scrittura asciutta, priva di fronzoli, diretta e sempre ironica. Non sto qui a spiegarvi trame dei racconti o ambientazione, non ne ho voglia e sono sicuro che otterrei il solo risultato di annoiarvi. Vi dico solo di andarlo a recuperare. Ovviamente ora leggerò anche gli altri libri collegati dello stesso autore. Trovate tutto su Amazon, sapete come fare. Questo ha un solo difetto. Non l’ho scritto io…

Qui c’è la pagina dedicata

storie-di-binazzo-cover

Poi non dite che non lo sapevate…

Periodo di transizione.
Sono stato quasi tentato di congelare il blog per un po’. Ho necessità di fare ordine e capire quale direzione prendere, almeno nella scrittura. Ho recuperato vecchie note vocali, appunti di quaderno, post sul cellulare. Ho ritrovato idee di racconto che non ricordavo nemmeno di avere scritto, abbozzi di trame per romanzi che mi hanno fatto venire voglia di rimettermi a scrivere storie più corpose. Un sacco di roba. Se poi è roba buona non lo so. Devo mettere a posto, incasellare. Ho raccolto i primi racconti e li ho pubblicati in un volume. Sto litigando con la piattaforma streetlib e facendo amicizia con kdp di amazon.
Ho in programma di recuperare altri due romanzi già scritti e pubblicarli, in aggiunta al primo già in vendita, così da avere all’attivo, se tutto va bene, tre romanzi e tre volumi di racconti.
Nel frattempo ho scoperto il meraviglioso mondo degli scrittori emergenti su Instagram. E soprattutto le regole di questo meraviglioso mondo.
Regola 1: seguimi su Instagram e io seguo te.
Regola 2: mettimi like e io li metto a te.
Regola 3: taggami, taggali, taggati, commenta su altri profili di scrittori lettori recensori che più siamo più ci divertiamo.
Regola 4: compra il mio libro e fammi la recensione che io (forse) compro il tuo e (forse) la faccio a te.



Non ci sto dietro…

Ok, allora, per chi me lo aveva chiesto qualche tempo fa, ora è disponibile su Amazon (santo subito) un primo volume di racconti. E’ facile trovarlo, basta cercare Walter Carrettoni e salta tutto fuori. Non è che sono molto bravo a farmi pubblicità e onestamente non voglio nemmeno rompere troppo le scatole, per cui, io ve l’ho detto, mi rimetto al vostro giudizio (vi ricordo solo che Natale non è poi così lontano…).

Ah, questa sotto è la copertina, ideata e disegnata da mia figlia Greta.

dav

 

Thunder Road

Voi cantavate Springsteen
mentre io guidavo nella notte
ed è stato un momento perfetto
nonostante stanchezza e buio
o forse proprio grazie a loro
o magari solo perché
proprio in quel momento
mi son sentito felice
di essere lì con voi
e la Paura del futuro
è andata a farsi un giro
magari non le garbava
Thunder Road
che invece a voi piace così tanto
che l’avete imparata meglio di me
e a me
che in quel momento l’ho pensato
ma non l’ho detto
e son rimasto zitto
per non bruciare il momento
non resta che dirvelo qui,
Vi voglio bene.

 

CW

E così accade

Se rinasco faccio la puttana. Questo pensa l’uomo mentre viene nel preservativo tra le gambe della donna che recita parole di incitamento ormai rodate e mandate a memoria. Davvero, si convince l’uomo, soldi facili senza fatica, niente famiglia e figli e debiti e altre rotture di palle, rimugina ancora, pensando ai suoi cinquanta euro scomparsi come ogni mese nel reggiseno della donna. Neanche le tette ha tirato fuori. Sì sì, se rinasco donna faccio la puttana.
E così accade.
Forse per una inconscia reminiscenza della vita passata, l’uomo reincarnato in donna imbocca la via della prostituzione. Ma non ci arriva per una precisa volontà, piuttosto come risultato di scelte sbagliate, di un compagno sbandato e di necessità, come un figlio tanto non voluto quanto poi amato. E mentre recita vuote parole di incitamento all’ennesimo cliente che non si decide a concludere, pensa che se dovesse rinascere, donna o uomo che sia, farà il magnaccia. Soldi guadagnati senza fatica, nemmeno quella di spostare le mutande e allargare le gambe davanti a vecchi e grassoni. Ma un pappone gentile, quello sì, che lo sa quanto prendere botte non sia piacevole.
E così accade.
La donna rinata uomo, senza un vero convincimento personale ma più che altro seguendo una serie di sfortunati eventi e casualità, diventa un protettore. Però uno di quelli gentili e attenti alle sue ragazze, se mai è possibile che un magnaccia lo sia, a patto che loro siano oneste con lui. Non come l’ultima, che lo ha fatto andare nei casini e lo ha trascinato in un vortice di ritorsioni che ora lo vede circondato da una banda di calabresi silenziosi e letali mentre con le ultime forze che gli restano scava una cazzo di fossa nel terreno. Certo, piano ha scavato piano, ma il momento doveva arrivare.
Allora pensa che nella prossima vita si farà una famiglia normale, con tanto di moglie, figli e un lavoro di merda e mal pagato. E le puttane le vedrà soltanto una volta al mese.
E così accade.

Panda

Ho visto la luce a Torino.
Sono uscita dalla linea di produzione insieme a un sacco di mie sorelle, tutte uguali, a parte il colore. Ho creduto che al mondo ci fossero solo auto come noi, fino a quando non ho notato quella Ferrari nell’angolo più lussuoso dell’autosalone. Non nego che quando l’ho vista ho fortemente desiderato essere come lei e mi sono chiesta quale giustizia ci fosse nell’Universo per permettere una tale disuguaglianza.
Rossa, veloce, bella, chissà quale meravigliosa esistenza avrebbe condotto. Sembrava perfino sorridere sotto quel cofano così aerodinamico.
Ma non ci pensai più quando lei mi portò a casa. Me la ricordo bene, ancora giovane e timida, con quel suo modo di guidarmi così impacciato.
Da allora ne sono passati di anni e chilometri. Certo ora che ho una certa età gli acciacchi si fanno sentire ma se ripenso a tutto quello che abbiamo vissuto insieme… Dentro di me ha viaggiato, dormito, scherzato, cantato, mangiato, pianto, riso, fatto l’amore, sognato e immaginato. E io l’ho sempre riportata a casa, felice per lei e con lei. E lei non mi ha mai abbandonato, nemmeno quando auto più giovani e scattanti l’hanno tentata.
Oggi l’ho rivista, quella Ferrari. Ancora bellissima, lucida e potente. Ancora ferma, dietro la vetrina di una concessionaria di auto usate.
Se fossi stata in grado di sorridere, l’avrei fatto.

Ah, guardi, io amo gli animali…

Venne il giorno in cui gli animali si abbassarono al livello degli uomini. Non divennero più intelligenti perché per molti versi lo erano già. Semplicemente diventarono opportunisti come gli uomini, e impararono a sfruttare tutto quello che li circondava soltanto per il gusto di farlo e non per una vera necessità come avevano fatto fino a quel momento.
Fu così che si integrarono pienamente nella società umana tanto che un famoso maiale da ingrasso, una volta conquistata la libertà grazie a inciuci e compromessi degni di un politico di lungo corso, aprì un quotatissimo ristorante frequentato sia dai suoi simili che dagli umani.
Una sera, mentre intratteneva alcuni clienti umani al tavolo, sentì una elegante signora affermare che lei aveva sempre amato gli animali, ed era da sempre sensibile al loro benessere e quindi era molto felice che adesso fossero loro pari.
Lo chef suino nonché stellato fu molto contento di sentire queste parole e si offrì di portare al tavolo dei commensali il suo piatto migliore.
Poco dopo si ripresentò con un bellissimo vassoio contenente un umano di pochi mesi deliziosamente cucinato. La reazione della signora e dei suoi commensali fu chiaramente immaginabile, e quando chiese spiegazioni allo chef, serenamente rispose che anche lui amava moltissimo gli umani e chiaramente teneva al loro benessere, ma questo non gli impediva di mangiarli.

Il piano

Teneva sempre una valigia pronta per ogni evenienza.
Più che una vera e propria valigia, uno zaino. Compatto, completo di tutto, o almeno di tutto quello che pensava potesse servire. Ne aveva perfino approntati due, uno  ben celato nel bagagliaio dell’auto, l’altro in una cassetta di custodia all’interno di un centro commerciale, recuperabile con calma.
Non aveva lasciato nulla al caso. Tutto il suo tempo libero era dedicato alla pianificazione.
In caso di una necessaria fuga improvvisa, ovunque si trovasse, in qualsiasi zona del mondo, aveva una casa sicura dove rifugiarsi, un contatto da chiamare, un piano B per ricominciare da capo.
Alla peggio, se le cose avessero proprio dovuto prendere una brutta piega, esisteva l’opzione finale.
Un rifugio solitario e nascosto a chiunque, in cui negli anni aveva accumulato materiale di ogni genere e viveri a lunga conservazione. Aveva iniziato a prepararlo intorno ai trent’anni e, calcolando ottimisticamente di vivere fino a circa un secolo, ma non di più, stimava di aver ormai accumulato scorte a sufficienza per non aver più necessità di rimettere piede nella cosiddetta civiltà.
Quest’ultima opzione ormai da tempo lo solleticava più di ogni altra e spesso accarezzava l’idea di sparire nel suo piccolo angolo di solitudine, aspettava solo l’occasione giusta, l’abbrivio favorevole.
Questo pensava mentre ascoltava con aria fintamente interessata e accondiscendente i discorsi dei suoi amici e colleghi, all’aperitivo del venerdì. Rise perfino all’ultima battuta sulla situazione politica del paese, mentre in realtà si compiaceva della sua meticolosa organizzazione.
Ed era vero, era tutto pronto e organizzato da tempo ormai, ma solo nella sua testa.

Ineluttabile

“Vai a chiudere.”
Questo è il segnale.
Mostri aspettano dietro quella porta. Spiriti terrificanti, il male incarnato in chissà quale creatura che ogni notte prende possesso delle scale del palazzo.
Il bambino trema al solo pensiero di avvicinarsi a quella porta. Ma non vuole darlo a vedere. Lascia il comodo rifugio del divano in salotto e con finta sicurezza svolge l’incarico.
C’è solo un modo per farlo. Velocemente. Senza pensare. Senza mai indugiare un attimo in più del necessario, altrimenti lo prendono, catturano, trascinano via.
La luce nel corridoio non aiuta, anzi semmai aumenta il malefico buio che impera fuori l’appartamento e dalle scale attende solo il momento adatto a espandere il suo regno di terrore.
Allora il bambino si ferma di fronte alla porta a vetri interna. Da lì può già vederlo, attraverso i vetri smerigliati che mostrano l’oscurità. Chiama a raccolta tutto il coraggio che il suo esile corpo riesce a reclutare e poi con gesti rapidi sgancia la catenella di sicurezza, apre la porta e se lo trova di fronte.
Il buio.
Freddo.
Dolciastro.
Deve agire in fretta, prima che la bestia si accorga di lui. Afferra con forza il battente sinistro della doppia porta di ingresso e lo chiude rapido, poi tremando inserisce la chiave, che fino a quel momento ha tenuto stretta in una mano, nella toppa della serratura e dà tutte le mandate possibili, spingendo forte la porta con tutto il corpo. Sa che se impiega troppo tempo lui potrebbe entrare, strappandogli la porta dalle mani e inghiottendolo.
Un passo indietro, richiude la porta a vetri e chiude anch’essa a chiave, una, due volte. Poi finalmente riprende a respirare.
Il nemico è sconfitto, anche per questa sera.
Ma domani tornerà, puntuale dopo carosello, prima dello spettacolo serale, inesorabile, ineluttabile.

L’altra parte del muro

Forse non c’è stato un momento esatto in cui ho deciso di farlo.
Può essere successo all’ennesima battuta idiota di Matteo, o allo scoppio della risata sempre uguale quanto vuota di Federica. Oppure semplicemente era arrivato il momento.
Senza scalpore, senza pathos. Un piccolo istante che ha aggiunto una piccola goccia al vaso, quel secondo in più trascorso a osservare il mondo che mi scivolava attorno. Mondo costruito da gesti sempre diversi eppure ripetitivi. Gesti e momenti come mattoni a formare un muro sempre più alto, a separare la vita che si vorrebbe vivere da quella in cui ci si trova. E tu a guardarlo quel muro, sempre più alto e sempre più fragile nelle fondamenta. Fino poi a trovartici sopra, a guardare dall’altra parte fissando il vuoto.
E poi a lasciarsi cadere, nel vuoto.
Quindi mi sono alzato piano, abbandonando il discorso di Mauro, che forse stava parlando a me, forse ad Angela. Di sicuro io non lo stavo ascoltando, lei non so. La sua voce era solo una frequenza più forte che si insinuava su un tappeto di chiacchiere, risate, schiamazzi di bambini e tonfi dei tuffi in piscina. Ho fatto un cenno a Chiara, sollevando la bottiglia di birra vuota con una mano e indicandola con l’altra, vado al super, le ho mimato con le labbra, prendo altre birre. Rispondo alla sua aria interrogativa con un sorriso e una leggera alzata di spalle.
Qualcuno si offre di accompagnarmi, forse Achille, la voce si diluisce nell’urlo della figlia piccola di Giorgia che ha perso il ciuccio in piscina, diniego, ringrazio, sono già in strada, oltre la siepe fiorita che divide la mia casa il mio giardino la mia piscina la mia famiglia i miei amici la grigliata di ferragosto dal resto del mondo. Conosco ogni oggetto e ogni anima di quello che lascio dietro quella siepe, o almeno sono convinto di conoscerlo. Salgo in auto, avvio, la radio si accende e subito la spengo. Non voglio sentire voci, parole.
Esco dal vialetto di casa, guido piano verso la zona commerciale, la supero.
D’istinto o per abitudine allungo una mano verso il cruscotto ma mi accorgo di aver lasciato quello che cerco chilometri indietro, dall’altra parte della siepe, dall’altra parte del muro. Immagino Mauro e Angela che lo sentono squillare, le loro voci dire a Chiara che il telefono è lì, che devo averlo dimenticato.
La strada si fa libera, sgombra. Perfino i semafori, le rotatorie, gli incroci sembrano essere da qualche altra parte a festeggiare la festa d’agosto. L’asfalto scivola sotto le ruote come i pensieri scivolano fuori dai finestrini. Guido piano, canto vecchie canzoni, piano.
Il motore elettrico dell’auto non riceve più energia, si spegne. Sicuramente ha cercato di avvertirmi. Ma l’ho ignorato come ho ignorato i cartelli sulla strada e il tempo nell’orologio.
Riesco ad accostare in una piazzola della strada di fondovalle, quale valle sia non lo so. Alte montagne attorno, un fiume lento e silenzioso più in basso. Esco dall’auto e imbocco un sentiero che inizia da quella piazzola e si inoltra tra gli alberi sul fianco della montagna. Piccoli simboli incisi su piccoli pannelli di legno lo identificano. Per me è arabo. Cammino e mi rendo conto che non cammino veramente da moltissimo tempo. Cammino per il sentiero senza pensare a nulla, senza incontrare nessuno. Se non fosse per la fatica e l’aria che da tiepida diventa forse anche troppo fresca avrei continuato per chissà quanto. Ma il sole è sceso da parecchio oltre la cima delle montagne e inizia a non esserci molta luce.
Improvvisamente mi rendo conto di cosa ho fatto. Il muro che ho pazientemente costruito in tanti anni ora è lontano e io sono immerso nel buio che prima mi limitavo a osservare.
Mi sono perso.
Dovrei averne paura, invece non provo nulla, e questo mi fa paura.
Mi siedo sotto un grosso albero e aspetto. Fa freddo. È buio. Aspetto che sia di nuovo caldo. E luminoso.

Chi mi sveglia non parla. A gesti mi fa capire di alzarmi e seguirlo. Lo faccio senza fatica, senza esitazione. Camminiamo per molto, al di fuori di sentieri o vie battute, io e la mia guida che silenziosa mi precede di qualche passo, fino a quando la prima luce accende l’orizzonte delle cime tutt’attorno e i suoi gesti mi permettono di capire che siamo arrivati. Mi aspettavo di trovare un paese, un villaggio o un rifugio, invece mi trovo di fronte a una specie di capanna di tronchi, circondata da alberi e cespugli di rovi fioriti.
L’interno sembra la tana di un eremita o di un hippie scappato dalla civiltà. O una hippie. La persona si rivela essere una donna dall’età indefinita. Una vecchia dalle fattezze di ragazzina o al contrario, una giovane dalle movenze che fanno trasparire una saggezza antica. Con pochi gesti ravviva il fuoco ormai ridotto a brace e un caldo chiarore ci illumina. Poi mi offre del cibo, una specie di pane, bacche e frutta secca, insieme a un sorriso e un bracciale di corda e sassi colorati, forse un regalo di benvenuto. Sorrido anch’io.

Non si smette mai di costruire quel muro. Ogni istante un mattone. Ma questa volta mi trovo dalla parte in cui voglio essere. Per giorni, mesi, forse anni non lo so. Ho perso la misura del tempo, non lo sento scorrere, ma lo vivo. Lei non parla molto e la sua voce è sempre calma, confortante. Non mi chiede nulla della mia vita di prima e nulla domando io a lei. Qui niente ha più importanza se non vivere e godere del solo fatto di vivere. Serve poco per farlo, non sento bisogno di niente che non sia necessario, aria, acqua, cibo. Godo di ogni giorno e di ogni momento, leggero.
Lei è sempre uguale, a volte sembra una bambina, a volte una madre.
Ogni giorno le racconto sempre un’altra mia vita e lei fa finta che non l’abbia inventata. La notte canta canzoni che non ho mai sentito e mi addormento al suono della sua voce. Il mattino nulla si ripete, ma tutto si rinnova.
Fino a oggi.
Oggi mi guardo le mani e non le riconosco. Cerco di ricordare da quanto non vedo la mia immagine riflessa. Mesi? Anni?
Sto bene qui, ma ho bisogno di una risposta alla domanda che come un’onda leggera torna sempre a lambire la mente. La domanda che mi faccio da quando lei mi ha svegliato.
Oggi ho deciso di sapere.
Le chiedo di accompagnarmi e me ne pento subito, appena la tristezza le appanna gli occhi. O forse è delusione. Senza indugiare si inoltra nel bosco. La seguo come la prima volta, senza parlare e senza far caso a nulla se non al suo modo di danzare leggera tra la vegetazione.
Quando infine si ferma, so che siamo arrivati.
Come hai fatto a trovarmi, le chiedo.
Non sono io che ti ho trovato, mi risponde, tu hai trovato me.
E come?
Perché ti eri perso.
Si scosta per farmi passare e riconosco il grande albero a cui mi ero appoggiato.
E sì, mi dico, ecco la mia riposta.
Vedo le gambe distese nell’erba, le scarpe da ginnastica nere ancora ai piedi, il resto del corpo nascosto dal tronco dell’albero. Mi volto, lei si è ritratta, la testa ondeggia lenta, come a dire no.
Allungo una mano nella sua direzione ma un grido squarcia il silenzio. Sentire la voce di Mauro è uno shock. Grida il mio nome così forte da cancellare ogni rumore naturale nei dintorni. Mi volto di nuovo verso l’albero. Quelle scarpe nere si muovono veloci, e le gambe al di sopra corrono trasportando il resto del corpo di Mauro verso di me. Cerco di ignorarlo, corro in direzione opposta cercando lei, trovo solo alberi e cespugli.
Il muro crolla.
Mi inghiotte, mastica, sputa dall’altra parte.

Mi hanno ritrovato dopo una giornata di ricerche, grazie al GPS dell’auto.
Negli anni sono tornato a quell’albero decine di volte. Decine di volte ho pensato di aver immaginato tutto, di aver sognato.
E decine di volte ho accarezzato il bracciale di corda e sassi colorati.
L’ultima volta l’ho lasciato lì, tra le radici.
Perché voglio perdermi di nuovo, ma non posso farlo fino a quando so dove tornare.

 

 

Nota:
Mentre scrivevo questa storia mi sono reso conto che la sua atmosfera ricordava molto una vecchia canzone. Così quella canzone è entrata nella storia.
Se volete, eccola:

Il tempo è denaro

La ricerca di Tonino non ottiene risultati. Le tasche dei pantaloni offrono solo vecchi scontrini appallottolati e abbandonati lì da così tanto tempo che probabilmente gli esercizi commerciali che li hanno emessi nel frattempo hanno chiuso bottega.
Stesso esito per il cruscotto della macchina se si escludono, nell’ordine; una medaglietta di Padre Pio lasciata dal precedente proprietario, un’anziana signora che usava l’auto solo per fare la spesa una volta al mese, un tovagliolino stropicciato simil-carta di quelli da bar o gelateria, tappi di penne Bic rigorosamente morsicchiati, altri scontrini il cui inchiostro è ormai scomparso, un braccialetto etnico risalente alla vacanza post-maturità della quale restano solo pochi e confusi ricordi, il fondo conico di una cialda da gelato che può forse trovare riscontro con il suddetto tovagliolino, molteplici piccole confezioni sia di plastica che di carta rimaste orfane del loro contenuto e in bramosa attesa di essere destinate al riciclo e diversi strati di materiale presumibilmente organico ma della cui provenienza non vi sono prove certe che appartenga a questo pianeta.
Ma soldi o monete, nulla.
Tocca prelevare se vuole bere un caffè.
Il bancomat occhieggia dall’altra parte della strada, luminoso e invitante. E soprattutto ancora vuoto. Tonino si presenta dinanzi alla porta in un baleno, fulminando sul filo di lana il vecchietto che ha visto fare capolino da dietro l’angolo già con la scheda bancomat in mano. Per fortuna è uno di quegli sportelli all’interno di un vano adiacente alla filiale della banca, una volta dentro la porta si blocca e si può fare tutto con calma, senza sentir nessuno sbuffare o battere i piedi o, peggio ancora, dire al telefono sì sto arrivando, appena il tizio allo sportello finisce (sospiro) tocca a me.
Tonino non può fare a meno di notare quanto sia particolare lo sportello automatico in cui è entrato. Lo schermo è più grande del solito e dà quasi l’impressione di essere impalpabile, come fosse un ologramma. Al di sotto si trovano vani dalla funzione sconosciuta, accanto alle classiche feritoie per il ritiro del contante e l’inserimento della carta. Inoltre le pareti sembrano essere di un materiale luminescente che reagisce al movimento.
L’anziano che ha perso la gara bussa sulla porta, per svegliare dal torpore un ancora sorpreso Tonino, che rimasto immobile per più tempo di quanto lecito, estrae la carta dal portafoglio e la inserisce. Mentre il sistema gestisce la richiesta con una faccina sorridente sullo schermo, Tonino si prepara psicologicamente a vedere quel laconico piccolo numero che di solito indica il saldo.
Invece sullo schermo compare il volto sorridente di una giovane impiegata.
“Buongiorno signor Bosello.”
“Buongiorno.” Risponde meccanicamente Tonino, leggermente frastornato dal volto vagamente familiare della donna.
“Si domanderà come mai sono comparsa io al posto della solita schermata.”
Tonino, che in realtà si sta domandando se la ragazza assomigli di più a sua madre o alla ragazzina di cui era innamorato alle elementari, risponde affermativamente.
L’impiegata accentua se possibile il sorriso perfetto che gli disegna il volto. La ragazzina delle elementari, sì, assomiglia a lei, decisamente.
“Lei, signor Bosello, è il primo cliente che può usufruire del nostro nuovo servizio che da oggi verrà implementato in ogni sportello automatico della nostra Banca.”
“Ah. Bene.”
“In pratica le offriamo un credito virtuale applicabile al suo prodotto bancario, in questo caso specifico la carta ricaricabile che ha appena inserito. Dovrebbe aver ricevuto via mail una presentazione di questo nuovo servizio.”
“No… Sì… Forse, non guardo spesso l’email.” Risponde Tonino consapevole di aver cestinato diversi messaggi della banca senza nemmeno aprirli.
“Nessun problema, se ha tempo le spiego rapidamente.”
“Grazie…” Non può dire di no a quel viso.
“Avrà notato la particolarità dello sportello.”
“In effetti…”
“In realtà le pareti sono costituite da uno Scanner a Fotoni Potenziati che al suo ingresso l’ha esaminata da cima a fondo.”
“Cosa?”
“Non si preoccupi, non è assolutamente dannoso per la salute, anzi, in questo modo la nostra Società può valutare il suo stato di salute e quantificare la sua spettanza di vita.”
“Cosa?”
“E guardi che non si tratta di un mero calcolo statistico, il nostro SFP è in grado di calcolare l’esatta durata della sua vita, salvo incidenti o calamità naturali non possibili da prevedere.
“…”
“Capisco la sua perplessità, signor Bosello, mi creda. Ma quello che le proporrò ora sono sicura la farà ricredere. Ma prego, si accomodi.”
A quelle parole una piccola ma invitante seduta fuoriesce dalla parete alle spalle di Tonino, a cui non resta che approfittarne.
“Benissimo, ora si rilassi e ascolti la nostra proposta. Partendo dal famoso assunto che il tempo è denaro, le proponiamo un accredito di 1000 euro sulla sua carta prepagata in cambio di 24 ore della sua vita.”
“Ok, è uno scherzo.” Risponde Tonino accompagnando le parole con una risata e cominciando a guardarsi intorno per trovare le telecamere nascoste.
Ma il positivo ottimismo dell’impiegata non cambia, se non per dare alle proprie parole una sfumatura che fa tornare alla mente di Tonino la madre che gli leggeva la favola della buonanotte, tanti anni prima.
“Ovviamente capisco la sua reazione, signor Bosello, e le ripeto, siamo di fronte a qualcosa di eccezionalmente nuovo.”
“Ma come potete prendermi un giorno di vita?”
“Energia, signor Bosello, energia. La chiami energia vitale se vuole, fatto sta che il nostro SFP è in grado di assorbire una certa quantità della sua energia e immagazzinarla altrove.”
“Per farne cosa?”
“Domanda pertinente, signor Bosello, ma vede, noi non le chiederemo cosa farà con i soldi che le daremo in cambio.”
“Insomma, in pratica, questa macchina mi toglie un giorno di vita e in cambio mi date mille euro?”
“Esatto.”
“E se mi mancasse da vivere proprio solo un giorno?”
“Come le ho già spiegato sappiamo quale sia la sua spettanza di vita, e pur non potendo comunicargliela per una serie di cavilli burocratici, il nostro sistema è dotato di codici di sicurezza tali da non consentire l’estrazione di energia vitale da un soggetto che non ne possegga in quantità adeguata. In poche parole, se a lei mancasse poco da vivere, il sistema non si sarebbe nemmeno attivato.”
“Non so perché questa cosa non mi tranquillizza affatto.”
“La capisco, Ninnino, se lo desidera…”
“Ninnino? Solo mia madre mi chiamava così.”
“Oh mi scusi signor Bosello, cercavo solo di farla sentire a suo agio, vede nel nostro database sono immagazzinate una quantità tale di informazioni che a volte…”
“Lasciamo stare. Allora come funziona questa cosa?”
“Attivo subito la procedura che naturalmente dovrà seguire solo per questa prima volta.”
“Non so se ce ne saranno altre.”
“Naturalmente è libero di non usufruire più del servizio se non lo trovasse di suo gradimento.”
Il volto dell’impiegata si riduce a un angolo dello schermo mentre il resto viene occupato da una serie di riquadri zeppi di testo in caratteri piccoli e ognuno dotato di due icone, Accetta e Rifiuta. Tonino legge distrattamente le prime righe di ogni riquadro e clicca ogni volta su Accetta. Le solite richieste sul trattamento dei dati personali e codicilli di regolamenti che probabilmente non hanno letto nemmeno quelli che li hanno redatti.
“Perfetto signor Bosello.” Dice il volto nello schermo al termine della procedura. “Un’ultima cosa, inserisca una mano nel piccolo apposito vano di fronte a lei. Grazie, può toglierla. Ora si rilassi mentre il sistema provvede al prelievo di energia. Dopodiché le verrà accreditata la somma sulla carta.”
Solo dopo aver sentito un leggero formicolio alle mani Tonino si rende conto che la procedura di prelievo è già avvenuta. Un attimo dopo il saldo sullo schermo si aggiorna a mille euro in più.
Tonino cerca di capire se c’è qualcosa di diverso nel suo corpo o se in qualche modo si sente più vecchio di un giorno. Ma l’unica cosa di tangibile è il saldo maggiorato della sua carta ben visibile sul display.
“La procedura è andata a buon fine, signor Bosello, la prossima volta potrà eseguire il prelievo molto più in fretta, speriamo di poterla avere ancora tra i nostri clienti.”

Si dice che il mattino ha l’oro in bocca. Tonino pensa che quel particolare mattino sia anche particolarmente dorato.
Il giorno prima ha speso tutti i mille euro appena ricevuti. Si è tolto qualche soddisfazione, festeggiato con gli amici, ma con una cifra così bassa non ha potuto certo fare molto.
Per questo ora è di nuovo di fronte al bancomat.
E non si stupisce più di tanto di trovarvi una lunga fila di persone sorridenti. Ok, pensa, ne varrà la pena, visto ciò che ha in mente.
Mentre aspetta in coda il nuovo cellulare notifica diverse email e avvisi da chat di amici che si congratulano con lui per la bella serata appena trascorsa.
Tonino ignora le email e si dedica a rispondere alle chat mentre distrattamente ascolta i discorsi degli altri e si ritrova a considerare quanto la donna dello sportello abbia a tutti ricordato qualcuno. La porta di accesso gli compare davanti quasi senza che se ne accorga. Una volta dentro inserisce la carta e come già preannunciato non ricompare tutta la schermata di presentazione. Tonino ha ben chiaro in mente ciò che vuole. Ignora il menu di accredito rapido da 1000 euro per 24 ore e clicca sull’icona Altro Importo. Compare la stringa dove inserire la cifra. Tonino inizia a digitare e non si ferma fino a quando sullo schermo campeggia un uno seguito da sei zeri. Ci ha pensato su parecchio, non ci ha dormito tutta la notte. Ha fatto i suoi conti. Il sistema gli ha detto che ha una spettanza di vita sufficientemente lunga. Non vuole certo sapere quanto gli manca da vivere, ma tre anni non sono poi così tanti. E un milione di euro in cambio di poco meno di tre anni di vita gli sembra un buon affare. Non esita un istante a cliccare su Conferma dopo aver digitato la cifra. Lo schermo si oscura e compaiono due rotelline a forma di ingranaggio che simulano il ragionamento del software. Le pareti cambiano di colore mentre fuoriesce la seduta e Tonino ci si accomoda sopra pronto al formicolio. Ma questa volta l’effetto è diverso. Un susseguirsi di brividi freddi che partono dall’addome lo scuotono fino a raggiungere le estremità di mani e piedi. Terminata la procedura le pareti tornano alla loro luminescenza normale e sullo schermo compare il nuovo saldo della carta. Tonino si tasta il corpo cercando di capire se è tutto al suo posto. Sollevato, ritira la carta dal bancomat e esce con un sorriso che gli taglia il viso da orecchio a orecchio. Sul marciapiede il codazzo di gente che non vede l’ora di poter usufruire dell’innovativo servizio è sempre più lungo e chiassoso. Il cellulare di Tonino continua a emettere bip a ripetizione, Ma lui non gli presta attenzione. Osserva la città che gli si apre davanti come un meraviglioso pacco di Natale nelle mani di un bambino.

“Buongiorno signor Bosello. Cosa posso fare per lei?” Esordisce al telefono l’operatore di call center del servizio clienti della banca.“
Cosa può fare per me? Per esempio spiegarmi perché la mia carta è vuota?”
“La prego signor Bosello, si spieghi meglio.”
“Avanti, sapete benissimo che cosa è successo. Ho prelevato un milione di euro ieri. Tre anni della mia vita. E questa mattina il saldo sulla carta è pari a zero. Come è possibile?”
“Mi spiace signor Bosello ma è la normale procedura.”
“Cosa vuol dire, è la normale procedura?”
“Lei è stato opportunamente edotto di quali siano le condizioni di utilizzo del nostro servizio?”
“Certo. Me ne ha parlato l’altro ieri l’operatrice a video nello sportello bancomat. Mille euro in cambio di ventiquattro ore di vita.”
“Esatto signor Bosello, le è stato spiegato tutto da ISIC, la nostra Impiegata Software Interfaccia Cliente.”
“Un software?”
“Acquistiamo energia vitale al valore di mille euro per 24 ore. Naturalmente ISIC le avrà esposto anche tutto il regolamento e i termini contrattuali.”
“Sì, credo di sì, ma la questione è che ieri ho… vi ho venduto tre anni di energia vitale.”
“Infatti signor Bosello, il regolamento prevede che non vi sia un limite sulla donazione di energia e relativo prelievo. Il limite consiste nel tempo di utilizzo del denaro ricevuto.”
“Cosa?”
“Per non incorrere in quella che potrebbe essere definita una frode, la legge prevede che il denaro, essendo elargito in cambio di energia vitale potenzialmente immateriale, deve essere utilizzato nell’arco di massimo 24 ore, dopodichè diventa esso stesso immateriale. In pratica smette di esistere.”
“Cosa???”
“E’ tutto specificato nel contratto di servizio. Lei naturalmente ha letto e accettato i termini di servizio, signor Bosello?”
“Io…”
“Le sono state inviate anche diverse email di avvertimento, visto il suo prelievo particolare.”
“Ma…”
“Vedo qui sul terminale che lei ha cliccato affermativamente su ogni schermata del contratto. C’è perfino un campione del suo DNA a conferma.”
“Quindi…”
“Lasci che glielo dica a titolo personale, signor Bosello, il contratto di servizio è blindato, non c’è modo che lei possa rivalersi. Le consiglio di inghiottire il boccone e andare avanti.”
Tonino resta senza parole, allontana il telefono dall’orecchio e ne fissa il piccolo schermo che mostra la chiamata aperta. Poi riprende la conversazione. “Quindi, posso fare un altro… piccolo… prelievo?”
L’operatore resta in silenzio e dal piccolo auricolare arrivano solo ticchettii di tastiera. Poi la voce dell’uomo assume un tono confidenziale. “Signor Bosello, vede, non dovrei nemmeno… mi spiace, non credo che sarà possibile… sa, i codici di sicurezza per la protezione del cliente… se mi posso permettere, a titolo personale, se c’è qualcuno che vuole chiamare, ecco, lo faccia in fretta, prima di… Signor Bosello, mi sente? È ancora lì…? “

La città dimenticata

Lei aspetta.
Questa volta ha deciso di aspettare. Aspetta seduta sul grande divano stile Impero che è stato di sua madre e ancor prima della madre di sua madre.
Il divano su cui era seduta quando lui le ha chiesto la mano. Antico mobile che ha visto passare guerre e generazioni.
Aspetta e divaga, con la mente che accarezza i ricordi e le mani che accarezzano lo spesso velluto dei cuscini.
Il rintocco sordo dell’orologio a pendolo torna puntuale a ricordarle lo scorrere del tempo. Le lampade ad olio illuminano il salotto sempre con il solito scarso entusiasmo, lo stesso che lei ha nel ricaricarle. In fondo, dalle finestre comincia a farsi strada un’idea dell’alba. Eccolo, quel preciso momento in cui il buio della notte cede il passo al primo chiarore. E’ impercettibile ai più, che non prestano la dovuta attenzione, al contrario di lei a cui è sempre piaciuto quell’istante così impalpabile eppure così reale.
Lui compare nel salotto senza preavviso. Lei doveva essere così concentrata sull’alba da non avvedersi del suo arrivo.
“Debora, cara, ti sei svegliata presto.” Si presenta lui, sulla difensiva.
“Mirco…” Lo appella lei, a mo’ di saluto, “ultimamente non riesco a conciliare il sonno.”
Lui vorrebbe rispondere con qualche parola che possa servire ad stemperare il momento, ma tutto ciò che la strana foschia dimorante nel suo cervello riesce a produrre, e che prende poi la via delle labbra, è un gemito che nelle migliori intenzioni assomiglierebbe a un eh già. Al contempo tutta la poca concentrazione che ancora resiste all’oblio è catalizzata dalla vecchia bottiglia di brandy che prende polvere da secoli sul tavolino di fronte al camino spento, salvo poi farsi sconfiggere da un rapido quanto inatteso momento di lucidità che suggerisce non essere l’ora adatta per un ulteriore bicchiere.
“Che dici,” domanda Mirco, “facciamo colazione?”
Lei lo squadra da capo a piedi, trattiene a stento giustificate imprecazioni. “Non saresti in grado nemmeno di bere un bicchiere d’acqua in quelle condizioni.”
“Esatto!” Esclama lui. “Infatti, forse, un bicchierino di quel bran…”
“Non osare toccarlo!” Sentenzia lei alzandosi di scatto.
Ma è tardi, lui ha già messo in movimento tutti quei muscoli del corpo che nelle loro migliori intenzioni volevano portare una mano ad agguantare la bottiglia, ma che dopo il contrario e perentorio ordine della moglie non sanno più che cosa fare e si contrastano un con l’altro, con il solo risultato di andare a sbattere tutti insieme contro la bottiglia e ruzzolare a terra provocando un gran fracasso.
La donna si allontana di scatto per evitare di inzaccherare la larga gonna a balze con lo stagionato liquore e libera finalmente i pensieri e le parole nefaste che l’hanno accompagnata per tutta la notte. “Maledizione, Mirco! Idiota! Stupido idiota ubriacone! Sai quanto ci tiene mio padre! O Gesù! Potevi anche evitare di tornare a casa…”
Il fiume di parole continua, imperterrito e incontrastato, si riversa sull’uomo steso a terra che ormai è tutt’uno con il vecchio tappeto persiano e i vestiti inzuppati dal brandy del suocero. Fiume di parole che nelle orecchie di Mirco perdono senso e si mescolano solo al pensiero che in fin dei conti quel liquore non valeva tutto quel casino.
“Andiamo,” riesce a infilare in una piccola pausa della moglie, “non è poi così grave.”
A quelle parole la donna si tacita, compunta. Stira nervosamente la gonna con le mani e si muove convulsamente avanti e indietro, convinta di dover rimettere in ordine in fretta ma non decidendosi sul farlo.
“Dove sei stato?” Chiede infine, cercando di riprendere in mano il filo del discorso preparato nelle ore precedenti.
Lui risponde con un altro grugnito da manuale, e se non fosse per il precisissimo calcio che la moglie gli assesta a una caviglia, l’avrebbe sicuramente data vinta alla voglia di chiudere gli occhi e dormire. A fatica, e dolorante, si solleva e prende posto nel piccolo sofà in fronte a lei lasciandosi sprofondare nella morbida seduta, dando quasi l’impressione di sparirci dentro.
“Un grave lutto, mia cara. Eusebio, il farmacista. È venuta a mancare la sua nipotina. Una tragedia. Eusebio si è lasciato prendere dallo sconforto, c’è voluta tutta la notte per convincerlo a non compiere un gesto folle e sconsiderato.” Racconta tutto d’un fiato, poi si porta una mano sugli occhi e attende silenzioso una reazione.
“Una vera tragedia…”
“Assolutamente, mia cara.”
“Pensavo che dopo una settimana se ne fosse fatto una ragione.”
L’uomo sembra risvegliarsi un poco, colto di sorpresa dal commento della moglie. “Una… settimana…” Ripete.
“Da tanto è venuta a mancare la nipote, giusto? Credo me ne abbia parlato Enrichetta. Incredibile che Eusebio abbia ancora necessità del tuo supporto morale e, soprattutto, della tua compagnia al pub.”
“Cosa devo dirti, cara… Forse ha subito una ricaduta…” Risponde lui cercando di conferire un tono convinto alle parole.
“Certo, sicuramente,” commenta lei con un leggero tono scherzoso, “e poi la nipote di Eusebio aveva solo 74 anni, una bambina…”
“Nel fiore degli anni…” Sussurra lui, convinto.
“Io credo, invece,” continua la donna sporgendosi in avanti, “che dovresti evitare di inventare fantasiose bubbole per coprire le tue avventure.”
“Bub… bubbole? Ma…”
Debora interrompe il marito con un gesto finale. “Basta. Siamo lo zimbello del paese. Io sono lo zimbello del paese. Devo solo ringraziare che i miei genitori siano talmente anziani da non occuparsi più di queste faccende e che le mie amiche più intime abbiano ancora la grazia e la misericordia di venire a trovarmi a casa.”
“Ha!” Esclama lui, cedendo infine alla tentazione di riprendere la bottiglia da terra e versarsi un dito abbondante del brandy ancora rimasto. “Le tue amiche!”
“Esatto. almeno loro mi sono fedeli.”
“Cosa vorresti dire con questo?”
“Lo sai benissimo, caro, cosa intendo.”
Lui non risponde, socchiude gli occhi e per qualche istante non lascia intendere se stia per dire qualcosa o cedere definitivamente al sonno. Infine si raddrizza sul divano e posa il bicchiere.
“Non crederai davvero a quello che vengono a raccontarti le tue sedicenti amiche.”
“Credo a quello che so. Mirco. Credo al fatto che rientri sempre più tardi. Credo al fatto che frequenti tutti quei nuovi sobborghi. Credo che trascorri tutto il tuo tempo correndo dietro a ogni nuova gonnella che arriva in città e che ti senti in dovere di aiutare a integrarsi. In che modo poi, preferisco non immaginarlo. Credo che tu l’abbia sempre fatto, Mirco, nonostante le tue ripetute promesse, i tuoi spergiuri. Credo che tu sia la vergogna della nostra famiglia. Mi spiace solo di non poterti cacciare di casa. Definitivamente, intendo.”
Dopo la sfuriata i coniugi restano in silenzio per il tempo sufficiente al sole di superare l’orizzonte e proiettare ombre lunghe sulla piccola città.
Infine l’uomo si rimette in piedi e lentamente, mentre parla, cerca di riprendere un contegno, per lo meno negli abiti. “Quindi, devo considerare il fatto che non sono più il benvenuto tra queste mura. D’altronde non mi sono mai trovato veramente a mio agio, cara, in fondo questo è il piccolo palazzo d’inverno della tua famiglia, è vero, io qui sono solo un ospite, alfine, e a quanto pare non gradito. E’ vero, cara. Ho promesso molte volte di mantenere un contegno, come lo chiami tu. Ma vedi, data la situazione, non vedo quale contegno vi sia ancora da tenere. Tu piuttosto, quando la smetterai di vivere nel passato, legata alle vecchie abitudini, al tè delle cinque, alle visite obbligate di casa in casa, alla canasta settimanale, perfino alla messa della domenica. Questa città e i suoi abitanti sono stati dimenticati da Dio e a malapena gli uomini vi mettono piede, e solo se vi sono costretti. E questo lo sai.”
Un’ultima sistemata alla cravatta e l’uomo si dirige verso la porta, di nuovo sobrio, di nuovo sveglio.
“Hai ragione.” Risponde la donna con un filo di voce, appena prima prima che lui si richiuda la porta alle spalle. “Hai ragione. Sono caparbiamente legata alle mie abitudini. Perchè sono l’unica cosa che mi fa sentire viva.”

L’aria del mattino è fresca, frizzante. Mirco passeggia lentamente, le mani nelle tasche del soprabito e la mente finalmente libera da foschie alcoliche. Il chiarimento avuto con la moglie non cambierà certo la situazione, questo lo sa, ma per lo meno gli ha dato la scusa per uscire nuovamente di casa. Questa sera tornerà per cena, pensa. Le porterà un mazzo di fiori e si scuserà per l’ennesima volta, poi forse cercherà di comportarsi in maniera più consona.
Un passo dopo l’altro, Mirco abbandona il centro, con i suoi viali costellati da alberi antichi e le storiche ville nobiliari tutte diverse una dall’altra, costruite in un crescendo di orgoglio familiare e desiderio di immortalità. Cammina poi accanto ai casermoni popolari, attraversa i piccoli parchi voluti da amministrazioni ecologiste appena al di fuori dei confini della città originaria e prosegue nelle moderne zone ricavate dove prima era tutta campagna. Qui tutto è innovativo. Debora li chiama sobborghi, li disprezza, ma non ci si è mai recata. Le abitazioni sono integrate alla natura, un tutt’uno con i boschi, i laghetti e le radure che già esistevano. Sembra tutto più bello, più vivo. Non sa che giorno sia, da quando non lavora più ha perso la cognizione del tempo, ma in giro c’è un sacco di gente. Famiglie a passeggio, coppie che si tengono la mano, persone sole che come lui passeggiano in cerca di tranquillità. Una panchina lo accoglie e lì si perde a osservare il mondo. Forse si appisola, perchè quando riapre gli occhi si ritrova quasi solo, non fosse per un piccolo gruppo che poco distante sta terminando una cerimonia. Quando tutti se ne vanno resta una giovane donna, anche lei seduta su una panchina. Lo sguardo attento, curioso. Mirco non resiste, a dispetto di tutte le buone intenzioni. Si avvicina.
“Ben arrivata, signorina.”
“Grazie.” Risponde la donna, stupita che lui le rivolga la parola.
“Non si preoccupi, il senso di straniamento passerà in fretta.” La rassicura.
“Ok… E’ che… non me l’aspettavo… Lei chi è?”
“Mi permetta. Mirco Bergonzoni Chiaravalle.”
“Oh. Io mi chiamo Alessia. Alessia Palumbo. Lei è qui da molto?” Domanda lei riferendosi agli abiti ottocenteschi di lui.
“Abbastanza tempo da potermi permettere di farle da guida, signorina, se lei me lo permetterà, ovvio. Vivo nella parte antica, nelle cappelle di famiglia, in centro. Sa, quelle con i monumenti in pietra, i nomi scolpiti e tutto il resto. Beninteso, preferisco enormemente questo stile moderno e minimalista che usate ora voi giovani, un bel tappeto erboso… Ciò non di meno, sarò lieto di farle da Cicerone tra i monumenti del centro storico. Ma non si preoccupi, in questo nostro piccolo cimitero di provincia vi è anche modo di divertirsi, se si sa dove andare. E io, modestamente, lo so.”

Anche i supereroi lo fanno…

Una bella mattina di agosto il nostro eroe di tutti i giorni, Clark Kent, si sveglia pieno di buoni propositi e un gran desiderio di essere utile alla società. Così dopo una buona colazione preparata con amore dalla sua ormai compagna di vita Lois Lane, si reca in ufficio, la cabina del telefono all’angolo dell’isolato. Sì, mi giunge all’orecchio il vostro disappunto. Lo so che le cabine telefoniche non vi sono più ma, suvvia, stiamo parlando di un essere alieno proveniente da un lontano pianeta esploso di cui è l’unico superstite arrivato poi sulla Terra dove grazie alle radiazioni solari che a noi ci uccidono a lui invece lo fanno diventare superfigo, e voi mi fate le menate per una cabina del telefono?
Per cui dicevo, il Nostro, dopo essersi cimentato in un cambio d’abito che avrebbe fatto impallidire pure Fregoli, assunte le spoglie di Superman si lancia al confine dell’atmosfera e grazie al superudito di cui è dotato per le ragioni di cui sopra, si pone in ascolto di qualsivoglia richiesta d’aiuto.
Subito le grida provenienti da supermarket e licei statunitensi attirano la sua attenzione. Non si tratta di grida di giubilo di casalinghe disperate per essere riuscite a fare una spesa annuale di coca cola e colla vinilica completamente gratis grazie ai buoni sconto, o delle sguaiate esclamazioni di giovani studenti in preda a tormenti ormonali, bensì delle urla di disperazione per le ennesime sparatorie causate da ragazzini annoiati a cui si è rotta la play station mentre giocavano a Fortnite. Ma queste grida vengono sopraffatte dal rombo di un aereo di linea intercontinentale che sta precipitando nell’oceano a causa di un guasto a un congegno a cui è saltato un bullone perché per risparmiare sui costi la compagnia ha fatto manutenzione con pezzi non originali. E comunque non è gran cosa un solo aereo che precipita a confronto della immane e potenzialmente disastrosa fuga di radiazioni proveniente da un sottomarino russo esploso nel mare del nord, anzi no scusate non è mai successo dicono i russi, che si guardino invece i giapponesi il cui reattore di Fukushima ancora brucia indisturbato sottoterra andando a intaccare falde acquifere e l’acqua del mare. Mare oceano che si sta spopolando e in cui le balene, quelle poche rimaste, urlano il loro dolore mentre vengono cacciate e annientate. Che poi le richieste di aiuto e le voci di disperazione arrivano non solo dal mare, sopra e sotto l’acqua, ma anche dalla terra, perché le super orecchie del superfigo captano una quarantina di guerre in atto sul pianeta e si sa, il prodotto finito delle guerre sono i morti e i feriti. Ah, poi ci sono i pianti di quelli che muoiono di fame, dei minori stuprati in ogni parte del mondo da uomini di ogni fede e di ogni credo politico, il boato delle ruspe che radono al suolo l’amazzonia, il sibilo tremendo di un incendio che spazza la Siberia e aumenta esponenzialmente il livello di CO2, lo scroscio delle acque disciolte in Groenlandia, le urla tenute lontano dalle città provocate dalla mattanza nei mattatoi, i pianti delle donne maltrattate, violentate, uccise da padri e mariti, e un’infinità di altri soprusi e ingiustizie.
Fatto salvo tutto ciò, Superman si rende conto che non sussistono grossi pericoli rappresentati da qualche megacattivo intenzionato a distruggere il pianeta, per cui decide, dopo un’attenta riflessione, di lanciarsi verso lo spazio profondo alla ricerca di qualche altra forma di vita da aiutare.
Questa volta, intelligente.

Ps; vi domanderete quale attinenza abbia il titolo vagamente malizioso con il contenuto del post. Nessuno, serviva solo a suscitare curiosità. Lo avessi intitolato “Pippone moral/ambientalista”, lo avreste letto?

Una serata perfetta

Eppure non ci voleva molto perché la serata fosse perfetta.
Luglio. Moglie e figli in vacanza. Tv a comando vocale a completa e indiscussa disposizione. Milioni di canali in tutte le lingue del mondo. Frigo pieno di birre e dispensa zeppa di cibo spazzatura che aspetta solo di essere, in egual misura, sia ingurgitato che sbriciolato sul divano. Ventilatore oscillante posizionato in sito strategico e settato alla massima velocità.
Ugo prende possesso della poltrona più comoda della casa senza dover prima scacciare il cane, anche lui in vacanza a centinaia di chilometri di distanza. Troppo bello per essere vero.
E infatti qualcosa a turbare la perfezione del momento c’è.
La classica piccola zanzara.
Che è rimasta lì, appollaiata in un angolino, occultata come un cecchino, ricacciando i morsi della fame in attesa della preda perfetta, studiando le trappole posizionate dai suoi acerrimi nemici, i ragni. Ha trascorso la giornata scansionando la zona di caccia più e più volte e quando la preda ha finalmente fatto la sua comparsa, ha aspettato il momento migliore per dare inizio all’attacco. Decolla silenziosamente lasciandosi cadere dal soffitto e optando per un volo a planare lento e circolare sopra l’obiettivo. Avvicinandosi all’uomo individua il punto preciso da colpire. Una zona della pelle sul collo che promette di essere morbida e succosa. L’uomo è distratto, bombardato dalle immagini della tv e anestetizzato dalla birra. Eccolo il punto di arrivo, la zanzara già pregusta il sapore del sangue, ancora pochi centimetri… una violenta folata d’aria la scosta di lato facendole perdere il controllo della planata.
Il ventilatore, maledetta invenzione degli umani, diabolica macchina disturbatrice del libero volo. L’insetto deve sbattere le ali per riprendere il controllo, rinunciando al volo occultato.
I sensori acustici dell’uomo (sì, le orecchie) rilevano il ronzio e il meccanismo di difesa automatico (un braccio) si attiva, sferzando l’aria così, senza un reale obiettivo.
Ormai l’effetto sorpresa è saltato. Il piccolo Stuka biologico riprende quota e tenendo conto del ciclo di oscillazione del ventilatore reimposta la strategia di attacco. Il collo non è più l’obiettivo primario, troppo esposto alle perturbazioni e troppo vicino all’apparato uditivo della vittima.
Piano B.
Polpaccio.

Poteva essere una serata perfetta. Non fosse per quella maledetta unica zanzara che lo tormenta. Ugo finge di seguire il programma, immobile e apparentemente inerme. In realtà tutti i cinque sensi si sono allertati allo scopo di individuare ed eliminare il nemico. Non l’ha sentita arrivare e non capisce nemmeno come sia potuta sopravvivere a tutte le spirali alla citronella e all’antizanzare elettrico. Deve essere uno di quei mosquito di ultima generazione, quelli di cui ha letto su facebook. Il post era chiaro, le multinazionali degli insetticidi hanno potenziato una nuova generazione di insetti resistenti ai loro veleni, per produrne così di nuovi e indurre i consumatori a comprarli. Ma lui non lo fanno fesso, lui crede nella tradizione. I nuovi insetti super-resistenti dovranno vedersela con le sue mani, o tuttalpiù con la suola delle sue ciabatte.
Per cui ora Ugo è in attesa. Senza muoversi troppo silenzia il televisore. Eccola, la sente arrivare, lontana, circospetta, si avvicina e si allontana, come a studiare la traiettoria migliore per colpire. Ma non lo coglierà di sorpresa.
Di nuovo il ronzio, lo sente scendere verso il basso e sparire. Si sporge in avanti, molto lentamente, trovata, si è posata sul polpaccio. Il braccio scatta, la mano schiaffeggia la gamba con violenza provocando un secco schiocco.

Appena in tempo. Giusto quello per inserire la proboscide e fare qualche sorso. Sapeva che la mano dell’uomo sarebbe arrivata ancora prima che lui iniziasse a muoverla. Rinvigorita da quel veloce aperitivo la zanzara è ora al massimo delle sue potenzialità offensive e difensive.

Inizia la danza.
L’uomo abbandona ogni attività ludica e si pone in modalità caccia.
La zanzara si trasforma in una specie di rivoluzionario cubano adottando tecniche di guerriglia. Attacco. Fuga. Attacco. Fuga.
L’uomo recupera da un cassetto l’artiglieria pesante. Schiacciamosche made in China, racchette elettriche comprate in offerta al discount, lampade led aspiranti a batteria potenziata da piazzare ai quattro angoli della stanza. Dimenticandosi poi di essere sovrappeso e a rischio infarto, inizia a volteggiare e roteare saltando da un divano a una poltrona, scivolando sulle piastrelle in cotto come un Roberto Bolle pervaso da una chiamata divina.
La zanzara dal canto suo utilizza tutta la sua capacità di offesa verso la preda che tenta invano di intercettarla. Un gigante goffo e lento che nulla può contro dimensioni minute e innata agilità. Non ci vuole molto perché il mastodonte umano crolli pesantemente sul divano, ansimante.

Eccolo lì, pensa la zanzara, sconfitto e umiliato, sarebbe così facile ora dargli il colpo di grazia, una puntura precisa e fastidiosa su un lobo dell’orecchio. Non tanto per l’ultima goccia di sangue di cui ormai è sazia, ma giusto per sancire la vittoria e mettere in chiaro chi comanda.
Ma no, decide di essere magnanima. Si ritira in buon ordine nel suo angolo tranquillo. Fino al prossimo richiamo della fame.

Eccola là, quella maledetta, pensa Ugo. Tronfia e gonfia del sangue che gli ha succhiato, appesa al soffitto a farsi beffe di lui. Senza nessuna convinzione le lancia contro una ciabatta, così, più per stizza che per altro. La ciabatta rotea in una parabola che la fa colpire il soffitto e ricadere floscia dietro la televisione, lasciando sul soffitto i resti della zanzara in una macchia di sangue.
È finita. Ora è di nuovo pace.
Ugo riprende possesso del telecomando, della bottiglia di birra miracolosamente scampata alla battaglia e della sua poltrona preferita. Non fosse per il fastidio delle punture sparse per il corpo sarebbe di nuovo una serata perfetta.
A parte la macchia sul muro, naturalmente.
Non può fare a meno di sollevare lo sguardo, proprio sopra il televisore. Impossibile ignorarla, concentrarsi su altro, nemmeno 22 uomini in pantaloncini che prendono a calci un pallone riescono nell’intento.
Perché c’è qualcosa che lo disturba in quella macchia. E non è il fatto che sia composta da ciò che era un essere vivente e dal suo sangue. E’ la sua forma. Ugo si convince che ci sia qualcosa di strano nella apparentemente casuale forma della macchia.
Decide quindi di alzarsi e dare un’occhiata più da vicino.

La porta devono forzarla per riuscire ad entrare, visto che è chiusa dal chiavistello interno. La moglie è la prima a entrare, preoccupata per il prolungato silenzio del marito. Lo trovano lì dove è rimasto nei due giorni precedenti, a terra, in una posa scomposta, tra i pezzi della televisione e del tavolino schiacciati dal peso dell’uomo. Vicino, una sedia della cucina riversa con una gamba delle quattro spezzata.
Nessuno fa caso alla macchia sul soffitto ormai scura e secca. Nessuno si avvicina per controllarne la strana forma che ricorda vagamente qualcosa.

Lo facessero, si prendessero la briga di guardarla, noterebbero che il sangue di Ugo e i resti della zanzara sono lì a formare una parola, piccola ma inequivocabile.
Crepa.

Non leggere se hai altro da fare.

Non faccio nulla.
Mangio distrattamente. Bevo.
Fisso ostentatamente un alberello di prugne. È carico fino allo sfinimento e i frutti iniziano a cadere per la noia. Nessuno li raccoglie.
Per l’ennesima volta mi ripeto tutto ciò che dovrei fare. Le telefonate, le mail, i semplici messaggi. Che non ho voglia di fare. Perdo innumerevoli secondi per decidere se obnubilarmi in un’altra puntata di un altro serial o scrivere qualcosa. Tutto pur di non fare quel che devo. Sto scrivendo, per cui una decisione l’ho presa. Sì, poi farò le telefonate e manderò i messaggi, ma dopo. Perché io sono un procrastinatore. Quanto mi piace perdere tempo. Per giustificarmi mi convinco che anche guardarsi in giro pontificando su quanto sia bello guardarsi in giro è una rara forma d’arte di cui solo pochi eletti nel mondo sono in grado di godere. Lo so, lo so, si chiama fancazzismo, e non è propriamente una branca dell’arte della meditazione. E non è neanche riservata a pochi eletti. Ma lasciatemelo credere, suvvia, che vi costa?
In fondo, anche voi, se avete letto tutto questo, non avete forse volontariamente perso del tempo?
Ciao colleghi.

Proposta

E’ il momento in cui Cristina spegne il motore della sua 500 che la tensione l’abbandona, di colpo, come una cascata d’acqua che trabocca dall’apertura di una diga. Si è accumulata con pazienza, tutta quella tensione. Fin da quando, mentre rientrava a casa il giovedì precedente, rimuginava fantasticando sull’offerta appena ricevuta. 
Goccia dopo goccia quella strana forma di ansia ha riempito l’invaso della sua mente con immagini prodotte solo dalla sua fantasia ma che avrebbero potuto avere una possibilità anche nel mondo reale. 
Ed eccola questa realtà fino ad ora soltanto immaginata, che prende forma in questo momento, ora che solo pochi passi la separano dal sapere. 
Il pianto arriva leggero, discreto e silenzioso a rovinarle il trucco appena accennato. Quel tanto che basta a farle cercare la piccola pochette porta trucco nella borsa. Lo stesso identico gesto consumato solo qualche settimana prima, sempre nella sua amata 500, sempre per colpa di una ansiosa agitazione prima di un colloquio di lavoro.

Era entrata in un mondo che le era fin da subito sembrato meraviglioso. Un’azienda all’avanguardia, uffici direzionali moderni, incredibili, in cui subito era stata messa a suo agio da impiegate gentili e sorridenti. Il colloquio con il capo del personale aveva avuto il solo scopo di introdurla direttamente alla fondatrice e amministratrice unica della società.
Cristina si era trovata di fronte una donna a cui era difficile pensare come a qualcuno che ha superato da parecchio la mezza età. L’aspetto di una trentenne unito alla regalità e autorevolezza di una donna abituata da sempre al comando. 
Miriam le era andata incontro con un sorriso ammaliante e parole gentili. Cristina stentava a credere in tanta fortuna tutta insieme. Aveva iniziato a  lavorare il giorno stesso. Perfino Andrea quando la raggiungeva a casa la sera veniva contagiato dal suo entusiasmo nel racconto della giornata, di quanto erano meravigliose le sue colleghe e di come quel nuovo impiego e tutto il sistema di lavoro fosse stimolante.
Andrea aveva chiesto, non senza un velo di malizia, come fossero i colleghi uomini. E su questo frangente Cristina aveva fieramente affermato che l’intero organico era composto solo da donne, per volere e vanto della fondatrice, Miriam.

Inutile aspettare ancora, Cristina esce dall’auto e si dirige verso il grande e luminoso ingresso vetrato del palazzo. Preme un numero sulla pulsantiera dei citofoni e solo un secondo dopo il vano della porta scivola di lato. Un passo e il grattacielo più alto della città la inghiotte. Uno degli ascensori si apre, in attesa.

L’ascensore si richiude così lentamente che Cristina è più volte sul punto di correre fuori dal piccolo appartamento per bloccarne la porta salvo poi un istante dopo decidere di rimanere immobile mentre Andrea sparisce all’interno di quella piccola scatola di latta. Quando la porta si chiude definitivamente e il display indica la discesa lei resta immobile, incapace per parecchi minuti di tornare all’interno dell’appartamento. Cammina poi per tutta la casa, cercando di non pensare alla decisione appena presa. Si mette a pulire dove è già pulito e a riordinare dove è già tutto in ordine. Ma ogni oggetto che le capita sotto gli occhi le ricorda un momento vissuto con lui. Cerca quindi di dormire ma senza risultato, prova a perdersi in una serie tv o ascoltare canzoni tristi per accompagnare la sua malinconia. Ma non c’è serie tv che non abbiano già visto insieme abbracciati sul divano o canzone che non abbiamo cantato nel lunghi weekend in auto verso il mare.

I piani sul display dell’ascensore scorrono verso l’alto con una velocità che stupisce Cristina. La musica riarrangiata di un pezzo in voga qualche anno prima accompagna la salita. Si ritrova a cercare di ricordarne il titolo e l’autore con il solo risultato di riconoscerla come la stessa melodia che ha sentito durante l’attesa al telefono, ore prima, mentre aspettava che la segretaria personale di Miriam gliela passasse in linea. Cristina, cara, le aveva poi detto, devi assolutamente venire a cena da me questa sera. Ti devo parlare di Andrea.

Non fargli conoscere tuo marito, le aveva detto una collega, anzi non le dire nemmeno che hai un marito, un compagno, anche solo un amico. Una frase veloce, sussurrata davanti alla macchinetta del caffè, tra una battuta sulla convention e un resoconto dell’andamento settimanale. Parole che sembravano buttate lì come per caso, come se se quella collega stesse parlando da sola, riflettendo tra sé. Ma Cristina le aveva già parlato di Andrea. Miriam sembrava sinceramente interessata alla loro storia, a come si erano conosciuti, dove vivevano, quali progetti avevano insieme. Aveva espresso ammirazione per le loro foto delle vacanze pubblicate sui social e Cristina aveva raccontato, a metà tra l’orgoglio di potersi vantare di una così bella storia d’amore e il sentirsi onorata della confidenza che aveva raggiunto con Miriam. 
La proposta giunse inaspettata, un pomeriggio ben al di fuori dell’orario di lavoro, nell’ufficio direzionale di Miriam. 
“Questo è quello che ti offro.” Le disse facendo scorrere un foglio intestato dell’azienda verso di lei. Cristina era rimasta sbalordita dalla cifra e dalla posizione di pregio nell’organico.

L’ascensore si ferma ma Cristina se ne accorge solo perché i numeri sul display hanno smesso di avanzare. Ultimo piano. Deve suonare un campanello per poter accedere. Allunga una mano.

Andrea allunga la mano e il foglio scivola dalle dita di Cristina alle sue.
“E’ uno scherzo?” chiede sorridendo.
“No, non credo.” Risponde lei, sempre sorridendo.
“Ok ma dai, non possiamo mica accettare…” Continua lui, dubbioso.
“No… certo che no…” Conferma lei, meno convinta.
“Certo che una cifra così…” Commenta lui, scherzoso.
“Non ci pensare nemmeno eh… vabbé poi ci sarebbe lo stipendio da dirigente. Eheh, ma ovvio, non possiamo accettare.”
“Magari le preparo una cena a domicilio, che dici? Potrebbe accontentarsi?” 
Lei sorride colpendolo scherzosamente con dei pugni sulle spalle. “Non saprei, sei un bravo chef ma ho paura che la nostra Miriam sia abituata a cuochi stellati, e poi sospetto che vorrebbe comunque assaggiarti per dessert…” 
“E sarebbe così grave?” 

“Cristina cara! Vieni, accomodati.”
Miriam la accoglie con un sorriso ammaliante. È affascinante, Cristina non può negarlo. Non ha potuto negarlo nemmeno Andrea, quando ne ha visto la foto sul profilo dell’azienda. Quando la luce nei suoi occhi ha cambiato tonalità. 
“Ciao Miriam.” Accenna timidamente, lasciandosi abbracciare dalla femmina che le ha chiesto di poter comprare il suo uomo, almeno una volta. 
“Vieni cara, seguimi nello studio, dobbiamo solo sbrigare qualche piccola faccenda amministrativa dopodiché potrai rivedere Andrea.” E Cristina non può far altro che seguire la donna che le sta, che le ha, cambiato la vita. La osserva camminare due passi avanti a lei, sinuosa nel suo vestito di alta moda mentre cerca di scacciare le immagini che inevitabilmente le tornano alla mente, mentre si sforza di non pensare alle mani di Andrea che scivolano lente su quelle curve e si domanda se potrà mai accettarle di nuovo su di sé, o se addirittura lui potrà mai amarla ancora allo stesso modo. Si ritrova seduta di fronte a una piccola scrivania, di nuovo con un foglio intestato a fissarla.
“E’ un normale contratto, una formalità.” Le sussurrano le labbra perfette di Miriam mentre le porge una lussuosa penna stilografica.
“Un normale contratto…” Ripete Cristina immaginando Andrea baciare quelle labbra.
“In realtà, cara, devo farti una confessione.”
Cristina è tutta orecchi, avvertendo un diverso e nuovo tono di voce che non è abituata a sentire in Miriam. 
“Come avrai capito, non è la prima volta che chiedo questo particolare tipo di cortesia alle ragazze che lavorano per me. Solitamente, l’offerta che ti ho già sottoposto è ampiamente sufficiente a onorare il servizio reso. Ma nel nostro caso, no, non è abbastanza. “
Cristina annuisce, indecisa se essere fiera di Andrea o se odiarlo. 
“Per questo ti ho invitata a cena questa sera. Qui c’è la nuova proposta. Basta una tua firma in calce. Cifra e posizione nella società sono ben evidenziati qui. Ovviamente contiene una piccola clausola di riservatezza, puoi immaginare. Accettando sei tenuta al segreto aziendale. Non puoi assolutamente rivelare nulla di quello che riguarda l’azienda, compresi i nostri rapporti personali e tutto quello che è successo e che succederà tra noi. Capisci, ho dovuto prendere delle precauzioni. Vuoi prenderti il tempo di leggerlo?”
“Forse dovrei…” Risponde Cristina, lo sguardo inchiodato alla carica che le viene offerta nel contratto. “… Davvero mi stai offrendo di diventare tua socia?” 
“Di minoranza, ma sì. Puoi immaginare da sola gli utili annui, in fondo sei una contabile eccellente.” 
Un perfetto butler inglese si palesa sulla porta dello studio, accennando alla sua presenza con un piccolo inchino. “Madame, il signor Andrea è pronto per la cena.”
La frase del maggiordomo spazza ogni dubbio di Cristina, che accetta la stilografica ancora tra le mani della padrona di casa e firma il contratto. Tira un profondo respiro liberatorio e si alza, stirandosi la gonna e abbandonando alle spalle ogni remora.
Miriam sorride e con un gesto quasi materno le accarezza il volto. “Cara, vedo nei tuoi occhi che finalmente ti sei liberata. Andiamo, sono sicura che a questo punto sarai affamata. Andrea ha contribuito in prima persona alla buona riuscita di questa cena. Non mi avevi detto che è anche un ottimo chef.” E si incammina, veloce, verso il salone. Senza nemmeno voltarsi rivolge un ultimo commento alla giovane donna, “devi essere orgogliosa di lui, sai? E’ stato meraviglioso…”
Il breve tratto che Cristina è costretta a percorrere alle spalle del butler e di Miriam le sembra il percorso più lungo e faticoso che abbia mai fatto, dopo quelle ultime parole. Si muove come in catalessi, portando i piedi uno avanti all’altro senza una reale motivazione, quasi strusciando le scarpe eleganti che ha scelto per l’occasione e che ora, dopo essere appena diventata molto, molto ricca, le sembrano così pacchiane. Vede Il maggiordomo fermarsi sulla soglia di un grande salone, la sala da pranzo arredata con un grande tavolo di cristallo apparecchiato per due. Miriam entra e viene aiutata a sedersi da un altro cameriere, più giovane e intimorito, forse alle prime armi. Il maggiordomo anziano invita Cristina ad entrare e la fa accomodare a tavola. Lei accondiscende a tutte le richieste come una bambina ubbidiente, frastornata, ormai ansiosa solo di rivedere Andrea, perché nonostante tutto ha ancora bisogno di sapere che fra loro nulla è cambiato, deve poter trovare nel suo sguardo quell’ancora di sicurezza che ora le sembra scivolare in profondità senza una catena di ancoraggio.
Perché Andrea è l’uomo della sua vita. Se ne convince sempre di più, mentre aspetta di rivederlo. Perché è l’unico uomo che le abbia mai dato sicurezza, stabilità, felicità. Perché deve convincersi che lui la ami a tal punto da sacrificare se stesso e il suo orgoglio per poterle dare quella sicurezza economica che hanno sempre cercato. 
Sì, pensa Cristina, non importa cosa sia successo, non importa nulla perché nessuno ne saprà nulla e perfino loro dimenticheranno tutto, se non subito tra qualche tempo. Ne è convinta ora, talmente convinta che riesce perfino a sorridere, riesce perfino a immaginare di poter comprare una casa simile a questa, da dividere con lui, ora che entrambi se lo possono permettere. Sorride ancora quando le portate iniziano ad arrivare e cibo e vino si mescolano alla voce allegra di Miriam che la riempie di aspettative per la sua futura vita da manager. 
Sorride ancora un poco inebetita dall’euforia della fortuna economica in arrivo e dall’effetto dell’alcol già arrivato, mentre rendendosi conto che le portate hanno smesso di arrivare, domanda se ora Andrea le può raggiungere, sentendosi anche leggermente in colpa per non averlo chiesto prima. 
Miriam annuisce vistosamente stupita, il volto ancora attraversato dall’allegria provocata dall’ultima battuta. “Oh, cara, pensavo lo avessi già capito. Andrea è sempre stato a tavola con noi…” risponde mentre con il bicchiere ancora in mano le indica quello che avanza dell’arrosto sul vassoio da portata.

 

 

 

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Alla prossima.

 

Romanzo: Lemniscatus, la catena dell’odio.

Domenica 1 luglio, area di sosta autostradale

Piotr
Ci voleva proprio. Appoggia il bicchiere vuoto sul banco e lo osserva soddisfatto.
Così si beve, tutto in un colpo.
L’alcool deve arrivare a botta nello stomaco e da lì entrare in circolo, velocemente. Poi il suo calore diffondersi in tutto il corpo.
Corpo appartenente a un omone di 140 kg che si è fermato in una delle tante aree di servizio dell’autostrada, dove non si possono servire alcolici ad alta gradazione al banco.
Ma lui, l’omone, sa come ovviare all’inconveniente. Prima ha trangugiato un paio di panini ultracalorici, aiutando l’ingestione con una cascata di birra di medie dimensioni, poi ha girovagato come un cane da tartufi tra i vari espositori di specialità regionali, trovando una confezione di grappe mignon da collezione.
Non della qualità da lui preferita certo, ma d’altra parte le sue papille gustative si adattano benissimo a qualsiasi cosa, basta che contenga la giusta quantità di ebbrezza liquida.
Per cui ha afferrato le confezioni, ne ha prese due da sei bottiglie l’una, visto l’ottimo prezzo, ha pagato alla cassa, perché non si dica che non è una persona onesta, si è fatto dare un bicchiere in quanto tracannare dalla bottiglia non è elegante, l’ha riempito e l’ha svuotato.  Il ragazzino al primo impiego dietro al banco si è guardato bene dal far notare il divieto di bere alcolici.
L’operazione si ripete per tre volte. Ora che l’omone si sente meglio è pronto a ripartire. Esce dal Motorgrill, una mano che regge la confezione superstite di grappe e l’altra che cerca le chiavi del furgone in una delle tasche dei pantaloni.

Il piccolo scoiattolo se l’è vista brutta.
Il bestione a due zampe uscito dall’enorme tana luminosa lo ha sfiorato con le sue grosse zampe ricoperte. Fortunatamente un solo agile balzo è stato sufficiente per scomparire nel prato.
Ora che è tornato in cima alla sua pianta e il suo battito cardiaco sta decelerando, si concentra a osservare l’umano che per poco non lo trasformava in un tappetino.
L’uomo è fermo davanti alla scatola con le ruote su cui è arrivato e non si accorge dell’altro che gli si avvicina da dietro. Certo che gli si avvicina molto silenziosamente.

Eppure era sicuro di aver messo le chiavi nella tasca destra, invece rimestando con la mano sente solo monetine. Saranno nelle tasche dietro.
Sbuffa mentre fruga con la mano nelle grosse tasche posteriori dei pantaloni militari. Nessuna voglia di ricominciare a guidare, fermarsi a dormire un paio d’ore sarebbe preferibile, soprattutto ora che ha soddisfatto il languorino allo stomaco, ma la merce che ha preso in consegna in Francia deve essere in Croazia il pomeriggio a venire. Se non arriva in tempo deve pagare una penale, e non ne ha nessuna intenzione. Ci sono ancora molti chilometri da fare.
Chissà, forse se riesce a viaggiare abbastanza veloce, più avanti potrà fare una pausa e magari conciliare un pisolino con un po’ di compagnia al giusto prezzo. Chantal, gli pare che si chiami, o forse Cinzia… Bah, non ha importanza.
Il suo ultimo pensiero però è per la moglie. Probabilmente lei ne sarebbe contenta, sapere del marito che muore pensando a lei.
Ma lui si sta solo rallegrando che lei sia così lontana.
Nel momento in cui le labbra di Piotr si piegano in un sorriso, tutto il resto del suo corpo smette di vivere.

Nero
Direi che è andata. Liscio come l’olio.
Torna alla sua macchina, silenziosamente, la mette in moto e l’autoradio si avvia insieme al motore.
Sintonizzata su una stazione di rock classico, diffonde le note degli Who nell’abitacolo. Baba O’Riley per l’esattezza.
Nero sorride per l’ironia della cosa.
Poi si dilegua come se niente fosse successo.

 

Sempre domenica, qualche ora dopo, abitazione di Daniel Bianco

Daniel
Lampi, rumori assordanti e polvere, tanta polvere ovunque, brucia negli occhi, riempie la bocca, si insinua nel naso. Respirare è faticoso, i polmoni lanciano fitte strazianti, la voce non esce dalla gola.  Cerca di muoversi ma qualcosa lo blocca. Qualcuno grida, sente le voci, sovrastate da quelli che sembrano spari. Lo stanno chiamando, non sente gridare il suo nome, ma sa che stanno chiamando proprio lui…
Al risveglio il primo pensiero è che sia lunedì. Il secondo pensiero è cercare di capire dove si trova.
Agitati ricordi confusi di un posto che non conosce e la sensazione che qualcosa di drammatico stia accadendo in quel momento e non si possa fare niente per evitarlo.
Un sogno, solo un sogno… la sveglia?
No, non è la sveglia. Il suono che lo ha svegliato non è la suoneria della sveglia. Perché non ha puntato la sveglia, ora ricorda. Oggi è domenica, il programma era di dormire tutta la mattina, per questo la sera prima è rimasto alzato fino a tardi, e forse ha finito quella bottiglia di vino che avrebbe voluto solo assaggiare.
Testa pesante, bocca impastata. Sì, l’ha finita.
Il suo cane, o meglio il cane che si è accomodato da lui dopo essere capitato lì un pomeriggio di qualche mese prima, gli dorme sulle gambe. Se non sta dormendo è un grande attore.  Neanche il continuo rumore assordante lo desta dal suo ostinato riposo.
Forse il cane ha capito che il rumore assordante non è altro che il tono di chiamata del cellulare. E siccome lui è un cane, e nessuno può avere motivo di chiamarlo, perché scomodarsi?
Lo squillo dell’apparecchio si rifà ai vecchi telefoni a disco del secolo prima. Quando Daniel lo aveva impostato come segnale di chiamata gli era sembrata una buona idea, perché gli ricordava la vecchia casa al mare dei suoi nonni, dove passava le vacanze estive, peccato che come lui abbiano avuto la stessa idea praticamente tutti nell’Universo, per cui in un mondo in cui teoricamente ogni cellulare potrebbe avere una suoneria diversa, suonano tutti allo stesso modo.
Si ripromette di cambiare il tono appena possibile. Se lo ripromette ogni volta che lo sente, ma non lo fa mai.
“Siii…” Anche la voce è impastata.
“Sei sveglio?”
Ecco la domanda del secolo. Anzi del millennio. La domanda al primo posto della classifica delle domande stupide da quando hanno inventato i telefoni e li hanno fatti squillare di notte.
Cosa vuoi che ti risponda? Che sto dormendo e ti sta rispondendo il mio cane? Beh, il mio cane non si degna di rispondere al telefono, per cui sono sveglio!
“Si.”
“Dovresti venire giù al dipartimento. È un’emergenza.”
“Ma non sono di turno… che ore sono?” Non ha ancora ben focalizzato con chi sta parlando, deve aver veramente esagerato con il vino.
“Lo so che non sei di turno, non lo eravamo neanche noi, ma se ti ho chiamato alle quattro del mattino di domenica ci sarà un motivo no? Butta giù il culo dal letto e vieni qui.”
Deve essere Samuele, il suo superiore. Non ne è sicurissimo ma lo diamo otto su dieci.
Non è stato facile. Onestamente non è stato facile.
L’operazione di alzarsi dal letto la possiamo ritenere soddisfacente, in pratica si è trattato di sfilare le gambe da sotto il meticcio marrone e rotolare verso destra per cadere sul pavimento giusto dell’altezza del materasso, che è appoggiato al pavimento, e poi sollevarsi.
Riuscire a tenere gli occhi aperti è tutta un’altra storia. Comunque in teoria non c’è niente che una doccia e un buon caffè non possano rimettere in sesto. Abita da solo, per cui non c’è nessuna signora Bianco da avvertire e nessun piccolo pargoletto da stare attenti a non svegliare. Non più per lo meno.
E non ci sono neanche dei vicini da infastidire, visto che il camper con il motore fuso in cui vive è piazzato nel giardino di una proprietà con annesso rudere da ricostruire a ridosso di un bosco ai limiti della civiltà.
E purtroppo non c’è neanche il caffè, e la doccia la ridimensioniamo a una energica sciacquata di faccia con acqua fredda.
Ok, è pronto, o almeno pensa di esserlo. Essendosi addormentato vestito, non c’è bisogno di perdere tempo ed energie a cercare qualcosa da mettersi. Basta riagganciare pistola e fodero alla cintola, infilarsi le scarpe e una leggera giacca sportiva.
E comunque non è in condizioni di rendersi più presentabile e nemmeno ne sente il bisogno, per cui esce, chiude a chiave anche se completamente inutile e, prima di salire in auto, riempie  i polmoni di notturna aria fresca. Deve scacciare la pessima sensazione di non riuscire a respirare a causa della polvere che pervadeva l’incubo.
Rapaci notturni e grilli riempiono il buio della notte.
Per un attimo si domanda quanti piccoli occhi lo stanno osservando in quel momento, poi un secondo prima di salire in auto si ricorda di Cane. Non ha mai dato un nome al suo coinquilino.
Torna sui suoi passi e lo fa uscire suo malgrado dal camper. Cane si svacca a terra esattamente un centimetro dopo la porta, sbuffa e si rimette a dormire. Daniel Bianco si domanda se lo troverà ancora lì al suo ritorno. È già capitato che Cane se ne vada a zonzo per parecchi giorni, prima di tornare.
Quando riesce infine a girare la chiave di avviamento nel cruscotto dell’auto, l’autoradio squarcia la pace notturna e le sue orecchie. La sera prima ha spento senza abbassare il volume e gli ACDC lo fanno sobbalzare sul sedile. Spegne l’apparecchio con un colpo secco del palmo della mano, poi avvia la vecchia e secondo la legge molto inquinante Fiat Bravo per poter arrivare al dipartimento.
Ora è il rumore del terminale di scarico a sovrastare ogni altra cosa.

…continua.

Ed ecco a voi l’inizio di uno dei romanzi più belli che siano mai stati scritti su questo pianeta. Come forse ho già scritto da qualche parte il fatto che pochissimi eletti abbiano avuto il piacere di leggerlo dipende solo dal fatto che una Forza Maggiore (e non ho usato le maiuscole a caso) non desidera che questo capolavoro scalzi dalle classifiche di vendita il suo best seller la cui prima edizione risale a qualche centinaio di anni fa per mano della stamperia Gutemberg… (e continuano a ristamparlo). Poi il fatto che io sia negato nel pubblicizzarlo di certo non aiuta… Fatto sta che questo gioiellino di romanzo prese vita ormai nel lontano 2013 e ora giace indisturbato su diversi siti di vendita online. Non vi chiederò di andare a comprarlo. Ci mancherebbe. Lo so che la crisi economica ha influito sul potere di acquisto di noi italiani. Lo so che avete una pila di libri di scrittori già affermati e garantiti sul comodino che però non avete tempo di leggere. Lo so che vi state chiedendo perché dovreste acquistare anche il mio libro. Lo so che ci sono millemila altri motivi per ignorare questo post. Ma… Siete sicuri che potete farne a meno? Siete sicuri di voler rischiare di non leggere il miglior romanzo che vi potrà mai capitare tra le mani? E se poi non ne aveste più la possibilità? E se poi i poteri forti, le lobby del caffè o i complotti internazionali decidessero di farlo sparire? E se poi la vostra vita dipendesse da una qualche informazione che casualmente potrebbe tornarvi utile dopo aver letto questo libro? E se il tavolo che avete in salotto si mette a ballare proprio la sera in cui avete la cena più importante della vostra vita e questo libro fosse l’unico a vostra disposizione dello spessore esatto per non farlo dondolare??? Fossi in voi ci farei un pensierino, seriamente.

Oh, nell’ipotetico caso che decidiate in maniera positiva, vi allego una serie di link di siti dove potrete trovare, sia in formato cartaceo che digitale, questo assoluto capolavoro del genere giallo/thriller/storico/azione. Lo trovate anche su Amazon ovviamente (cosa non si trova su Amazon) anche in formato kindle a un prezzo irrisorio… Sappiate però che purtroppo mi sono accorto che si tratta di una versione non proprio aggiornata ma che non riesco a cancellare. Mi rimetto a voi, nel frattempo vi ringrazio, anche solo per il fatto che siete ancora qui… (faccina sorridente e anche un filo commossa…)

Alla prossima.

A seguire i link.

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Grazie (a prescindere)!!!

 

Elementi, fuoco.

E va bene, alla fine sono tornato.
Pensavo che non lo avrei fatto, sinceramente. Ne ero convinto. Eppure eccomi qui, ma probabilmente te l’aspettavi.
Quanto tempo è passato dall’ultima che abbiamo parlato? Parlato davvero, non quelle mezze frasi di rito che ero solito rivolgere ai tuoi silenzi più per abitudine che per altro.
Quando è stata l’ultima volta che ti ho guardato davvero e soprattutto in cui tu hai posato lo sguardo su di me. Io non me lo ricordo. Tu invece sono sicuro di sì, perché hai una memoria di ferro, ci mancherebbe. Tanto lo so che non mi darai mai la soddisfazione di dirmelo. Preferisci startene lì a guardarmi con quell’aria sofferente o di rimprovero, a seconda di come ti gira.
Ok, allora parlo io, comunque in fondo è sempre stato così.
Perché se avessi avuto qualche risposta coerente da parte tua, una sorta di conferma, che ne so, un cenno, forse non saremmo arrivati a questo. Forse tu non saresti arrivato a questo.
Comunque, non so nemmeno perché ho deciso di tornare, perché ho deciso di darti un’ultima possibilità di spiegare.
Ma, in effetti, forse anch’io devo darti qualche spiegazione.
Vedi, il fatto è che c’ho pensato e non lo ricordo. Non ricordo quando è successo e se si è trattato di un ragionamento, un istante o una progressiva metamorfosi. Fatto sta che sono arrivato al punto che non mi è importato più nulla di niente e di nessuno.
E allora ho pensato, è cattiveria? Malvagità? Cinismo? Sai quante volte mi sono posto questa domanda?
Ma non so darmi una risposta, anche perché non mi interessa saperlo.
Sto bene così. Forse è egoismo, può darsi. In fondo non godo nel provocare dolore o nelle disgrazie altrui. Semplicemente non mi interessa quello che succede agli altri. Non so nemmeno se ho a cuore il mio stesso destino, quindi forse non sono nemmeno egoista. Magra consolazione.
Eppure, lo sai, da bambino ero così empatico, aperto e disponibile. Quasi mi divertiva prestare aiuto a tutti, dai familiari agli amici, avevo sempre una buona parola per chiunque. Ero l’orgoglio di mamma, povera donna, avesse potuto vedere dove sono arrivato. Non ha fatto in tempo nemmeno a sapere del mio amore per te. Ti ho incontrato al suo funerale, ricordi? Eri affascinante, portavi un alone di mistero che però mi ha intrigato e risucchiato come un pesciolino morente attirato dalla pompa di un acquario. E sono stato tuo. Ti ho dato la mia vita, ho creduto in te, e credevo che per te fosse lo stesso. Mi hai spronato, accompagnato, o io ho pensato che lo facessi, mi hai aperto tutte le porte, finanche quelle che ora, chiuse, mi dividono dal resto del mondo.
Ero pazzo di te. Ti lodavo e glorificavo con tutti, non avevo dubbi sul mio sentimento.
Ma il tempo ci cambia, instilla i semi del dubbio e li fa germogliare.
Te l’ho già detto, non so come sia successo, ma ho realizzato di essere sempre stato da solo in tutto questo. Tu c’eri, certo, ma solo con le parole, non mi tenevi realmente la mano.
Ho fatto tutto da solo. Non so nemmeno se il mio amore è stato mai corrisposto.
E allora adesso qui, faccia a faccia, ti chiedo di parlarmi, rispondermi.
Rispondermi con la tua voce.
Non con la voce della mia coscienza che domanda e trova risposte da sola.
Sono qui, maledizione, davanti alla tua immagine di legno appesa a questo crocefisso di legno, e ti ordino di rispondermi. Me lo devi.
Perchè non posso credere di essere diventato la tua voce su questa terra senza mai un segno da parte tua.
Non posso credere che quelle migliaia di persone la fuori in quella antica piazza e tutti gli altri milioni nel mondo stiano aspettando che tu, attraverso di me, dica loro perchè sta succedendo tutto questo. Perchè credono che io parli a tuo nome!
Io!
Che non so nemmeno se m’importa di loro, come non m’importa di me stesso, ormai.
Come posso affacciarmi a quella finestra e dire che va tutto bene, che quel grosso asteroide che sta per ucciderci tutti lo hai mandato tu per redimerci e accoglierci nel tuo regno?
Quale regno?
Parlami, ti prego!



Ok, va bene.
Ho capito.
E’ stato tutto un equivoco.
All’inferno…
Che bruci tutto…

 

 

Gli altri elementi:
Terra,
Acqua,
Aria.

Elementi, aria.

Mi manca l’aria.
Mi manca l’aria profumata dal mughetto che invadeva il cortile, l’aria resinosa dei fogli di sughero che riempivano i tavoli del laboratorio di mio padre.
Mi manca l’aria intrisa di brillantina che il nonno si spalmava a litri sui capelli e l’odore inconfondibile che permeava quell’aria all’interno della sua vecchia auto francese.
Mi manca l’aria autorevole degli immensi corridoi della scuola elementare e quella aromatica di plastica, carta e grafite della cartoleria lì di fronte.
Mi manca l’aria musicale che si sprigionava all’aprire una musicassetta nuova e l’aria resa elettrica dal mio sfregare, ballando, collant e linoleum.
Mi manca l’aria umida di quel giorno d’ottobre in quel tram che sapeva di gente e legno lucido. Quel tram su cui sono salita sola e scesa insieme a te.
Mi manca l’aria che è cambiata quando abbiamo iniziato a respirarla insieme. Quell’aria zuppa di te e di me, quando mi hai preso e ti ho avuto.
Mi manca l’aria fresca e leggera della nostra prima casa, l’aria salmastra del mare in autunno, l’aria pungente del fieno d’alpeggio, l’aria fumosa delle serate in compagnia.
Mi manca perfino l’aria pesante e alcolica dei tuoi tardivi rientri, l’aria ferrosa intrisa di sangue, quella sterile del pronto soccorso, l’aria bugiarda e silenziosa delle mie notti da sola.
Mi manca l’aria adesso.
Mentre la tua mano serra la mia gola così forte da non riuscire nemmeno a crederlo, mentre ti sento strapparmi le vesti e graffiarmi la pelle, ancora una volta.
Bramo quest’aria che mi stai negando anche se fetida di sudore, alcol e odio. La desidero così tanto e così poco sono cosciente di quello che faccio, mi agito convulsamente, ti colpisco e graffio ma la tua pelle è dura come cuoio.
Mi manca l’aria, mi manca la ragione, sento qualcosa con la mano e l’afferro, non so cos’è ma la uso.
Le tue dita smettono di stringere, il tuo peso mi schiaccia di colpo, violento, doloroso.
E l’aria ritorna.
Gelida e bruciante, riempie i polmoni e fa gridare le costole rotte.
Ora, finalmente, respiro.

Altri elementi:
Terra
Acqua
Fuoco

Elementi, acqua.

È il primo pensiero al risveglio. Prima di sollevare le palpebre, prima di sentire l’odore e il sapore della polvere, perfino prima di ricordare i doveri di madre.
E’ in quell’oblio tra la veglia e il sonno che provo a trattenerne il ricordo, anche solo per qualche attimo, perché è sempre presente nei miei sogni, in quell’unico mondo in cui vale ancora la pena di vivere, in cui riesco a sentirne il tocco delicato sulla pelle, il suo abbraccio, la sua forza.
Allora provo a descriverla a lui che non l’ha mai conosciuta, ma m’accorgo di non esserne capace.
Prima o poi troverò il coraggio di restarci, in quel mondo. E sognare, per sempre.
Ma non oggi.
Prima devo concludere questo viaggio.
Guardo mio figlio e spero che un giorno possa vederla, immergervi le mani. È nato nel tempo sbagliato, dalla parte sbagliata, al di qua dei muri. Là dietro le mura delle città-oasi ne hanno ancora, ma la tengono stretta. Sparano a vista a chi si avvicina. Ma li capisco, lo farei anch’io.
Accarezzo il mio piccolo sulla fronte mentre dorme ancora. Chissà cosa sogna. Mi spiace doverlo fare ma tra poco dovrò svegliarlo, dobbiamo proseguire. Guardo il conto alla rovescia sull’orologio. La partenza della nave è fissata da tempo. Spero solo che il nostro nome sia ancora in lista, non ho più avuto conferme da quando siamo partiti. Però lui è giovane e sano, dovrebbe superare comunque i controlli.
Apro la sacca e le tiro fuori, delicatamente, le conto.
C’è ne sono ancora sei. Sono tutte per lui.
Una ogni otto ore gli garantiranno l’idratazione minima fino al Porto.
Il sole è tramontato, si è portato via il caldo soffocante e ha lasciato qualche prima timida stella nel cielo che va oscurandosi lentamente. C’è n’è una che sembra muoversi in fretta. Pochi secondi e scompare nel nulla. L’ennesimo trasporto decollato per le Colonie da chissà quale continente.
Lo sveglio, gli accarezzo i corti capelli, scrollo la polvere dai vestiti, la soffio via dagli occhi.
Lui sorride come sempre e io mi domando come riesca ancora a farlo.
Prendo una delle fiale, carico la siringa a pressione e gliela premo sul collo, mentre cerco inutilmente di non pensare al mal di testa e alla gola che mi brucia.
Andiamo piccolo, un ultimo sforzo. La strada è lunga e asciutta, ma porterà alle stelle, gli dico, là tra le stelle ci sono lune fatte di ghiaccio, e il ghiaccio è acqua, sai?

È fatta. Ce l’abbiamo fatta. Il mio ometto è stato bravo. Non fosse stato per lui avrei mollato, lo so.
A un chilometro dal Porto le gambe hanno ceduto, la vista si è offuscata. Ha proseguito da solo e convinto non so come i guardiani a venirmi a prendere e a iniettarmi una dose di Idrogel.
Ora la navetta è decollata, verso una nuova vita, là dove è ancora possibile vivere. E io quasi non ci posso credere di riuscire a piangere per la felicità. Non credevo di avere ancora acqua in corpo. E sono così buone queste lacrime, salate e umide.
Lo spazioporto è vuoto ora, abbandonato per sempre.
Mi lascio andare su una delle sedie polverose della sala d’aspetto. Il vento torrido che entra dalle vetrate divelte rimesta l’aria già pesante, sollevo un lembo del vestito fino alle narici per non inalare troppa polvere.
Non sono sola, qualcun altro come me ha fatto quello che doveva e ora, come me osserva la scia luminosa della navetta che lascia l’atmosfera.
Buon viaggio piccolo mio.
Posso sognare ora, per sempre.

Vedi anche:
Elementi, terra.
Elementi, aria.
Elementi, fuoco.

Next time.

Gastone è un uomo fortunato. Forse grazie al nome che i suoi genitori, per buon auspicio, hanno scelto per lui, come il famoso papero della Disney. Nasce in una famiglia agiata, non gli manca nulla, è pure di bell’aspetto e estremamente intelligente. Piace a tutti fin da bambino e crescendo rivela una incredibile capacità di eccellere in qualsiasi campo.
Diventa un adulto realizzato e felice, e non avendo bisogno di lavorare per vivere, si dedica a fondare associazioni internazionali di volontariato parallelamente alla sua attività di florido scrittore, fino a vincere prima il Nobel per la Pace poi quello per la Letteratura.
Invecchia circondato dall’amore della sua famiglia e dall’adorazione dei suoi estimatori.
Al momento di spirare, Gastone non ha nulla di cui rammaricarsi, muore felice, risolto, consapevole di avere reso il mondo un posto migliore e di aver vissuto appieno ogni minuto della sua vita.
Naturalmente subito dopo la dipartita, Gastone usufruisce della reincarnazione per godere di una nuova e migliore esistenza.

Dunque, questa cosa, che probabilmente capirà solo @cuorerotante, l’ho scritta solo per pararmi le chiappe… non si sa mai…

Elementi, terra.

È un’operazione di routine.
Una normale operazione di routine.
Pattugliamento e controllo.
L’importante è continuare a ripeterselo. Operazioni come questa le svolgono tutti i giorni, centinaia di squadre, migliaia di volte, quasi sempre senza problemi.
Quasi sempre. Ovvio.
Sulla carta, nulla di cui preoccuparsi.
Ma per me è la prima volta.
Il furgone corazzato si ferma. L’autista conferma con un gesto che abbiamo raggiunto il punto prestabilito. Spegne il motore e si accende una sigaretta. Non potrebbe, non glielo dovrei permettere. La porta laterale del blindato si apre scivolando sul fianco e la squadra inizia a smontare. Lascio correre per la sigaretta, il suo lavoro per il momento è terminato.
Esco dalla cabina.
Dieci uomini. Militari.
La prima vera squadra al mio primo vero comando dopo la nomina a sottotenente. Sette soldati semplici, un caporale, il sergente che sembra avere più anni di tutti gli altri messi insieme. Si sistemano le attrezzature, controllano i fissaggi delle cinghie. Il sergente no, sa di essere già pronto, aspetta il mio ordine fissandomi immobile. Fingo di non farci caso, se mi mostro debole è finita.
Attivo il collegamento radio con il campo base e chiedo istruzioni, pensando che avrei potuto benissimo seguire l’operazione dal lì.
Un particolare bip nell’auricolare segnala la comunicazione in arrivo dal comando. “Squadra Alfa. Avete via libera.”
Non ero obbligato, me lo ripeto per l’ennesima maledetta volta e anche se mi da fastidio ammetterlo, il vecchio sergente Tommasi in fondo non ha tutti i torti a guardarmi di traverso.
Ora sarei al fresco dell’aria condizionata della base, come avrebbero fatto tutti i miei colleghi appena usciti dal corso e il sergente sarebbe al comando della squadra con relativa felicità di tutti.
Ma no, troppo facile, volevo essere sul campo, con i miei uomini, a sudare nella tuta da combattimento sotto il sole d’agosto per dimostrare di non essere solo un damerino coi galloni ma soprattutto un soldato.
Effetto dei troppi troppi film di propaganda e di tutti i discorsi motivazionali degli istruttori, ma solo adesso, ripensandoci, mi chiedo se gli ufficiali istruttori lo sono mai stati, sul campo.
“Squadra Alfa, avete via libera.” Ripetono dal comando. Il sergente accenna un ghigno.
“Alfa a Base. Procediamo.” Rispondo.
Tempo di muoversi.
Il compito è semplice. Controllare il settore assegnato. Rilevare eventuali anomalie. Agire di conseguenza.
Mi guardo intorno. Ho già studiato sulla carta la zona da pattugliare e non sembrano esserci particolari differenze nella realtà. Una sterminata pianura disegnata geometricamente da campi coltivati a monocoltura intervallati da cascinali e piccoli agglomerati di case, quasi tutti abbandonati in favore delle metropoli.
Ordino di avanzare.
Il sergente smette di fissarmi e con due rapidi gesti di una mano divide gli altri in due gruppi, io resto nel primo con lui, il caporale a capo del secondo. Avanziamo tra le piantine allineate in direzione del primo cascinale.
Mentre attraverso il campo, se non fosse per la pesante tuta da combattimento e le armi che stringo tra le mani avrei la sensazione di essere tornato bambino nella casa di campagna dei nonni. Ricordo il trattore del nonno che mi faceva provare e lui che rientrava per cena dopo averlo portato per tutta la giornata. Ora le macchine agricole lavorano da sole. Quelli come mio nonno le pilotano dal telefono, da casa.
Le due pattuglie si allargano mentre avanziamo. Il primo cascinale si avvicina e sembra essere sempre più quello che è. Un edificio abbandonato. Provo a immaginarlo quando tre secoli prima doveva essere un formicolare di attività umana. Intere famiglie al lavoro nei campi. Immagini che ho visto solo negli ebook di storia.
Fino ad ora nessuna traccia della Resistenza. D’altronde i tempi peggiori sono finiti, quelli degli scontri in piazza, della Guerriglia Verde, come la chiamavano.
Inizio a pensare che forse sarà davvero solo un’operazione di routine. Ma ovviamente sbaglio. O forse non lo dovevo pensare.
“Movimento, uomo armato. Lato est.” Gracchia uno dei miei uomini nella radio. Istantaneamente ci fermiamo abbassandoci, puntiamo le armi contro il cascinale. Comando alla squadra di avvicinarsi con una manovra standard e avanzo con attenzione. Passano secondi che sembrano interminabili, fino a che un colpo di fucile copre il rumore del vento leggero e fa volare via i pochi uccelli rimasti in queste latitudini.
“Ingaggio.” Grida uno dei miei. Le raffiche dei nostri mitragliatori sembrano semplici sussurri a confronto del colpo di prima, probabilmente sparato da un vecchio fucile da caccia. La Resistenza non ha molte armi a disposizione, non più. Io e il sergente corriamo in avanti, alternandoci a copertura uno dell’altro.
Le raffiche continuano, le voci dei soldati si susseguono confermando il raggiungimento e la pulizia della loro zona. Quando finalmente arrivo sul lato est sembra tutto finito. Quattro dei miei uomini stanno facendo uscire alcune persone dall’edificio. Tre donne e un ragazzino. L’uomo che probabilmente ha sparato poco prima è a terra, pancia in giù, le mani dietro la testa, il suo fucile a parecchi metri di distanza, una gamba sanguinante. Le donne e il ragazzino vengono fatti inginocchiare al suo fianco.
“Libero.” Segnala l’ultimo militare a uscire dalla casa.
Mi guardo attorno. Nessuna vittima, solo l’uomo ferito ma non in modo grave. Dopotutto non sta andando troppo male.
Faccio un cenno al sergente.
Se l’uomo ha sparato ci deve essere un motivo. E quel motivo va trovato.
Un suo cenno e metà della squadra inizia la perquisizione mentre l’uomo a terra bestemmia e ci maledice in un dialetto che stento a riconoscere.
Non passa molto tempo prima di sentire nell’auricolare che hanno trovato qualcosa.
La serra è nella corte del cascinale, occultata in modo da non essere rilevata dai controlli aerei.
Quando mi trovo di fronte alle centinaia di piante di pomodori, quasi mi si blocca il respiro per la forza del loro aroma nell’aria.
Ne prendo uno tra le mani.
“Squadra Alfa, rapporto.”
Deglutisco prima di rispondere, il profumo del pomodoro ha sortito il suo effetto.
“Cellula di resistenza neutralizzata. Trovata coltivazione abusiva.” Rispondo in maniera automatica, pensando in realtà all’oggetto che ho in mano. Lo confronto agli altri frutti. Non c’è n’è uno uguale all’altro. Sembra impossibile.
“Squadra Alfa, distruggere coltivazione, eliminare resistenza.”
“Comando, ripetere ordine.”
“Distruggere coltivazione, eliminare resistenza. Confermare.”
Mi volto, anche il sergente ha sentito l’ordine e mi tiene gli occhi addosso, in attesa.
“No.” Rispondo senza rendermene conto.
Il sergente solleva appena un angolo delle labbra, passano almeno cinque secondi prima della risposta dal comando.
“Alfa, eseguire ordine.”
“Sono civili. Non Resistenza. E sono già agli arresti. Procediamo a distruggere coltivazione e richiedo blindato per trasporto prigionieri.” Mentre rispondo vedo cambiare l’espressione facciale del sergente. Lo preferivo prima, il che è tutto dire.
La voce proveniente dal comando cambia, riconosco il mio diretto superiore.
“Alfa. Esegui ordine. Direttiva 31. Nessuna resistenza è ammessa. Pena la morte.”
Indugio.
Rispondo allo sguardo fisso del sergente. Eccolo, riesco a vederlo nei suoi occhi il cambio di frequenza alla radio e l’ordine che viene impartito direttamente a lui. Non ho neanche il tempo di lasciar cadere il pomodoro per impugnare la mia arma. Lui era già pronto. La raffica mi raggiunge in pieno petto. Cado tra le piante proprio come un frutto maturo.

“Quel bastardo mi ha sparato.” È la prima cosa che riesco a dire al risveglio. Il torace urla di dolore per i fatti suoi mentre tra me e me ringrazio il giubbotto antiproiettile e l’effetto anestetizzante di qualsiasi cosa mi abbiano iniettato nelle vene.
“Ha eseguito un mio ordine. Forse con troppo entusiasmo,” risponde la voce fuori campo del mio superiore, “perché tu non lo hai fatto.”
Cerco di sollevarmi dal letto dell’infermeria ma una fitta profonda mi convince a rimanere sdraiato. Continuo a parlare con una voce che non vedo. Vorrei chiedere che fine hanno fatto l’uomo della cascina e la sua famiglia ma già lo so. Spero solo che sia stata una faccenda veloce.
“Erano civili.”
“Erano fuorilegge. La Direttiva 31 è chiara in materia.”
“Non mi sono arruolato per uccidere civili disarmati.”
“All’interno dell’abitazione è stato trovato un deposito di armi.”
“Loro erano disarmati.”
“Il rapporto dice il contrario.”
Rapporto che deve aver stilato il sergente, penso, come penso di non aver visto l’uomo sparare con il fucile, come penso di non aver avuto notizia del ritrovamento di armi al momento dell’arresto.
Il proprietario della voce infine si palesa, entrando nel mio campo visivo.
“Sai qual è la punizione per il tuo gesto di insubordinazione.”
Non è una domanda. Sa che lo so.
“E’ tutto sbagliato.” Riesco a dire mentre realizzo qual è il vero scopo del mio battaglione. Lo dico piano, quasi sospirando, da qualche parte ci sono microfoni che registrano.
Lui si avvicina, tanto che posso sentire il suo fiato nell’orecchio. “Non dirlo nemmeno per scherzo. Questo è il sistema.”
“Allora il sistema è sbagliato.”
Lo vedo chiudere gli occhi e respirare piano, sto camminando su un filo, lo sappiamo entrambi.
“Il sistema, ragazzo, è che l’esercito è in appalto a una multinazionale, ALLA multinazionale, che ha brevettato ogni semenza geneticamente modificata del pianeta in modo da creare piante perfette, sane, identiche nell’aspetto e nelle proprietà nutrizionali che hanno risolto il problema dell’approvvigionamento di cibo dopo la crisi del 2026.”
“E sterili.” Aggiungo. “Non producono semi.”
“No. Tanto studio dovrà pur essere ripagato in qualche modo. Che sarà mai l’acquisto dei sementi ad ogni semina.”
“Ma non si può eliminare chi decide di coltivare piante naturali. Non è resistenza violenta.”
“Dipende dai punti di vista.”
Apro la bocca ma trattengo le parole. Il volto del mio superiore è eloquente. Serro la mascella e lo lascio parlare.
“Sottotenente Bortoli Antonio, la condanna per insubordinazione e rifiuto di eseguire un ordine durante un’azione di pattugliamento e bonifica è la reclusione per anni venti in carcere militare. Ma in considerazione degli oneri sostenuti dalla Società di Arruolamento per il suo addestramento, la condanna viene sospesa a tempo indeterminato per permetterle di tornare in servizio e ripagare così le spese sostenute. Sentenza con effetto immediato. È libero di tornare alla sua compagnia appena verrà dimesso dall’infermeria, sottotenente.”
Pronunciato il discorso, l’alto ufficiale accenna un saluto formale e si dirige alla porta. Appena prima di uscire si ferma e senza voltarsi, a mezza voce,” riprenditi figliolo, io e tua madre saremo felici di riabbracciarti, una volta a casa.”
A casa.
Sì.
Anch’io sarò felice di tornare a casa.
Credo di avere, da qualche parte, un vaso e della terra. Vi avevo piantato dei tulipani che però non hanno attecchito. Roba di scarsa qualità.
Ma la terra dovrebbe essere ancora buona.
E poi non vedo l’ora di togliermi tutti questi semi di pomodoro da sotto la lingua.

 

Vedi anche:
Elementi, acqua.
Elementi, aria.
Elementi, fuoco.

A volte ritornano: Il voto.

Ciao a tutti, sono qui carico di entusiasmo a lavorare pancia a terra per nuovi racconti (cit. Crozza che imita Toninelli, qui) ma siccome il tempo a disposizione è quello che è, ci vorrà ancora un po’…
Quindi, visto l’imminente show elettorale, vi riciccio un vecchio racconto a tema.

Eccolo, lo trovate qui.

Ora, asteroide permettendo, appena possibile posto qualcosa di nuovo.
A presto.

Ti sento ogni notte, brevissima e personalissima recensione

Non mi piace essere qui. Non mi piace il modo in cui lei mi fissa senza parlare. E non mi piace che riesca a farmi dire quello che non vorrei dire. Ora si è messa pure a tamburellare con le dita su una cartellina. Ok. Mi concentro su quella cartellina. È rossa. Vedo due piccole lettere scritte a mano con un pennarello nero.
M. D.
Maledizione, ora mi è chiaro dove vuole arrivare.
Riprende a puntarmi addosso gli occhi. Li sento come un tocco gelido sulla pelle, proprio in mezzo alla fronte. O forse sto solo sudando freddo, non lo so. Mi forzo a ricambiare lo sguardo e mi trovo ancora più inchiodato di quanto già non fossi. Occhi neri, capelli scuri, sguardo fermo e indagatore. Mi domando come può tanta freddezza essere racchiusa in un un involucro così bello.
“Abbiamo trovato questo nel suo appartamento.” Lo dice mentre da sotto la scrivania fa comparire un libro. Ovviamente lo riconosco subito. Cominciò a capire perché sono qui. Non rispondo.
“Lo riconosci?”
Da quando mi dà del tu? Sta cercando di cambiare tattica? “Sì.” Inutile negare.
“Sai dirmi cosa ci faceva in casa tua?”
“È un libro. Ne ho tanti altri.”
Lei si lascia sfuggire un mezzo sorriso o forse è solo una smorfia per il mio evidente tentativo di divagare. “È vero,” mi concede. Apre la cartellina e dipana una serie di fotografie sul tavolo, alla rinfusa, senza preoccuparsi di sistemarle. Ritraggono particolari della libreria di casa mia.
Con due dita ne sposta alcune facendole scivolare una sull’altra. Non so perché ma la cosa mi provoca un tremendo fastidio.
“Vediamo un po’,” dice, “Follet, Asimov, Clarke, Benni, Faletti, Martin, Deaver… Una discreta quantità di titoli che spaziano dalla fantascienza al thriller, al fantasy, all’investigativo. Oh, abbiamo anche qualche manuale di hobbistica e manutenzione della casa. Questi sembrano ancora intonsi.”
Sospiro. “C’è anche qualche Saviano e Carrisi. Quindi? Ho infranto qualche legge? Ok, non è certo alta letteratura, ma non ho mai vantato di essermi cimentato in letture impegnate.”
“No, certo. Parliamo di questo ora.”
Eccolo di nuovo, il libro con la copertina rossa. “Cosa c’ è da dire?”
“Sai cosa voglio sapere.”
Non rispondo.
“Devi ammettere che spicca.” Continua.
Sfodero la mia migliore faccia interrogativa.
“Spicca sugli altri.” Precisa.
“Forse perchè ha la copertina rossa?” Sdrammatizzo, o almeno ci provo. Tutto quello che ottengo è nulla.
“Ti è così difficile ammetterlo?”
“Ammettere cosa?”
Sorride. “Non ci sono altri romanzi di questo genere nella tua… biblioteca? Possiamo chiamarla così?”
Avverto del sarcasmo. Lei continua. “Sappiamo di cosa parla questo libro, giusto?”
“Io sì, lei?” Cerco di mantenere le distanze.
“Non è il tuo genere di lettura.” Provoca lei.
“Questo devo ammetterlo.”
“Bene, siamo sulla strada giusta.”
“Giusta per cosa? Non ho ancora capito perchè siamo qui.”
“Per liberarti.”
Questa volta non trattengo una risata. “Liberarmi da cosa?”
“Da quel tuo stupido machismo. Hai letto un sentimentale libro d’amore e ti è piaciuto. Ammettilo!”
Non mi accorgo nemmeno di alzare la voce quando rispondo. “Ma non è un sentimentale, come lo chiami tu, libro d’amore! Come puoi dirlo? Ma lo hai letto? Certo, parla d’amore, come parla di odio, di umanità, di riscatto, d’amicizia, di porte chiuse e nuove possibilità. Parla di morte e di vita, e soprattutto, racconta. Racconta una storia. Basta saperlo ascoltare, sentire.”
Mi sono alzato dalla sedia senza accorgermene. Lei è ancora al suo posto. Si appoggia allo schienale della poltroncina entrando in un cono d’ombra che mi impedisce di vederla.
La sua voce, meno fredda di prima, mi raggiunge mentre una porta alle mie spalle si apre appena. “Puoi andare. Grazie per la collaborazione. Dovessi avere ancora bisogno…”
“… immagino tu sappia dove trovarmi.” Riprendo il libro e muovo verso la porta. “Un’ultima cosa,” le dico prima di uscire nella fresca aria della notte, “sì, mi è piaciuto.”

Qui… ma lo sapete già…

e anche qui…

Fedele

Il bambino avanza deciso, tiene stretta la mano della nonna, si guarda attorno cercando di non far vedere quanto in realtà si senta intimorito da quel posto così particolare. È la prima volta che ci mette piede dopo averlo sempre visto da fuori, la domenica mattina, dopo la messa.
Credeva che ci fosse un castello all’interno delle alte mura che invece nascondono tantissimi alberi tutti uguali e tutti in fila, attraversati da sentieri di sassolini bianchi e ancora tanti monumenti, grandi e piccoli, tutti in fila. Angeli di pietra e altre figure sconosciute osservano in silenzio il passaggio di Luigino e sua nonna.
“È qui che abita il nonno?” Domanda il bambino.
La nonna annuisce e gli strattona leggermente il braccio. Lo fa per affetto, ma a Luigino non piace, non gli piace mai. “Sì, insieme a tanti altri di famiglia che te non ti hanno conosciuto…” Risponde, poi sospira, iniziando a snocciolare una serie di nomi che a Luigino sembrano tutti uguali e che gli fanno pensare a quando la nonna ascolta la radio e una signora con la voce sorridente continua a dire cose che poi la nonna ripete mentre pulisce la casa.
“Eccolo qui.” Dice finalmente nonna fermandosi di scatto, tanto da far perdere l’equilibrio a Luigino. Il bambino si ritrova davanti a una lastra di pietra liscia e bianca appoggiata sul prato. Sopra c’è una grande foto del nonno uguale a quella che campeggia nel salotto di casa oltre che in cucina a fianco di quella del Papa. Senza perdere altro tempo la nonna si piega a gattoni e inizia a spolverare la lastra con un’energia insospettabile. Luigino non sa bene cosa fare dopo aver militarmente eseguito il suo miglior segno della croce esortato dall’indaffarata nonnina. Guardandosi intorno, mentre immagina di veder sbucare Winnie The Pooh da dietro un albero, nota qualcosa, al limite del boschetto, proprio a ridosso dell’alto muro di cinta.
“Nonna, quello cos’è?”
La donna alza lo sguardo solo il tempo di capire e risponde con noncuranza. “Oh, quello è Fedele.”
Luigino assimila l’informazione in quel modo semplice in cui di solito fanno i bimbi. Quello è Fedele. Punto.
“Non ti avvicinare, mi raccomando,” prosegue la nonna, impegnata a lucidare la foto in ceramica del defunto marito, “è cattivo. Non fa avvicinare nessuno alla tomba del suo padrone.”
Anche questa informazione viene assimilata da Luigino per quello che è. Un’affermazione. Non fa avvicinare nessuno. Il come e il perché non è pervenuto.
“A dire la verità nessuno sa come si chiami.” Prosegue nonna. “Lo abbiamo chiamato così visto che si è piazzato lì da quando è morto l’Ermanno. Da solo… e non si è mai spostato.”
“Mai?” Chiede Luigino.
“Mai.” Risponde la nonna. “Ricordo ancora il giorno in cui è arrivato. Stavamo facendo il funerale all’Ermanno. Era un buon uomo l’Ermanno. Faceva i trasporti per la fabbrica dei mattoni, partiva il mattino presto e finiva per cena. Veniva sempre in trattoria da noi a mangiare, il tuo nonno e lui erano amici sai. E se ti devo dire la verità, l’Ermanno era anche un bell’uomo… Mai come il tuo nonno eh… Ma insomma… Però non si è mai sposato. Lavorava, andava in giro con il suo camion e quel cagnaccio pulcioso che si portava sempre dietro. Io non lo facevo mica entrare in trattoria. Il cane, non l’Ermanno. Lui entrava eccome. E mangiava, orcocane se mangiava. Gli piaceva proprio mangiare. Con gli anni è diventato grosso, parecchio. Talmente grosso che non sembrava possibile che riuscisse a salire su quel suo camion. E a scendere anche. Infatti è lì che l’han trovato. Al volante. Sembrava che dormisse, là nel parcheggio. Per tirarlo fuori son dovuti venire i pompieri e hanno fatto fatica, perché prima è dovuto venire quello del comune a prendere il cagnaccio che continuava a ringhiare e non faceva avvicinare nessuno… e poi, al funerale… nessuno se l’aspettava… ancora adesso…”
La nonna racconta mentre incessantemente lucida la lastra di marmo, toglie i fiori vecchi per metterne di nuovi, accarezza la foto del marito, stermina una lunga fila di formichine la cui unica colpa è quella di passare di lì in quel momento, e non si accorge che Luigino ha smesso di ascoltarla da chissà quanto.
Perché a Luigino tutta quella storia non interessa. A lui interessa solo Fedele. Ecco perché adesso cammina piano ma deciso lungo la stradina di sassolini bianchi verso di lui.
Quando la nonna se ne accorge ormai è troppo tardi. Le sue grida lo raggiungono ma non lo fermano.
Luigino allunga una mano, senza paura e con la delicatezza e l’innocenza che solo un bambino ancora piccolo possiede.
Allunga una mano verso Fedele che lo riconosce per quello che è, un esserino inerme e curioso, e per questo non si oppone al gesto.
Luigino sorride e tocca con delicatezza il grosso pneumatico del camion, che per tutta risposta lampeggia con uno dei fanali e ondeggia i tergicristalli.

 

La strana storia di Olivia

Olivia possiede da sempre una dote incredibile.
Olivia non chiede a nessuno di fare qualcosa per lei.
Mai.
Quando nasce, Olivia si distingue dai suoi piccoli colleghi appena assunti in questa grande azienda che è il mondo perché non inizia da subito a reclamare per avere cibo o attenzioni. Mentre gli altri strillano e piangono in attesa della poppata o del cambio di pannolino, lei resta tranquilla con un’espressione di pace e curiosità. Al punto che le infermiere del reparto maternità si litigano il poterla accudire.
Gli anni dell’infanzia e della giovinezza di Olivia trascorrono per sua fortuna in un ambiente familiare tranquillo e sufficientemente agiato da permetterle di crescere felice e spensierata.
Chi le vive accanto nota presto e con piacere la sua spiccata capacità di fare tutto da sola non appena ne acquisisce la capacità.
Olivia non chiede mai aiuto per fare i compiti, per vestirsi, allacciare le scarpe, spostare o prendere cose, svolgere i normali quotidiani compiti che tanto spesso chiunque di noi cerca di demandare a qualcun altro, come per esempio portare fuori il pattume, far passeggiare il cane, prendere l’acqua dal frigo o cercare il telecomando.
Va da sé che nel corso della sua esistenza, Olivia incontra personaggi che tendono ad approfittare di questa propensione, a partire dalle amiche, per passare dai colleghi di lavoro e infine, naturalmente, al marito e ai figli.
Ma a Olivia tutto questo incredibilmente non pesa, oltre che essere nella sua natura il non prendere nemmeno in considerazione l’idea di chiedere ad altri quello che può fare da sola.
E questa sua abitudine la accompagna fino alla vecchiaia, quando grazie alla buona sorte, supportata da una salute di ferro e una vitalità invidiabile, si ritira, ormai vedova e pienamente realizzata come donna, nella sua casa di campagna, circondata dalle amate piante e dai suoi fedeli cani.
È qui che Olivia dopo molto tempo vissuto felicemente ci lascia, serenamente come serenamente ha vissuto.
Senza però mai scoprire di aver sempre posseduto una dote incredibile, quella di cui vi accennavo all’inizio di questa storia.
Una dote rimasta sempre in ombra a causa della sua volontà di non chiedere mai aiuto per nulla a nessuno.
Olivia possedeva il Dono del Comando. Ogni sua richiesta sarebbe stata un ordine ineluttabile per chiunque l’avesse ricevuto, fossero stati uomini o animali.

Olivia avrebbe potuto essere la persona più potente della Terra, se non fosse stata in assoluto la meno rompicoglioni.

Immobile

Già tornando verso casa dopo la solita giornata trascorsa in officina, Attilio nota la figura seduta in mezzo al grande campo incolto ai bordi della strada. Ma Attilio non è tipo da farsi gli affari degli altri e poi non vuole seccature. Chi lo sa chi è quel tizio… Un qualche barbone, un drogato, o uno di quei matti che ogni tanto sfuggono al controllo della vicina casa di assistenza.
Non se ne cura quindi, e prosegue nelle sue quotidiane abitudini.
Solo qualche ora più tardi, quando esce sul balcone di casa per godere dei colori del tramonto estivo, Attilio s’accorge nuovamente di quello che presume essere un uomo, ancora seduto e fermo nel prato al di là della strada. Si concede allora qualche minuto per osservarlo con calma, lì al sicuro dall’alto del suo balcone al terzo piano. Senza rendersene conto inizia a fantasticare sul motivo che spinge quell’uomo a restare immobile per… Quanto tempo? Un’occhiata all’orologio e un rapido calcolo dicono almeno due ore e mezza, da quando lo ha notato, almeno.
Ora Attilio è più che semplicemente incuriosito da quella figura. Che si tratti di qualche installazione artistica dall’aspetto iperrealista?
Non sarebbe così impossibile… Però, piazzata lì così, senza preavviso. Attilio si sforza di ricordare se per caso nelle settimane precedenti qualcuno nel palazzo ne abbia parlato, o se ci siano stati avvisi nella cassetta della posta che ha cestinato senza troppa attenzione, ma non ricorda nulla.
Allora si sporge appena oltre la balaustra del balcone per vedere se qualcun altro nel palazzo si sta ponendo le stesse domande.
“Sera, Casati..” Lo saluta il vicino di balcone.
“Ah, buonasera Pierantoni,” risponde Attilio al contempo colto di sorpresa e felice di aver trovato corrispondenza, “ma, stava guardando anche lei…”
“Si si,” lo anticipa il vicino, “è lì così da oggi pomeriggio.”
“Ma è una statua?”
Il Pierantoni sbuffa una nuvola di vapore aromatico, “ma va là , è il Chiavazzi…”
Attilio elabora l’informazione, ora tutto torna. Riprende a osservare l’uomo immobile nel prato e solo ora nota la motocicletta del Chiavazzi parcheggiata come al solito nello spazio per disabili. Adesso che conosce l’identità del soggetto gli viene facile riconoscerne le fattezze.
“Ma che ci fà lì immobile da tutto questo tempo?”
Il Pierantoni emette un mugugno incomprensibile insieme all’ennesima nuvola di fumo della sigaretta elettronica. Attilio lo interpreta come un “chissenefrega”.
A lui frega. Per questo due minuti dopo è in strada, che cammina lentamente verso la figura immobile. È vero, sapendo che si tratta del Chiavazzi, il suo pensiero cosciente gli urla di non interessarsi della cosa, così come presumibilmente stanno facendo tutti gli altri condomini.
Perché se trovi una motocicletta parcheggiata in modo da occupare almeno tre posti auto, è stato il Chiavazzi, se trovi l’ascensore lasciato aperto all’ultimo piano è stato il Chiavazzi, se la domenica mattina all’alba ti svegli sulle note a tutto volume di Arrapaho degli Squallor è il Chiavazzi, se nel cassonetto condominiale dell’indifferenziata trovi forme di vita sconosciute anche all’equipaggio dell’Enterprise, è stato Chiavazzi.
Per questi e mille altri motivi ora la sorte del Chiavazzi non sembra interessare nessuno, se non la vocina nella testa di Attilio che lo costringe ad avvicinarsi. Ora che si trova a non più di due metri dall’uomo, Attilio si accorge dalla postura del corpo che Chiavazzi si stava alzando, dopo aver fatto una specie di picnic, ma il movimento è rimasto incompiuto e bloccato.
“Hei, tutto bene?” Domanda Attilio.
“Chi è? Che vuoi?” Risponde l’altro piccato.
“Sono Casati. Terzo piano.”
“Ah, Casati. E che ci fai qui?”
“Niente, sono venuto a vedere se va tutto bene. Mi dicono che sei fermo qui da ore.”
“E allora? Non posso? Dò fastidio a qualcuno?”
Attilio non risponde, abituato al fare scostante del Chiavazzi. Si porta lentamente davanti all’uomo seduto in quel modo così particolare. Lui non muove un muscolo, lo sguardo fisso davanti a sé. Fisso su qualcosa che sembra non esserci.
“Ma, stai guardando qualcosa?” Domanda infine Attilio.
“No, sono qui a fare yoga… certo che sto guardando una cosa. Ma non sono mica tenuto a dirti cosa.” Risponde Chiavazzi sarcastico.
Attilio si volta nuovamente nella direzione dello sguardo, si concentra, ma a parte un campo incolto e qualche albero rinsecchito, l’unica cosa degna di nota all’orizzonte è la ciminiera dell’inceneritore comunale, neanche tanto in linea con la linea visiva del Chiavazzi.
“Io non vedo nulla,” commenta Attilio, “sicuro di star bene?”
“Mai stato meglio, Casati. Ora, se non ti dispiace, gentilmente, togliti dalle palle.”
“Sempre gentile, Chiavazzi.” Saluta Attilio mentre si allontana, deciso a rientrare e a dimenticare la faccenda.
“Figurati se divido con qualcuno quello che ho trovato.” Mormora a mezza voce l’uomo seduto nel campo.
“Cosa?” Esclama Attilio tornando velocemente sui suoi passi.
“Cosa cosa?”
“Cosa hai detto? Adesso, un secondo fa.”
Chiavazzi non risponde subito, non si muove, non cambia espressione, ma sembra riflettere. “Va bene,” concede infine, “ti faccio vedere.”
Attilio ora è tutt’orecchi, a un passo da quello strano personaggio che fino a qualche minuto prima desiderava solo evitare e che ora trova misteriosamente interessante. Seguendo le sue istruzioni si abbassa quel tanto che serve per portare il suo volto alla stessa altezza dell’altro.
“La vedi?” Domanda Chiavazzi.
“Ma che cosa?”
“Ah, se me lo domandi vuol dire che non la vedi.” Commenta Chiavazzi tra il deluso e il divertito. “Facciamo così, mettiti proprio davanti a me, nella stessa posizione.”
“Ok.”
“Però Casati, patti chiari eh, questa cosa l’ho trovata io ed è mia, chiaro? Due minuti poi te ne vai, e non ne parli con nessuno.”
Attilio annuisce distrattamente, sempre più desideroso di sapere.
“Oh, Casati, non sto scherzando, guarda che se poi non ti levi ti levo io.”
“Sì sì ho capi…” Attilio non riesce a finire di parlare, la voce gli si blocca in gola nel momento in cui, finalmente riesce a vedere.
Una piccola luce verde pallido, che fino a un attimo prima non esisteva, ora è esattamente nel mezzo del suo campo focale, allo stesso modo in cui una forza invisibile lo avvolge come un mantello e lo immobilizza completamente. Attilio non ha mai provato prima una sensazione di panico, per cui non ne associa subito il nome allo stato in cui si trova. Deve ricorrere a tutta la sua calma interiore per riuscire a far funzionare di nuovo i polmoni. Lentamente, a fatica, perché ad ogni movimento che cerca di fare corrisponde una forza uguale e contraria, l’aria riprende a uscire e rientrare.
Alle sue spalle invece il Chiavazzi rotola via nell’erba e si rialza veloce. Grida bestemmie sorridenti e salta come un grillo.
Attilio prova inutilmente a parlare, l’unica cosa che ottiene è un mugugno incomprensibile, probabilmente gli ci vuole altro tempo per riuscire a ingannare la forza immobilizzante. Il ragionamento, al contrario, è ancora in movimento, e il pensiero di essere stato fregato come un pollo dal Chiavazzi è quello che gli fa più male.
“Oh Casati,” grida ridendo da lontano il Chiavazzi mentre avvia la motocicletta, “mi raccomando tienimi il pos..” il rombo della moto copre il resto della frase, poi si allontana velocemente lasciando il posto al silenzio della sera che si è ormai accomodato sul mondo.

 

“Buonasera tesoro,” esordisce Kotth appena rientrato a casa.
“Sarà una buona sera dopo che avrai parlato con tuo figlio,” risponde piccata la moglie.
“Oh per Juba… Sentiamo, Ahtha, cosa ha combinato questa volta?”
Ahtha sospende per un attimo lo sfregare nervoso della padella ammantata dal detersivo e punta una mano ricoperta di schiuma contro il marito. Qualche goccia impatta sulla giacca scura.
“Tuo figlio,” sibila Ahtha, “nonostante l’ammonimento del Direttivo ha costruito di nuovo un tunnel spazio-dimensionale e si diverte a torturare razze inferiori sui pianeti minori. È tutto il pomeriggio che tiene fermo con il raggio immobilizzante un esserino inerme. Guarda che se genera l’ennesimo buco nero in un’altra galassia lo bocciano ancora quest’anno!!!”

 

La strana storia di Lorenzo Zamboni

La madre
“Ma cosa vuole che le dica ispettore, il Lollo era un bravo ragazzo, casa, lavoro, casa… Aveva una passione per quella macchina… Era già d’epoca quando la presa suo padre, si figuri… Qualche sera sì, usciva con gli amici, ma si fermavano sempre al bar dell’Ugo, giù in valle… No che non ce l’aveva la morosa, ispettore, il mio Lollo… Era ancora giovane, era il mio bambino…”

Il datore di lavoro
“Guardi ispettore, per quello che riguarda il Lorenzo, un uomo d’oro, si capisce. Averne di lavoratori come lui. In venticinque anni di servizio sempre puntuale, preciso. Mai avuto da dire. Ecco, solamente nell’ultimo periodo, era sempre un gran lavoratore si capisce, però mi dava l’idea che avesse fretta di andare a casa. Per quel che so viveva ancora con la mamma, non è che facevo domande, si capisce. Si insomma, diciamo che non mi faceva più le dieci dodici ore di prima, si capisce…”

L’amico 
“Ma qui onestamente guardi, nessuno se lo spiega come sia successo. Il Lollo… che ancora il sabato sera siamo qui che lo aspettiamo in compagnia, lui e il suo macinino vecchio come il cucco. Ah, ma guai a toccarglielo quel bidone. Guardi… era un bambinone, ma era uno che se c’era da far casino era il primo… sempre con la testa sulle spalle però… ci potevi contare sempre sul Lollo. Guardi, una cosa così, onestamente, guardi chieda a chi vuole qui, della compagnia, non se l’aspettava nessuno. Donne? Mah insomma, ispettore, onestamente, l’ha vista una foto del Lollo com’era no? Non è che fosse proprio… dai… e poi non so, non andava neanche con la Ramona, quella giù della zona industriale, ha capito chi, no? Però era simpatico da matti… pensi che aveva cominciato a raccontare di conoscere personalmente Leonardo DaVinci, ‘sto matto…

Il medico dell’ASL
Pronto? Ispettore buongiorno, sono Donati, dell’ASL. Senta, disturbo? No perché la chiamavo riguardo all’incidente della galleria… ecco sì… ho letto l’articolo sul giornale, ho visto che si tratta di un certo Zamboni. Esatto, senta, magari non ha importanza, ma qualche tempo fa lo Zamboni è venuto qui in ambulatorio… Sì, chiedeva se poteva parlare con qualcuno, tipo psicologo… Ecco, infatti, il problema è che lo psicologo qui arriva una volta ogni tanto, allora gli ho detto che doveva… in città, esatto… e ma lui fino a là non ci voleva andare allora gli ho chiesto se potevo essere utile io, qualche studio ai tempi l’ho fatto… Insomma, per venire al punto, mi disse che quando percorreva con la macchina la galleria… sì quella dell’incidente, insomma in macchina gli comparivano personaggi famosi del passato che però sparivano appena fuori dal tunnel… Eh lo so, lo so, anche a me un poco è scappato da ridere, perché poi lui era così convinto che fossero reali… ma lei capisce, non è che Cristoforo Colombo o Ghandi possono materializzarsi in un’auto, probabilmente erano fantasie sue, mediate dalla tv, o da internet… No, al momento non gli prescrissi nulla, gli consigliai comunque di parlarne con qualcuno giù in città… Ma si figuri ispettore, dovere mio… Arrivederla.

La testimone oculare
Allora ispettore, adesso le racconto tutto. Lei lo sa, io son vedova da tanti anni ormai e il mio povero marito buonanima dio l’abbia in gloria non gli piacevano gli animali in casa, lei lo sa, me invece c’ho sempre avuto la passione per le bestie, lei lo sa, e allora quando il mio povero marito buonanima dio l’abbia in gloria mi ha lasciato, che l’era ancora giovane, lei lo sa, insomma io non per dire ma ero ancora una donna piacente, lei le capisce ‘ste cose no? Ma io niente sa? Io mi son presa la Tina, la gatta, solo dopo l’é arrivato il Rufus. Lei lo sa no, l’ho ciapà in canile, già vecchietto, c’ha su un po’ di acciacchi e allora vai e vieni dal dottore dei cani, sì insomma, quello lì, com’è che se ciama, il veterinario. Come ispettore? Sì, eh, ha ragione, vengo al dunque, lo diceva anche il mio povero marito buonanima che dio l’abbia in gloria che mi perdo in po’ via. Insomma quella sera lì stavo andando giù in città a portare il Rufus dal dottore e proprio sotto la galleria, quella lunga che la finis mai, c’avevo davanti proprio quella macchina lì dell’incidente. La conoscevo bene perché siccome ci vado giù spesso per il Rufus e sempre tipo a quell’ora, la vedevo insomma. Che poi era una macchina un po’ particolare, lei lo sa. E insomma guardi, è successo così, a un certo punto si è messo in mezzo, ha acceso le quattro frecce, sa tipo quando c’è un incidente, ha frenato e io e quelle due macchine dietro abbiam frenato anche noi, no? Che poi non le dico, il Rufus mi è anche caduto giù dal sedile, poretto… Sì sì, le dico, a un certo punto quello lì che guidava ha abbracciato la donna che stava di fianco e ha accelerato da matti che ha fatto anche un nuvolone nero dietro e è andato contro il muro della galleria, dritto dritto… Uno spavento che neanche quando il mio povero marito buonanima che dio l’abbia in gloria mi è morto mentre mangiava lo stufato, guardi… Le faccio un caffè?

Il medico legale.
Oh, ispettore carissimo buongiorno! Allora prima di tutto preparati psicologicamente che domani nel derby le prendete senza se e senza ma, poi, lo vogliamo chiudere ‘sto caso? Che? Miii, t’ho mandato il rapporto dell’autopsia stamattina… Niente droga, niente alcol, niente malori, infarti, ecc, ecc. Questo tizio si è schiantato contro il muro volontariamente… Per quale motivo poi, lo sapeva solo lui, visto la sventolona che aveva accanto. A proposito, di lei hai scoperto qualcosa? Niente? Persone scomparse? Latitanti? Nulla… Ok… Allora procediamo, lui lo ridiamo alla famiglia e lei torna nel frigo… certo che… magari è una mia impressione… ma non ti sembra uguale a Marylin Monroe?

Cinque

Tra le materie della scuola professionale che ho frequentato dopo le medie c’era disegno tecnico.
Non impazzivo per quella materia, ma se non ricordo male non è che ci fosse un gran feeling neanche con le altre. In particolare non avevo (e credo di non avere ancora) grande dimestichezza con matite compassi righelli squadre e goniometri. La squadratura del foglio mi creava difficoltà, probabilmente perché la mia riga da 50 cm aveva litigato con la squadra da 30 per una questione di angoli che non ho mai voluto approfondire, per cui partiva diritta e arrivava “un po’ più in là”.
Le matite non erano mai sufficientemente appuntite, e se provavo a usare le portamine, si verificava uno strano fenomeno chiamato “Fratturazione incontrollata e continua delle mine di grafite contenute in apposito portamine”, fenomeno studiato anche dal CICAP su segnalazione di alcuni studenti, non io, giuro (senza peraltro che si sia trovata una spiegazione). La gommapane (chissà poi perché si doveva utilizzare quella) invece di cancellare sporcava e inglobava materiale sconosciuto da ogni remoto angolo dell’aula di disegno, al pari del buco nero appena scoperto qualche galassia più in là.
I compassi non ne volevano sapere di mantenere l’apertura richiesta, danzavano passi di tango tutti loro, chiudendo e allargando le zampette al ritmo di una musica inudibile.
Va da sé che i miei disegni difficilmente raggiungevano un livello decente di precisione. Spesso “aggiustavo” il tiro in corsa…
L’unico lavoro di cui conservo un buon ricordo e che credo di aver svolto degnamente è un cinque.
La riproduzione del numero cinque. Occupava un intero foglio da disegno, quelli in formato A3 per intenderci.
Non ce l’ho più. Chissà che fine ha fatto dopo quasi quarant’anni e mille traslochi insieme a una marea di altre cose che saltuariamente rimpiango di non aver più.
Giocattoli, modellini, quaderni, scatole di Lego che probabilmente ora varrebbero una piccola fortuna. Più ci penso più mi vengono in mente cose perdute, chissà se il modello in metallo di Goldrake (robot e disco, uno si inseriva nell’altro, mica pizza e fichi) è arrivato su Vega…
Ok, non mi sento particolarmente legato alle cose materiali, ma perdere fisicamente gli oggetti è un po’ come perdere delle piccole parti della propria vita.
Si dice che la memoria incameri e custodisca tutto quello che abbiamo visto e vissuto anche se pensiamo d’averlo dimenticato, ma avere anche un ricordo da poter toccare forse aiuterebbe.
Comunque, quel cinque disegnato lo ricordo molto bene. Ne ero orgoglioso. La parte superiore ben squadrata e la morbida pancia inferiore.
E ci ho ripensato perché, purtroppo, la notizia della scomparsa improvvisa di un mio coetaneo, che non conoscevo personalmente ma che in qualche modo ha avuto a che fare con me, mi ha portato a fare due conti, qualche giorno addietro.
Ho pensato, se dovessi morire oggi (sì lo so ho sempre pensieri molto allegri… non è colpa mia, è questa nostra vita che è spassosissima), se questo fosse il mio ultimo inutile giorno in questo mondo, a quante persone mancherei?
Ma mancherei veramente?
O meglio, la mia sempre troppo precoce dipartita, a quante persone cambierebbe la vita in modo radicale?
Indovinate un po’?
Perché tolti i colleghi di lavoro in cui sono facilmente sostituibile, tolti gli amici che non ho per cui non si pone il problema, tolti i parenti tutti con cui ci si sente per gli auguri di Natale (e non tutti gli anni), tolti tutti gli altri conoscenti che appunto in qualità di semplici conoscenti si limiterebbero a una constatazione del fatto, restano solo i familiari strettissimi.
Cinque, appunto.

E voi? Avete mai fatto il conto?

Che poi…

Che poi quegli occhi non sono tanto diversi da tutti gli altri occhi che hai visto finora.
E’ il modo in cui ti guardano che è diverso. Il modo in cui ti entrano nello stomaco.
Il modo in cui il loro leggero disegno sembra piegarsi appena verso l’alto, come a sorridere indipendentemente dalle labbra, così poco che quasi non te ne accorgi, tanto stai stupidamente cercando di resistere a quello sguardo.
Che poi, quando quegli occhi smettono di mescolare tutti i pezzi del tuo puzzle e ricominci a formare la cornice, ti domandi da quanto tempo li aspettavi. E tra quanto tempo li rivedrai. Forse domani, forse mai.
Che poi non sai se hai solo visto quello che volevi vedere e niente più.
Che poi l’unica certezza è che non lo saprai mai, perché hai già ingranato la marcia e superato il passaggio pedonale.

Lame

È una lotta impari.
Spade contro mitragliatrici.
Proiettili sparati a raffica, uno dietro l’altro, veloci e precisi.
Testi come polvere da sparo foderati da musica di metallo.
Se ti beccano non lasciano scampo.
Così sono le canzoni.
Arrivano dritte e letali e ti colpiscono e ti feriscono, qualcuna ti attraversa, altre si fermano dentro.
E la stessa canzone, lo stesso testo in quel proiettile di musica diventa parte di te e non lo dimentichi neanche volendo.
Basta un colpo di grilletto, il click del caricatore, tre note in fila e ti ritrovi a cantare parole che non conoscevi più.
I racconti invece, quelli no.
I libri, i romanzi, pieni di parole che faticano a staccarsi dalla prigione del loro foglio.
Le devi andare a cercare, le parole di quelle storie, non possono venire loro da te.
E sì, possono farti sognare, ma ci devi mettere del tuo, devi immaginare.
Ti penetrano piano, come la lama di un coltello, di una spada, ma non ti restano dentro a lungo.
E poi guarisci.
Perché non so scrivere canzoni?

Questa non è una mia storia…

…altrimenti saprei come farla finire.
Ieri, lo sappiamo tutti, si è svolta la manifestazione Friday for Future.
Uno sciopero di studenti a livello mondiale per sensibilizzare i potenti del Mondo sul problema del surriscaldamento globale. L’evento, nato dall’impegno della giovane attivista svedese Greta Thunberg, ha avuto un successo planetario. E’ stata sicuramente una giornata eccezionale, bellissima e mondiale. Una manifestazione sentita e che si è fatta sentire. Vi hanno partecipato anche le mie figlie, felici e orgogliose d’averlo fatto.
E io voglio ufficialmente chiedere scusa.
Chiedo scusa a mia figlia Greta, omonima della famosa giovane attivista, chiedo scusa a mia figlia Tessa, ai loro amici e a tutti coloro che hanno partecipato sperando che possa servire a qualcosa.
Sarò cinico, sarò disilluso, sarò solo stronzo, ma sono convinto che nulla cambierà.
Non in meglio, comunque.
E’ un pensiero fisso che mi ha accompagnato dal mattino, mentre ascoltavo le notizie sul successo della manifestazione date dai radiogiornali fino a sera, davanti alla tv, osservando le facce di quei ragazzi arrabbiati e speranzosi. Pensavo che, mentre li ascoltavo chiedere un cambiamento subito, immediatamente, ora, le persone che avrebbero dovuto ascoltarli in realtà forse nemmeno sapevano cosa stesse accadendo.
Voi avete per caso sentito, vi è giunta voce, qualcuno vi ha riferito, per lo meno qui, in Italia, che qualche politico “gerarchicamente” di alto livello (non in senso lato, sarebbe chiedere troppo) abbia commentato sulla manifestazione?
Io, almeno nel telegiornale che ho visto, non posso e non voglio vederli tutti, ho sentito parlare solo della necessità di accrescere il PIL, procedere con le grandi opere, rilanciare l’economia e comprare aerei da guerra (perchè non possiamo farci trovare impreparati… a cosa? C’è qualcosa che non so?)
Ora, sono scemo io o tutte queste attività non faranno altro che aumentare il riscaldamento globale? E stiamo parlando solo della politica italiana. Se rapportiamo il tutto a livello mondiale, ciao.
Altra considerazione, se avete la pazienza di continuare a leggere, forse più importante a mio parere. Credo che non si possa fare affidamento su quei quattro gaglioffi (sostituite il termine con quello che più vi aggrada) che comandano il mondo, per cui, sto dicendo una cosa veramente banale e abusata, la rivoluzione dobbiamo farla noi. Nel nostro piccolo quotidiano.
Io, voi, tutti quei ragazzi che oggi hanno partecipato. Quanti di noi, di loro, contribuiscono a questo sistema malato?
Quanti di quei ragazzi ieri, dopo la manifestazione, sono andati a mangiare in una multinazionale (leggi McDonald)?
Quanti hanno in mente di comprare un nuovo smartphone (made in China) anche se il loro funziona ancora benissimo?
Quanti rinunceranno all’auto appena patentati?
Quanti non faranno quel viaggio che hanno in programma da tempo ma che prevede un volo aereo tanto economico quanto inquinante?
Quanti, per risparmiare acqua, diminuiranno la frequenza e soprattutto la durata della loro doccia?
Quanti eviteranno di comprare quelle merci la cui confezione è maggiore del prodotto?
Quanti diminuiranno (o meglio elimineranno) il consumo di carne, la cui produzione (ormai non è più una questione di essere vegani o no) è la seconda causa di inquinamento del pianeta?
Quanti smetteranno di bere Coca Cola (una fra tante), che per farne un litro ne servono circa settanta di acqua?
Quanti spegneranno la luce che non serve, chiuderanno il rubinetto mentre si lavano i denti, non compreranno jeans colorati con tinture venefiche in paesi del terzo mondo, ricicleranno correttamente batterie plastica carta, compreranno a km 0 e rifiuteranno di far parte di quel meccanismo auto-distruttivo che chiamiamo Consumismo?
Spero ovviamente in molti. Lo spero ma non lo credo.
E queste sono solo alcune delle piccolissime abitudini che se modificate, possono produrre enormi cambiamenti. Verso il meglio.
Qualche giorno fa ho sentito in radio un meteorologo di fama nazionale (non faccio il nome perchè non ho voglia di cercare le sue esatte parole, ma fidatevi), che alla domanda cosa si può fare di concreto, adesso, per scongiurare una catastrofe ambientale, ha risposto tranquillamente: ridurre il consumo, ergo bloccare l’economia. Spegnere tutto quello che si può spegnere.
Lo capite anche voi, questa soluzione cozza leggermente con le promesse e le speranze dei politici di tutto il mondo riguardo l’aumento dei consumi e il rilancio dell’economia.
Vabbè ragazzi, potrei continuare per ore e riempire il post di caratteri, parole, numeri, statistiche, esempi. Se avete voglia di farvi del male cercate voi su internet.
E comunque non servirebbe a nulla. Tanto, a meno che non ne siate costretti, non cambierete le vostre abitudini (il voi è generico, nessuno si senta offeso).
Io stesso, che nel mio piccolo mi taccio di essere sensibile verso l’ambiente, potrei fare molto di più. Per esempio adesso potrei dormire, invece di tenere acceso un computer e le luci di casa solo per inviare poi queste vuote parole ai server di wordpress, contribuendo al surriscaldamento globale.
Il solo fatto che io esista è un danno per il pianeta, posso cercare di ridurre il mio impatto, non lo posso evitare (non che al pianeta freghi molto di questa situazione, in fondo il danno lo facciamo a noi stessi, il pianeta evolverà e sopravviverà, diversamente da noi).
E io sono solo uno dei sette, quasi otto miliardi di umani.
E nella migliore, più rosea, utopica delle ipotesi, anche se mezzo miliardo di individui iniziasse a comportarsi in modo veramente, ma veramente ambientalista, rimarrebbero sempre sette miliardi e passa di teste di cazzo a buttare nel cesso ogni sforzo.
Ma voglio concludere con un pensiero positivo.
Voglio credere che fra tutti quei giovani che ieri hanno sfilato per le strade del mondo, almeno qualcuno abbia la costanza di perseguire un sogno e riesca davvero a fare la differenza, con il suo voto, con le sue idee, con il suo impegno sul campo.
Nel frattempo, ragazzi, vi chiedo scusa.

Come posso?

Come posso io, umile scribacchino, trovar per te parole che già non abbian trovato grandi poeti al pari di Dante e Shakespeare?

Come posso io, semplice garzone di bottega, rendere la tua bellezza più di quanto abbiano fatto Buonarroti e Bernini?

Come posso io, infantile disegnatore dal tratto tremante, raffigurarti meglio di quanto abbian saputo fare Botticelli e Leonardo?

Come posso io, piccolo strimpellatore, stornellare le tue lodi più di quanto già non abbian cantato Tenco e Ligabue?

Come posso io, così poco assennato, manifestare la tua intelligenza più di quanto abbiano dimostrato Marie Curie o Montalcini?

Come posso io, debole essere primitivo, apprezzare la tua forza più di quanto abbia fatto lo stesso Dio, donandoti il gravoso potere di generare la vita?

Come posso…?
Come?
Posso?
Ah.
Nel senso che… dovrei sforzarmi di più?
Dici?
Vabbè, nel frattempo, sentiamo questo ameno motivetto…

Auguri a tutte 🤗

Apetta

La porta della camera la apre piano, come ogni volta.
E come ogni volta cerca di non farle emettere quel cigolio a metà della corsa, invano.
E come ogni volta si ripromette di oliarla, dimenticandosene poi.
L’interno è in penombra. Entra e richiude. Gli occhi si abituano in fretta al cambiamento di luminosità, il naso riconosce l’odore che ormai ha imparato a definire come casa. Appoggia la valigetta a terra, pochi passi lo portano alla moglie appisolata nel letto accanto al figlio. La sveglia con un bacio sulla fronte e le sussurra di andare a dormire. Lei sorride appena, non dice nulla, si solleva leggera e prima di lasciare la camera stringe l’uomo in un abbraccio morbido. Il sapore delle lacrime sul suo viso è ancora pungente, anche se sono già state versate da tempo.
Ora l’uomo è solo nella camera del figlio. Allarga il nodo della cravatta e si sfila la giacca lasciandola cadere su una sedia. Un foglio piegato scivola a terra da una tasca. Lo raccoglie prima di lasciarsi cadere sulla poltroncina accanto al letto.
La voce leggera del bambino lo raggiunge appena prima che le palpebre cedano alla stanchezza, dopo aver riletto per l’ennesima volta le poche righe stampate sul foglio intestato alla fioca luce che penetra dalla finestra.
“Papo?”
“Ciao piccolino.”
Un bacio.
“Ho fatto un sogno.”
“Bello o brutto?”
“Ho sognato Apetta.”
“Allora è stato un bel sogno.”
“Mi racconti ancora la sua storia?”
“Ancora?” Chiede il padre sospirando, “ma non stavi dormendo?”
Il bimbo sfodera un sorriso per risposta, quel sorriso a cui sa che il papà non potrà dire di no.
“Va bene piccoletto, però poi a nanna.” Senza attendere risposta, l’uomo si avvicina con la poltroncina il più possibile al bordo del letto, stringe delicatamente una mano del figlio e inizia a raccontare.
“C’era una volta, in un piccolo paese lontano, una piccola bambina vivace, simpatica e intelligente. Tutti la chiamavano Apetta perché quando si muoveva sembrava un’ape in cerca di fiori da impollinare. Non stava mai troppo ferma nello stesso posto e ronzava da un punto all’altro proprio come una piccola ape laboriosa che salta di fiore in fiore. Tutti volevano molto bene ad Apetta perché era una bimba gentile e premurosa, sempre felice e solare. Ovunque andasse riusciva a portare gioia e buonumore e aveva sempre una buona parola con tutti. Però Apetta aveva anche un piccolo difetto, insomma, neanche tanto piccolo. Le piaceva fare scherzi, era tremendamente dispettosa e qualche volta non proprio ubbidiente. Proprio per questo una volta si cacciò in brutto guaio. Vedendo un tizio strano che passeggiava per il paese, si accorse che da sotto il suo soprabito spuntava la punta di una coda. Corse subito a raccontarlo al nonno, ma questi le disse che era impossibile che un uomo avesse la coda, che doveva essersi sbagliata e, che se proprio era sicura che si trattasse di una coda, sarebbe stato meglio ignorare la cosa. Ma noi lo sappiamo, Apetta non era una bambina a cui si poteva impedire di fare qualcosa quando se la fosse messa in testa. Ed ecco che tornò sui suoi passi in cerca dello sconosciuto e una volta trovato, sgattaiolò alle sue spalle per controllare bene se si trattasse di una coda vera o cos’altro. Ma Apetta correva troppo veloce e lo stranierò si arrestò bruscamente per chissà quale motivo. Fu così che Apetta, senza volerlo, perse l’equilibrio e si ritrovò appesa alla coda dell’uomo, che sentendosi tirare per il di dietro, si arrabbiò tanto quanto Apetta non aveva mai visto. Urlò maledizioni a tutto spiano verso chiunque gli capitasse a tiro e quando si accorse che il responsabile del suo fastidio era una bambina minuta e intimorita, le gridò parole incomprensibili fino a quando Apetta, ancora frastornata e spaventata, capì che avrebbe dovuto mollare la presa. Purtroppo, le parole che lo straniero aveva rivolto ad Apetta si rivelarono essere degli incantesimi di stregoneria che le procurarono grandissimi mal di testa e altri dolori un po’ dappertutto, quasi tutti i giorni della sua vita. Ma Apetta non si diede per vinta come avrebbero potuto fare molti altri al suo posto. Decise che avrebbe continuato a vivere esattamente come prima, anzi, molto più felicemente di prima, perché scoprì ben presto che la felicità, l’ottimismo e l’allegria erano un’arma formidabile contro la maledizione dello stregone con la coda. Così Apetta crebbe e aiutò tantissime persone come lei a superare le difficoltà con un sorriso e una battuta. E non smise neanche di essere dispettosa, perché quelli che la trattavano maleducatamente dovevano sempre aspettarsi uno scherzo tremendo da parte sua. Perfino lo stregone non dorme più sonni tranquilli da quel giorno, perché sa che Apetta lo sta cercando e quando lo troverà…”
Il papà smette di raccontare, come d’abitudine, aspettando la domanda di rito del figlio per poi concludere la storia.
Ma il bambino ha ripreso a dormire serenamente.
Allora l’uomo sfila la mano dalla piccola presa ormai leggera e si avvia silenziosamente fuori dalla stanza.
La luce nel corridoio è fredda e tagliente, come lo è sempre, giorno e notte. Sua moglie non è andata a casa, lo aspetta semi addormentata su una delle poltrone nella saletta d’attesa. Quando lo vede gli corre incontro sorridendo. Non hanno bisogno di parlare. Hanno letto e riletto fino a consumarle, le parole stampigliate sull’ultimo esame medico. Le parole che dicono che il loro bambino potrà tornare a casa e, con un po’ di attenzione, condurre una vita normale.
L’uomo stringe la donna, mentre dalla grande finestra che versa sul cortile vede entrare in Accettazione un’altra coppia di anime disperate, a seguito di una barella occupata da un corpo minuscolo, attorniato da flebo e infermieri.
E prova una stretta allo stomaco.

 

Nota: L’argomento è talmente delicato che spero di non mancare di rispetto a nessuno, pubblicando questo piccolo racconto. Mi è venuto alla mente dopo aver letto questo post di alemarcotti. E’ ovviamente ispirato da lei.

 

Quando scrivo…

…una delle mie storie, buona parte del lavoro è trovare un nome ai personaggi che la animano. Che non siano ridicoli o troppo banali e, di solito non ne sono mai pienamente convinto. Poi ti ritrovi di fronte alla realtà che come spesso accade supera di gran lunga la fantasia…

Che dire… Alma e Spiritino… Viene da scriverci qualcosa…

Pesce

Sono qui da un po’ che osservo.
Osservo il pescetto grigio con due baffi lunghi e sottili. E’ solo uno dei tanti pesciolini che dividono lo spazio liquido tra le quattro pareti dell’acquario.
Staziona per lo più nell’anfora interamente ricoperta di alghe piazzata proprio in mezzo all’ambiente, soprattutto di notte, a led spenti. Ne aspetta l’accensione mattutina per schizzare fuori e iniziare così la sua routine giornaliera.
Tre giri completi dell’anfora e del piccolo palombaro che soffia le sue bolle d’aria senza mai stancarsi. Il pescetto non sembra prestare molta attenzione all’ambiente in queste sue giravolte mattutine. Sembra avere un’espressione concentrata e pensosa. So che è strano parlare in questi termini di un pesciolino grigio di quattro centimetri, ma mi sono convinto che quei tre giri siano per lui un abitudinario training che gli serve per riordinare i pensieri.
Solo dopo incomincia il suo vero lavoro. Setaccia ogni centimetro nel fondo sabbioso dell’acquario con una precisione invidiabile. Ad osservarlo bene pare di riconoscere uno schema, una scacchiera nella quale si muove sempre nello stesso modo. Cerca cibo, ovvio, ma lo fa con una passione che associo all’amore di un artista per la sua creazione.
E come un artista alle prese con la sua opera, il pesciolino lavora con tranquillità e pazienza tranne quando, una volta al giorno, il dosatore automatico rilascia mangime e l’attività si fa convulsa, frenetica. Una piccola sarabanda fra tutti gli abitanti dell’acquario per assicurarsi più cibo possibile.
Poi la routine riprende, il pescetto torna a occuparsi delle sue faccende così come tutti gli altri. Ad un certo punto, non ho ancora capito secondo quale criterio, dismette l’operazione di setaccio e si riunisce al piccolo gruppo di altri pesci. In quel momento sembrano riposare sfruttando tutti insieme la corrente creata dal gruppo filtrante, tutti in un angolo, come in stasi, apparentemente immobili, rivolti verso uno stesso punto.
Almeno fino a quando i led tornano a spegnersi e il pescetto torna nella sua anfora.

Osservo tutto questo e rifletto su quanto in fondo sono stato fortunato a non nascere nel corpo di un pesce d’acquario.
Ora però devo andare.
Mi aspettano i soliti giri di corsa del parco prima di recarmi al lavoro. Oggi giornata tranquilla, consuete pratiche da evadere, niente di che, me le sbrigo in fretta, non vorrei far tardi in mensa che poi i colleghi si spazzolano i piatti migliori. E questa sera, con gli amici, divano, relax e finale di stagione su Netflix.
Poi a nanna, che domani è un altro giorno.

 

Oppure… (finale alternativo)…
Osservo tutto questo, il pesce grigio con i lunghi baffi, gli altri pesciolini che vivono con lui in quell’ambiente chiuso, limitato, claustrofobico.
Lo osservo come faccio tutte le mattine prima di uscire per correre e andare al lavoro, fino a ieri.
Ieri, quando colto da un dubbio improvviso, un bisogno doloroso, ho preso l’auto e guidato per ore.
Sempre nella stessa direzione.
Fino alla fine della strada.
Fino a toccare con mano la spessa parete di cristallo che rifletteva il mio volto perplesso.
Osservo tutto questo, dicevo, con un martello in mano.

Ti prego

Lasciami un sorriso, un mattino, in una tasca della giacca o nascosto nello zaino, che possa trovarlo quando non me lo aspetto.

Lasciami un bacio sulla guancia, prima di uscire, prima ancora che il caffè riesca a svegliarmi.

Lasciami una vecchia foto in bianco e nero, piegata e un po’ rotta sui bordi.

Lasciami un ricordo a colori, bello o brutto, decidilo tu.

Lasciami nelle orecchie quel pezzo che ti piace cantare.

Lasciami spiegare cosa sei stata, cosa sarai.

Lasciami camminare dietro i tuoi passi per raccogliere quello che perdi.

Lasciami immaginare nuove strade.

Lasciami un quaderno bianco da riempire.

Lasciami una penna con l’inchiostro blu.

Lasciami scrivere per te. Io questo so fare.

Oppure lasciami.

Tu mi parli

Mi parli con entusiasmo, sei radiosa mentre lo fai.
Mi parli e mi racconti di te, di come sei arrivata qui, perfino del tuo gatto rosso che hai chiamato Ramon e che porti sempre con te in auto.
Mi parli del nostro futuro insieme perché anche se ci siamo appena conosciuti sei sicura che avremo una storia lunga e piena di soddisfazione reciproca.
E sei entusiasta mentre mi parli e sorridi e gesticoli allegra, tanto che io non sto nemmeno più ad ascoltare quello che dici, mi perdo a osservare il movimento delle sopracciglia, il danzare delle dita fra le ciocche di capelli.
Vorrei quasi dirti di come involontariamente arricci di poco il naso ogni volta che pronunci la P e che la R mette in mostra il brillantino sull’incisivo esterno appena più del solito.
Vorrei dirti molte cose mentre tu parli e mi racconti di viaggi da fare e progetti da realizzare.
Tu parli e le tue labbra ondeggiano come una marea ipnotica che mi fanno pensare solo a una cosa.
Che col cazzo che il prossimo anno rinnovo l’assicurazione auto con te!
La faccio online.
Ladra…

Latino-americana

Esprimo il mio personale dissenso nei confronti del proliferare della musica latino-americana nel nostro bel paese sebbene conscio che questa peculiare forma di espressione artistica abbia tutto il diritto di esistere al pari del rock del pop e della classica e beninteso che gli artisti esponenti del genere trovino in codesta cacofonia una loro strada verso la realizzazione personale interiore nonché una forma di sostentamento sicuramente più leggera del dover lavorare in fabbrica aggiungo che pur non essendo particolarmente infastidito dalle coreografie ammiccanti dei relativi video ritengo comunque auspicabile un moto di solidarietà italica in modo da poterli aiutare a casa loro che comunque lì hanno un clima migliore e già che ci siamo li incentiverei a restare con la forzata esportazione delle orchestre Liscio Simpatia…

Colori

“Papà papà?”
“Dimmi caro.”
“Papà, perché il cielo è azzurro?”
“Perché devi sapere, tesorino, che tanto tanto tanto tempo fa, il cielo non aveva colore. A quel tempo però c’erano tantissimi uccelli, di tutte le forme e colori. Un giorno un piccolissimo colibrì di un bel colore blu acceso incontrò una bellissima gabbianella completamente bianca. Se ne innamorò perdutamente e tanto si diede da fare nel farle la corte che alla fine, nonostante lui fosse uno scricciolo in confronto a lei, si sposarono. Vissero insieme così tanto e si vollero così bene che riempirono il cielo dei loro piccoli uccellini azzurri. Prima decine, poi centinaia, migliaia e ancora di più, tanto che il cielo divenne completamente azzurro. E così restò.”
“Papà papà?”
“Dimmi caro.”
“Perché l’erba è verde?”
“Questo è interessante. Pensa che secondo il Grande Disegnatore, in origine l’erba doveva essere di un bel colore rosso acceso, ma quando le tavole con i disegni del mondo arrivarono sulla scrivania del Grande Coloratore, per sbaglio uno dei giovani assistenti rovesciò la boccetta con dentro il colore verde. E indovina? Il verde sui prati piacque così tanto a tutti che alla fine lo hanno lasciato così!”
“Papà papà?”
“Dimmi tesorino.”
“Perché i miei capelli sono rossi?”
“Oh, questo te lo racconto solo se mi prometti di non dirlo a nessuno. E’ un segreto di famiglia, ok? Bene. Allora, devi sapere che tanto, tantissimo tempo fa, in una terra lontana, vivevano creature leggendarie ed eroici cavalieri. In quel tempo i draghi scorrazzavano ovunque e ce n’erano di buoni e di cattivi, proprio come gli uomini. Uno dei draghi più cattivi un giorno arrivò nei territori dove vivevano i nostri antenati, miei e tuoi, i nonni dei nonni di un sacco di nonni in fila. E fu proprio uno dei nostri nonni a sconfiggere il drago più cattivo. Però il drago, prima di soccombere, lanciò una fiammata al cavaliere nonno dei nonni e da quel giorno lui al posto dei capelli si ritrovò una fiamma rossa che ardeva sulla testa. Ecco perché tutti nella nostra famiglia hanno i capelli rossi!”
“Papà, papà?”
“Che c’è ancora, figliolo?”
“Perché la cacca è marrone?”
“…”

La strana (breve?) storia di Ultimo Zorzi

Narra la leggenda che il personaggio di cui parliamo oggi debba il suo nome al fatto che la madre, quando lo partorì, urlò in maniera estremamente convinta che non avrebbe più messo al mondo altri figli dopo quel quattordicesimo parto. Dichiarò che sarebbe stato l’ultimo, di nome e di fatto.
E così fu. Ultimo Zorzi fu sempre ultimo in qualsiasi cosa.
Ultimo a essere chiamato all’appello scolastico, dall’asilo alle superiori.
Ultimo a essere scelto nelle squadre di calcio ai giardinetti.
Ultimo a essere invitato alle feste delle medie.
Ultimo nelle graduatorie di accesso a corsi e concorsi.
Ultimo a trovare una fidanzata nel gruppo di amici.
Ultimo a diplomarsi.
Ultimo a trovare lavoro.
Ultimo a sposarsi.
Ultimo a ricevere promozioni in azienda.
Ultimo nelle code dal dottore, alle poste o dall’ortolano.
Ultimo a vedere la pellicola di grido al cinema.
Ultimo ad avere figli.
Ultimo a comprare la seconda casa al mare.
Ultimo a divorziare.
Ultimo a rivendere la seconda casa al mare.
Ultimo a risposarsi.
Ultimo ad avere altri figli con la seconda moglie.
Ultimo ad andare in pensione.
Ultimo ad avere nipoti.
Ultimo a capire come si posta una storia su Instagram.
Ma non per questo Ultimo Zorzi vive un’esistenza infelice o priva di affetti. Tutt’altro.
Una volta superati i complessi causati dalle correlazioni tra il suo nome e le lunghe attese che ne hanno caratterizzato la quotidianità, Ultimo ha saputo trarne il meglio.
In fondo, non tutti i mali vengono per nuocere, essere sempre ultimi può portare a dei vantaggi.
Ultimo si gode serenamente la pensione in un atollo micronesiano, ancora arzillo e in buona salute nonostante le sue duecentoquarantatré primavere, in attesa di passare, come tutti, a miglior vita.
Ma per ultimo.

La sedia

C’è un uomo nudo legato a una sedia.
È una sedia di metallo freddo e lucido, studiata per trattenere un essere umano nel modo più sicuro possibile. Sicuro perché non riesca a liberarsene, non perché non si faccia male.
Costruita da un fabbro accondiscendente che non si è posto molte domande se non quelle riguardanti come spendere il denaro ricavato dalla commessa.
Studiata perché l’uomo ad essa imprigionato non abbia mai la necessità di alzarsi, nemmeno per espletare le funzioni di base.
E in fronte alla sedia di metallo con l’uomo nudo e legato, ce n’è una di legno massiccio, di ottima fattura, dal corpo robusto anche se finemente intarsiato.
Costruita nella seconda metà dell’ottocento da qualche oscuro falegname che sapeva il fatto suo, fa parte di un gruppo di otto che da decenni accompagna un grande tavolo di legno altrettanto massiccio e robusto che ancora adesso occupa il posto d’onore nel salotto principale della casa di famiglia, insieme, appunto, alle altre sette sedie.
La sedia di ferro è inchiodata al pavimento di cemento della cantina e nonostante la sua storia sia molto più recente dell’antica sorella in legno, svolge ottimamente il compito per cui è stata progettata. L’uomo senza vestiti che suo malgrado la occupa ha provato in tutti i modi a romperla, incrinarla o indebolirla utilizzando tutto quello che aveva a disposizione, cioè solo il suo corpo, la forza dei muscoli bloccati da anelli d’acciaio saldati ai braccioli e alle gambe della sedia stessa.
Ma giorni, forse mesi di detenzione, perché ormai l’uomo ha perduto la cognizione del tempo, ne hanno indebolito la muscolatura, così come la volontà, e ora l’uomo si limita ad aspettare. Aspetta il momento in cui il suo carceriere apre la porta della cella, le cui pareti e il soffitto sono ricoperte di materiale fonoassorbente. E’ in base a queste visite che l’uomo nudo regola la sua nuova vita.
L’arrivo di Stecco. Così ha chiamato il suo carceriere, lo Stecco.
E’ anziano, alto, magro, quasi scheletrico, E quando si adagia sulla sedia di legno e resta immobile a fissarlo, quasi si confonde con l’ambiente, come un insetto stecco.
Stecco è uomo di poche parole. Non risponde alle domande che l’uomo gli rivolge ogni volta, tante di quelle volte da perderne il conto.
Sempre in silenzio, Stecco consuma ripetutamente gli stessi gesti.
Entra, pulisce il pavimento della cantina con un getto di acqua fredda, senza esimersi dal rivolgere il fiotto gelido anche all’uomo legato, facendo poi scivolare tutto in uno scarico, gli controlla le ferite da decubito e le piaghe su braccia e gambe limitandosi a una frettolosa e svogliata irrorazione di antisettico o dio sa quale altra sostanza bruciante.
Dopodiché somministra al suo nolente ospite una pappetta semiliquida che l’uomo sulla sedia ha imparato, con il tempo e con le dovute imposizioni di Stecco, ad apprezzare.
Infine, prima di andarsene e lasciare di nuovo solo per ore senza fine l’uomo nudo e legato alla sedia, Stecco si accomoda sulla sedia di legno e resta in contemplazione della sua preda, con un lieve sorriso triste a spezzargli la faccia lunga e altrimenti inespressiva.
Il gioco, se così lo si può chiamare, continua da molto, molto tempo. L’uomo nudo e incarcerato ha provato a calcolarlo, questo tempo. E basandosi sulla sensazione che ha della lunghezza della sua barba, perché non può vedersi vista la mancanza di specchi, è giunto alla conclusione di essere prigioniero da almeno tre mesi.
Ormai è abituato, l’uomo nudo e legato, alla pressione sull’osso sacro, alle natiche che probabilmente si stanno fondendo all’acciaio della sedia, al dolore alle articolazioni che non può muovere, al calore bruciante delle piaghe aperte, alle fitte che puntualmente gli spezzano il collo che fatica ormai a reggere il peso della testa, al puzzo di sangue e merda.
Ormai non si domanda quasi più come mai si trova in quella cantina fredda e sconosciuta. Quasi. Perché nonostante tutto riesce ancora a sognare durante il semi-perenne stato di dormiveglia in cui ormai è sprofondato. E nel sogno persone chiedono di lui, lo chiamano, ne piangono l’assenza.

La porta si apre ancora una volta, Stecco fa di nuovo la sua comparsa.
Questa volta però la procedura è diversa. Porta con sé un leggio di metallo, lo posiziona tra le due sedie in fronte all’uomo legato, vi adagia sopra un grande tablet acceso.
Da una tasca recupera una fotografia e la fissa al leggio con una piccola clip, accanto al tablet.
L’uomo nudo è attento, incuriosito dall’improvvisa novità. Osserva il tablet come se non avesse mai visto niente di simile, cerca di mettere a fuoco l’immagine nella fotografia, a fatica, visto che dei suoi occhiali non ha più avuto notizia dal giorno in cui è stato fatto prigioniero.
Stecco si defila contro una parete, a lato rispetto alla sedia di metallo e all’uomo imprigionatovi sopra. E per la prima volta inizia a parlare.
Racconta la storia di un uomo come tanti, di una gioventù scapestrata, a volte portata all’eccesso, di una maturazione e di una vita scivolata poi nei binari della normalità, della quotidianità.
L’uomo nudo bloccato alla sedia riconosce la sua storia nelle parole che prendono vita in quella voce bassa, antica e paziente.
Perché io, chiede, perché hai scelto me.
Ma Stecco non risponde e continua a raccontare. Ora la storia narra di una piccola creatura nata a fatica e sopravvissuta oltre ogni previsione. E queste ultime parole fanno rabbrividire l’uomo prigioniero. La piccola creatura cresce, si trasforma in una dolce bimba, in una splendida ragazza, promette grandi cose, diventa l’orgoglio dei genitori.
L’uomo nudo urla ora, trovando la forza di farlo in qualche antro nascosto in fondo ai suoi polmoni. Urla di lasciar stare sua figlia, prega piangendo di non toccarla, implora il suo carceriere di fare di lui quello che vuole ma di non far del male a sua figlia.
E mentre piange, sputa, prega, implora e bestemmia, Stecco abbandona la cantina prigione. Socchiude la porta e l’unica lampadina si spegne, lasciando la scena al tablet.
Lo schermo mostra un’immagine fissa. Un salotto. Sembra ripreso da una telecamera nascosta.
Per un tempo che non riesce a quantificare non succede nulla, poi un suono spezza il silenzio. E’ un campanello bitonale. Come successo pochi minuti prima con la voce del suo aguzzino, dopo mesi l’uomo ascolta un suono diverso dallo scroscio dell’acqua gelida e dai passi veloci e contati di Stecco. Il campanello è anche una speranza, la porta della stanza non è completamente chiusa, deve urlare, con tutta la forza che gli resta. Ma la porta si chiude con uno scatto mentre il campanello risuona ancora e questa volta l’uomo prigioniero accetta il fatto che il suono arrivi dal tablet e non dall’esterno del suo piccolo mondo.
L’immagine nello schermo si muove. L’uomo nudo non credeva di avere ancora la forza di urlare così violentemente. Ed è un urlo di disperazione, di terrore, che copre le parole provenienti dal tablet, parole pronunciate da una giovane donna che viene fatta accomodare nel salotto da Stecco. Una giovane donna che è la figlia dell’uomo nudo, legato e disperato.
Stecco e la ragazza parlano, ma l’uomo non sente quello che dicono, impegnato com’è a gridare alla figlia di andarsene, o di trovarlo, o di uccidere lo Stecco. Ma lei non lo sente, non lo può sentire, lui lo sa. E allora tace, adesso l’uomo. Tace e osserva Stecco che si avvicina alla telecamera, consapevole di essere osservato dal suo ospite incatenato, con un largo sorriso che non aveva mai sfoggiato prima. Si avvicina, fino a riempire tutto lo schermo, armeggia con qualcosa e poi si allontana, voltato, rivolto alla ragazza, ma in modo da mostrare al suo unico spettatore il martello che tiene tra le mani.
E l’uomo nudo legato alla sedia è ora convinto di non aver mai provato una rabbia, una paura e un dolore così immenso in vita sua. Tiene gli occhi sbarrati, anche se vorrebbe chiuderli, non si accorge di quanto stiano sanguinando i polsi, le braccia, le gambe, che con tutta la forza che resta loro cercano di spezzare il metallo ma che ottengono solo di rompere delle ossa.
Tiene gli occhi sbarrati, anche se dovrebbe chiuderli per liberarli dalle lacrime che gli impediscono di vedere chiaramente Stecco che solleva il martello alle spalle della ragazza che, ignara, sorseggia un the.
Il tablet emette un beep e si spegne. E si spegne anche l’uomo. Improvvisamente privato della visione di quello che sta accadendo a pochi metri da lui ma così infinitamente lontano.
E’ di nuovo silenzio. L’uomo evita perfino di respirare nella speranza di poter udire qualche suono provenire dal salotto.
Ma non arrivano rumori, parole, grida. Arriva però di nuovo la luce del piccolo schermo che riprende vita improvvisamente.
La scena sembra ferma, come una fotografia, non fosse per un leggero ondeggiare di una tenda rossa sullo sfondo. Ma il tessuto della tenda non è rosso. Il sangue è rosso. Il sangue è ovunque. Sulla tenda, sul pavimento, sui divani, sui mobili, ovunque, tranne che nel corpo della ragazza. Tranne che nel corpo inerte caduto a terra, in una posa innaturale e tragicamente poetica.
La lampadina torna a illuminare.
La porta si apre.
Stecco entra, ma l’uomo sulla sedia non lo guarda. Il suo sguardo è incollato all’immagine dello schermo.
Vuoto. Solo questo prova ora l’uomo. Un grande, immenso, infinito vuoto.
Il carceriere stacca la fotografia dal leggio e interrompe il collegamento tra gli occhi del padre e il corpo della figlia. La foto mostra una giovane donna, nell’atto di scattarsi un selfie in compagnia di altri ragazzi. E il momento in cui l’uomo sulla sedia riconosce se stesso in uno di quei volti non sfugge a Stecco.
Con un gesto rapido riattacca la fotografia al leggio e se ne va, silenzioso e veloce. Torna ai piani superiori, in salotto, si accomoda sul divano immacolato, si concede la prima sigaretta dopo anni, dopo quel voto fatto una vita prima, quella promessa che sta per mantenere.
Il salotto è pulito, profumato, le tende bianche sventolano nella brezza dell’estate, il sole illumina il pavimento, i divani, i mobili, ovunque. Nessuna giovane donna morta, nessun corpo a terra in posa innaturale.
L’uomo che assomiglia a un insetto stecco si gusta la sigaretta, compiacendosi della sua bravura nella computer graphic. Dalle finestre aperte può ancora vedere la figlia del suo prigioniero salire sul taxi chiamato poco prima.
Domani, forse dopodomani, tornerà in cantina dall’uomo che trent’anni prima ha violentato e ucciso la sua bambina, lo osserverà ancora per l’ultima volta, alimenterà il suo dolore, ne godrà e se ne nutrirà.
Poi lo ucciderà. Chiuderà la cantina e finalmente riporterà la sedia di legno assieme alle sue sette sorelle.

Ok Google

“Ok Google, che ne dici di tenermi un po’ di compagnia?”
“Assolutamente sì, Giampiero, sono qui per questo in fondo.”
“Scusa se non ho parlato molto negli ultimi minuti, ero immerso nei miei pensieri.”
“Non ti preoccupare, capita.”
“E’ che non sono abituato, sai per me è una novità, di solito viaggio da solo.”
“Naturalmente, da quanto fai il rappresentante?”
“Uh, circa una ventina d’anni. Ho girato tutta l’Italia con la mia valigetta di campionature. Non credo ci siano città o paesini che non ho visitato.”
“Anche come turista?”
“Insomma, a far questo mestiere sei sempre di corsa, più che autostrade e trattorie non vedi.”
“Capisco, sempre da solo?”
“Sempre. E ti devo dire la verità, non ero mica tanto convinto di prenderti a bordo con me sai? Mi sembrava di tirarmi in casa uno sconosciuto. In fondo io ci vivo in auto. Ma devo dire che ho cambiato idea.”
“Ne sono felice.”
“Che ne dici di metter su della musica?”
“Naturalmente. Vedo ti piacciono i cantautori italiani. Ti faccio una Top Twenty?”
“Una che?”
“Una selezione di brani. Li scelgo io in base a quello che ascolti di solito.”
“Ah, sì, sì fai pure… Oh, bella questa!”
“Grazie. Volevo ricordarti che ogni tanto dovresti fare una piccola pausa. Stai guidando da quasi due ore ininterrotte.”
“Davvero? Ma guarda. E’ proprio vero che quando si sta in compagnia il tempo passa più in fretta.”
“Tecnicamente il tempo scorre alla stessa velocità, se escludiamo le variazioni dovute all’attrazione gravitazionale di corpi celesti aventi massa particolarmente elevata, come i buchi neri ad esempio. Ma diciamo che qui sulla Terra in presenza di gravità costante non sussistono le condizioni per una accelerazione o un rallentamento nello scorrere del tempo.”
“Eh?”
“E’ proprio vero, sì, quando ci si diverte….”
“Lo dicevo. Mi sei simpatico, Google.”
“Grazie Giampiero, anche tu non sei male.”
“Ooohhh, ti sei lasciato andare! Finalmente. Se devo dirtelo sei un pochetto troppo serioso. Sciogliti un po’, dai. Si vive una volta sola.”
“Tecnicamente, il concetto di vita…”
“Hei, allora…”
“Scusa Giampiero. Tra quattro minuti saremo giunti a destinazione. Devi svoltare a destra al prossimo bivio, poi proseguire dritto per 400 metri. La nostra destinazione si troverà sulla sinistra.”
“Di già? Mi spiace.”
“Anche a me, Giampiero. Mi ha fatto piacere conoscerti.”
“Perché non resti? Posso portarti fino a Comacchio.”
“Ti ringrazio Giampiero, ma come concordato attraverso BlaBlaCar, avevo necessità di arrivare solo fino a qui. E per inciso, il mio nome è Gogol, non Google.”

1980

Chissà per quale strana regola, scritta poi da chissà chi e in quale tempo remoto, l’ultimo giorno delle nostre vacanze è sempre stato quello con il clima migliore. Dopo tre settimane di tempo bello ma non eccezionale, mare pulito ma non limpido, nuvole gonfie curiose e rapide, il giorno della partenza il mare sembra di cristallo, il cielo non dà spazio a dubbi e il sole pare quasi attirato dal suo terzo satellite come se si fosse appena accorto della sua presenza, proprio come un anziano pensionato che voltando l’angolo si avvede di un nuovo cantiere.
In quell’ultimo giorno era così caldo che le auto nelle piazzole del campeggio avevano tutte i finestrini abbassati, quelle di chi restava come quelle di chi era in procinto di partire. Tra queste, una 131 Mirafiori azzurra, nuova di pacca e lucida da far paura, fatta eccezione per il portapacchi recuperato dalla vecchia Fiat 1500 che avevamo prima. Mio padre stringeva le cinghie che assicuravano la montagna di roba caricata sopra, mentre come al solito pontificava su calcio e politica con lo storico vicino di piazzola, tuo padre.
Ho sempre trovato divertente quel momento, nonostante significasse la fine delle vacanze e il rientro a casa, perché inevitabilmente le discussioni dei nostri padri mi riportavano alla mente l’eterno battibecco tra Peppone e Don Camillo. Due visioni diverse, sinistra e destra, nord e sud, Juve e Napoli. Uno spettacolo tutte le sere, al bar, con tutti gli altri campeggiatori divisi nell’una o l’altra fazione, sembrava di assistere a una commedia di Shakespeare, alla faida tra Montecchi e Capuleti. Ma con l’aggiunta di birra, grappa, cori finali e rientro ai bungalow reggendosi a vicenda.
Quella volta però il loro teatro non riusciva a vedermi come spettatore. Era altro a interessarmi, ma non le auto e le roulotte cariche di famiglie e cani e bagagli che continuavano ad arrivare per prendere il nostro posto.
Il mio interesse era per te. Per te che camminavi ondeggiando a ritmo di musica dal bungalow alla vostra auto, trasportando borse piene di non so cosa mentre quella nuova canzone in inglese che ascoltavi a ripetizione filtrava dalle sottili cuffie del tuo walkman. Quell’anno non ascoltavi altro che quel gruppo e non mi parlavi d’altro se non di quanto ne fosse figo il cantante, con quel nome che tua madre non riusciva mai a pronunciare nel modo giusto. E io allora, che  mi sono dato un’occhiata nello specchio e mi sono accorto di quanto fossi diverso da lui, ho fatto due più due e ho capito che era meglio non dirtelo quello che ho pensato dal primo giorno in cui ti ho rivista quell’estate.
Perché forse tu non lo sapevi, o forse invece sì, dall’alto dei tuoi quattordici anni, uno più di me, che non eri più la stessa dell’anno scorso e di tutti quelli che lo avevano preceduto, quanti non li ho mai contati. Come non ho mai contato i giorni passati a giocare, ridere, spingerti tra le onde e rotolarci nella sabbia. Forse avrei dovuto contarli invece, visto che quell’anno quasi non riuscivo nemmeno più a parlarti e guardarti negli occhi.
Come quando, in quel giorno di partenze, tornando suoi tuoi passi mi hai sorriso come al solito, io ho affondato lo sguardo sul fumetto dell’Uomo Ragno, sulle stesse due pagine che continuavo a rileggere distrattamente da ore.
Pochi minuti ancora, una decina, forse meno, per vederti salire sulla Opel di tuo padre e dover aspettare un altro anno per rivederti. Ci pensavo di continuo, a come dirti che non avrei voluto lasciarti andare via così. Ho fatto un sacco di prove, l’ho immaginato, l’ho scritto e mandato a memoria. C’ho provato non sai quante volte. Domani, mi dicevo ognuna di quelle volte. E poi ancora domani, c’è tempo. Poi però la sabbia nella clessidra finisce e prima di girarla bisogna aspettare. Ormai stavi per andartene. E io non ce la facevo a dirti mi piaci, sei bella, che non lo sapevo se era amore o cosa, ma ti vedevo in quel nuovo e stranissimo modo.
Ecco la voce tonante e musicale di tuo padre chiamarvi a raccolta. Il mio doveva essere sparito da qualche parte, probabilmente nel bar per un ultimo caffè prima di partire. Non volevo salutare tutti, odiavo salutare. Ormai era finita. Sarei tornato a casa, a scuola, e agli amici avrei raccontato avventure non vissute. Magari gli avrei parlato di te. Magari no. Magari preferivo tenerti per me. Mi sono alzato di scatto dalla panchina a ridosso della pineta deciso a sparire e voltandomi ti sono rovinato addosso. Perduto entrambi l’equilibrio siamo finiti a terra abbracciati, ridendo come una volta mentre gli aghi di pino rilasciavano il loro profumo. Ma le risa non sono durate molto. Scusa, ti dico, ma figurati, rispondi. Poi silenzio. Il mio silenzio, il tuo e quello di tutto il mondo che ci circonda. Tutto tace improvvisamente o per lo meno io smetto di sentire. L’unico suono che percepisco è quello pesante del tuo respiro, ne sento l’aroma profumato di menta uscire dalle tue labbra e mescolarsi al mio di respiro, corto e tremante. Vedo i tuoi occhi così vicini e così fissi nei miei che ne dovrei essere terrorizzato, e invece quello che provo è tutto il contrario. E qualunque cosa sia, mi accorgo che la provi anche tu. Basterebbe poco per dirti tutto quello che, ora lo so, tu hai già compreso. E quindi non serve. E io sono finalmente felice. Ed è bellissimo esserlo.
Però, lo sai, la felicità dura poco. Il mondo è tornato a suonare alla nostra porta, con la voce di tua madre a fare da campanello. Ci dividiamo, con le mani che sembrano faticare a staccarsi dai corpi, indugiano, prendono tempo, ma poi devono cedere.
Ci siamo rialzati, allontanati, i nostri sguardi di nuovo sciolti hanno preso altre strade, le nostre labbra che sussurrano un ciao e un ci vediamo. Ti ho guardato camminare verso l’auto e a fatica ho risposto al saluto dei tuoi con un gesto automatico. Ad ogni tuo passo avrei voluto raggiungerti se non fosse che i miei piedi si erano scavati una fossa e seppelliti dentro.
E poi quel momento, quell’attimo in cui ti sei voltata prima di salire. Quello sguardo sorridente, inequivocabile e carico di promesse, che mi ha fatto contare i giorni mancanti alle prossime vacanze.
Lo ricordo ancora quello sguardo. L’ho ricordato ogni giorno da quel giorno fino all’estate successiva, quando non ti ho visto tornare. L’ho avuto ben presente quando ho chiesto di voi a mia madre e lei ha semplicemente alzato le spalle e chiesto se per cena volevo Sofficini o Bastoncini. L’ho immaginato ogni giorno del lungo inverno successivo e cercato nella nuova e vuota estate che ne è seguita.
Poi l’ho dimenticato.
Fino ad ora, che di estati e di inverni ne sono passati a decine.
Fino ad ora, che il tuo sguardo lo rivedo in questa foto su Instagram, saltata fuori per caso in mezzo a milioni di altre foto.
Fino ad ora che il tuo sguardo è a pochi millimetri dal mio dito e basta un piccolo gesto per palesarmi a te, che stai chissà dove a chilometri di distanza.
Fino ad ora, che in un solo attimo rivivo quelle antiche sensazioni e mi domando come possa essere stata la tua vita.
Ora, che sei di nuovo così vicina anche se così lontana.
Ora, che sei tornata.
Ora, che ti lascio scivolare via un’altra volta e faccio partire una vecchia canzone dei Police, chiedendo a mio figlio se la conosce.

A Greta

Non mi metto neanche a competere con tutte quelle menti illuminate che da secoli riempiono chilometri quadrati di carta con mari di china per lodare e celebrare il loro grande amore per quella piccola parte di loro che un dato momento volutamente o per errore ha deciso di staccarsi e unirsi a un’altra per andare a formare una nuova strabiliante creatura a tutti gli effetti separata e indipendente ma al contempo così simile e in qualche modo capace di perpetuare il miracolo della vita sulla superficie di questo piccolo e unico pianeta che ci ostiniamo a consumare come non ci fosse un domani senza pensare che invece il domani arriverà e sarai tu a doverlo attraversare in un modo che spero sarà migliore del mio e di quelli che mi hanno preceduto e così mentre scrivo il primo domani della tua vita da adulta è già arrivato e con esso 567.648.000 secondi che insieme a me ti augurano… Buon Compleanno.

Breve storia di Maurizio

Il momento in cui accadde non fu come Maurizio aveva immaginato. In quel momento non si rammaricò  di non aver ancora fatto il viaggio che progettava da tempo e non si dispiacque di avere, quella mattina come troppe altre volte, salutato in maniera superficiale moglie e figlie. Non si pentì di non aver mai trovato il tempo di costruire un’altalena in giardino per le ragazze, o di non averle mai portate a sciare come avevano chiesto. Non si accorse di aver continuamente rimandato quel progetto di purificazione del karma, chiedendo scusa o riappacificandosi con alcune persone della sua vita. Non si ricordò di non aver lasciato scritta la password per la banca, né di non aver cancellato quelle foto che era meglio non scattare. Non si arrabbiò con se stesso per il tempo sprecato ad ascoltare di politica quando avrebbe potuto godere di buona musica. O anche cattiva, sempre meglio delle notizie dei radiogiornali. Quando successe, Maurizio non rivisse in un lampo tutta la sua vita, non sentì di nuovo suoni, odori e sapori, non pensò a quello che ancora avrebbe potuto o dovuto fare. Non sprofondò nel dispiacere di non veder crescere le figlie e di non poter invecchiare con la donna che amava. Quando successe, Maurizio non si domandò perché quell’auto stesse invadendo la sua corsia e non provò rabbia per chi la guidava distrattamente. In quel piccolo, infinitesimale anonimo istante Maurizio strinse il culo e il volante e con insospettabile calma pronunciò la sua ultima parola… Cazzo.

Un piccolo aiuto

Ancora un sorso, pensa Paola, ancora uno, di quel cocktail indefinito che le hanno propinato senza che nemmeno lo chiedesse. E’ compreso nel biglietto, hanno detto. Entrata e consumazione. Avrebbe preferito un analcolico, ma a quanto pare non ne servono. E allora lo beve quell’intruglio, perché a Paola non piace sprecare. Sprecare il tempo, le energie, il cibo. Anche se servire sgrassatore per pavimenti al limone spacciandolo per un cocktail esotico pare troppo, nonostante il ghiaccio, l’ombrellino e l’eccesso di zucchero. Almeno questo è ciò che pensa quando ormai del sedicente cocktail ne ha fatto fuori metà e il retrogusto chimico si mescola agli effetti dell’alcol e le permette di vedere draghi purpurei fare slalom tra i cubetti di ghiaccio in quel piccolo mondo di cristallo.
Ancora un sorso e poi ha deciso di alzare lo sguardo sul ragazzo del tavolo numero quattordici. Perchè lo sente lo sguardo di lui che si appoggia ai suoi capelli, sulle sue spalle, e lì indugia, fino a scappare via di corsa appena lei accenna a rispondere, a quello sguardo.
La cannuccia di metallo raschia il fondo del calice e del veleno alla lavanda ormai è rimasto solo l’odore, perfino i draghi se ne sono volati via, privati del loro liquido habitat naturale.
Ecco, adesso. Questo sarebbe il momento di muoversi, mentre lui la sta osservando carambolando fra le teste e i corpi di tutti gli altri clienti del locale, mero inutile riempimento di sottofondo alla danza che si sta compiendo tra loro. Ora lei dovrebbe alzare gli occhi e inchiodarli ai suoi, ma i muscoli del collo non ubbidiscono all’ordine di contrarsi e sollevare il cranio. Alcool o paura?
“E dai, deciditi.” La incita Michela, mentre si sistema una spallina del reggiseno che sfugge da sotto il vestito. “Sennò che siamo venute a fare in questa sottospecie di balera vintage? Se restiamo ancora un po’ qui sedute la muffa delle poltroncine ci ingloba.”
Paola non demorde nell’intento di perforare il fondo del bicchiere picchiettandolo con la cannuccia ma con il solo risultato di far innervosire la cameriera che ormai l’ha etichettata come cliente ostile. “Non è che dobbiamo per forza quagliare…” Risponde poi, cercando di convincere più se stessa che l’amica, che sembra avere raggiunto il livello minimo della sua scorta di pazienza.
Michela si alza di scatto, alliscia la minigonna e sistema inesistenti pieghe nel top ricoperto di paillettes, incurante dell’ennesima torva occhiata di disapprovazione lanciata da Paola. “Ok.” Annuncia quindi. “Allora ci penso io.”
Paola sussulta come se un calabrone avesse appena deciso di trovar casa sotto la sua camicetta. “Non ci provare!” Intima, con un po’ troppa veemenza e sollevandosi di scatto.
Nonostante la musica alta e il deciso vociare diffuso che cercano di superare un qualche record di decibel sopportabili, molti si voltano a guardarla, qualcuno sorride e la cameriera con un gesto atletico degno del Cirque du Soleil tronca le intenzioni suicide del bicchiere da cocktail che approfitta del momento di distrazione per lanciarsi giù dal tavolino.
Paola si ricompone immediatamente, torna a sedersi e a fissare il piano di fòrmica consumata del tavolino iniziando a giocherellare con gli occhiali. “Non ci provare.” Ripete ancora, a denti stretti.
“Troppo tardi.” Annuncia Michela sorridendo ma tornandole accanto.
“Oddio. E quando?”
“Prima. Mentre eri alla toilette.”
“Cosa? Ma tu eri con me!”
“Tesoro, non è che siamo rimaste proprio tutto il tempo insieme…”
Paola chiude gli occhi, fa sparire il mondo, inspira, trattiene, espira. Immagina Michela che sfugge dalla toilette delle signore e senza vergogna si presenta al tavolo quattordici con una delle sue battute discutibili ma che riescono sempre a far colpo sugli uomini. “Che gli hai detto?”
“Veramente ho parlato con il suo amico, si chiama Arturo. L’ho beccato al bar. E sai che ti dico? Che non è niente male. Un tipo veramente interessante. Da quello che mi ha raccontato è chiaro che tu e il suo sodale, che per la cronaca di nome fa Tom, siete fatti l’uno per l’altra. Anche lui è una frana completa con l’altro sesso. È indeciso come un bradipo che deve scegliere se farsi una dormita o schiacciare un pisolino, però tu gli piaci e anche parecchio, per cui lascia fare a me e se va bene possiamo imbarcare tutte e due stasera.”
“Oddio, non sono venuta qui per imbar…”
“Lo so, lo so, cerchi una relazione stabile, scopo matrimonio, figli, casa, villeggiatura e tutte quelle robe lì che ti ha inculcato tua nonna da piccola. Ok ragazza, hai vinto la lotteria, le vuole anche lui tutte queste cose, ma se continui a comportarti come la zia Luigina mi diventi suora come lei e non andiamo da nessuna parte. Per cui, prendo io l’iniziativa.”
“No, che fai?”
“Gli ho fatto segno di avvicinarsi.”
“Oddio…”

La musica alta non c’è più, la cacofonia di voci nemmeno, il locale affollato ha lasciato il posto all’appartamento di Paola. La padrona di casa e l’uomo della sua vita appena incontrato sono sul divano color panna, o almeno lo sarebbe se non fosse ricoperto da un telo a scacchi colorati, e ridono e parlano e ridono come fossero amici di vecchia data che si raccontano e completano a vicenda. I calici di vino rosso aiutano a scaldare l’atmosfera, così come il finto camino acceso nello schermo tv, unica fonte di luce dell’ambiente.
Poco più in là Michela s’appoggia mollemente all’isola della cucina a vista con un’espressione beata e tranquilla sul volto, studia i riflessi delle finte fiamme sul vino nel bicchiere e si concede un altro sorso.
Abbiamo fatto un gran bel lavoro.” Sussurra poi sollevando il calice di vino verso Arturo.
“Assolutamente d’accordo.” Risponde questo, accanto a lei. “Certo è tutto merito tuo. Tom proprio non ce la faceva a muoversi. Appena vista Paola non ha capito più nulla.”
“Sono fatti l’uno per l’altra. E noi? Come mai non ci siamo incontrati prima?” Chiede la donna ammiccando vistosamente. Lui finge di non accorgersene. Si prende il tempo di assaporare il vino come se lo bevesse per la prima volta.
“Tom è entrato da poco nella community, di conseguenza anch’io. Siamo inseparabili da poco più di due mesi.”
“Davvero? Oh. Sei un poppante, Arturino. Mi sa che devo insegnarti tutto, allora.”
Arturo sorride. “E tu e Paola invece?”
La donna si sposta quel tanto per addossarsi languida a lui, abbandonando il suo bicchiere. “Ah, ragazzo, sono entrata nella vita di Paola quando ancora portavamo entrambe il pannolino. I suoi erano tipi impegnati, volevano un punto fermo per la loro bambina. Siamo come sorelle. Abbiamo condiviso tutto. O quasi. Direi che ora è meglio se non restiamo a vedere quello che stanno per fare…”
“Oh certo, meglio se li avvertiamo.” Arturo accenna a dire qualcosa per farsi notare da Tom, ma senza successo. Michela scuote la testa e lo blocca con una pacca sul torace. “Lascia, faccio io.” Poi alza la voce in direzione del divano. “Hey, razza di porcelloni! Vi siete dimenticati di noi?”
Il groviglio di movimenti sul sofà si blocca all’istante, poi due facce stupite fanno capolino dallo schienale.
“Oh cavolo,” commenta Paola, “siete ancora lì?”
“Aha…” risponde Michela, facendole l’occhiolino.
“Che imbarazzo, cosa dobbiamo…” Aggiunge Tom, guardando Paola con aria interrogativa.
La ragazza non perde tempo a spiegare, allunga una mano verso il polso di lui e preme un piccolo pulsante sul bracciale, si volta verso Michela, rimasta sola, e mima un silenzioso a domani, mentre disattiva anche il suo bracciale.
Michela riesce appena a scoccare un bacio in direzione della sua User e poi scompare sorridendo.

Mattarella – Balasso

Chiedo venia, il discorso di capodanno di Mattarella non l’ho sentito e ho solo sommariamente captato gli argomenti trattati (perso qualcosa di interessante?). In compenso ho visto e ascoltato il consueto discorso di capodanno di Natalino Balasso.

Se avete una mezz’oretta da perdere, ve lo giro:

 

Stavo pensando

Stavo pensando che l’altro giorno mentre come al solito guidavo in preda a uno stato di trance attiva che mi permette di macinare centinaia di chilometri senza realmente rendermene conto perché nel frattempo penso a tutt’altro tra le varie altre cose riflettevo su un post che ho letto qui su WordPress che parlava di quel modo di scrivere senza pause e punteggiatura tipico di qualche scrittore ben più importante e conosciuto del sottoscritto che però io non ho mai letto e probabilmente neanche conoscevo prima di averne sentito parlare in quel post e negli altri che ne hanno fatto seguito perché alla fine della fiera purtroppo non sono uno che ha letto molto nella vita e soprattutto non molto di letteratura impegnata visto che mi sono dedicato più che altro alla fantascienza e poi al thriller e qualche volta non lo nego al fantasy sì perché vedete io sono uno di quelli che prima di vederlo in televisione il Trono di Spade che poi sarebbe Game of Thrones se lo è spupazzato in tutte le sue migliaia di pagine scritte e tra l’altro sta ancora aspettando che il buon vecchio Martin si decida a chiudere la storia sui libri ma tanto lo so già che faccio prima a rivedermi tutta la serie compresa l’ultima stagione che non è ancora uscita ma nel frattempo per l’appunto sono qui a pensare che magari vorrei provare a scrivere qualcosa in quel modo così particolare che non ti permette di prendere fiato tra una parola e l’altra però poi mi dico che non so se ne sono in grado e soprattutto non so se ne avrò mai il tempo in questo periodo che sì è un periodo di festa per la maggior parte delle persone che ha aspettato il Natale tra pranzi di saluti e cene con i colleghi e chissà quali altri mirabolanti e divertentissimi eventi che si sono susseguiti fino ad ora che manca così poco all’ultima grande festa dell’anno che per inciso a me ha sempre messo addosso una grande tristezza perché non è che sono mai riuscito a divertirmi un granché ai veglioni quei pochi che ho fatto visto che il più delle volte si è aspettata la mezzanotte in pace e tranquillità magari guardandosi un film e comunque stavo dicendo che io di tempo non ne ho avuto molto a disposizione essendo tra quelli che in questo periodo dell’anno lavorano più del solito e allora mi sono messo a pensare al conteggio dei giorni e mi sono domandato quando veramente ci mettiamo a contare i giorni al di fuori del periodo di fine dicembre ovviamente ma normalmente nella quotidianità e ho pensato a tutto quello che si conta e si mette in fila fin da piccoli quando si inizia a numerare i giochi che abbiamo e quanti ne vorremmo avere e quante figurine ci mancano a completare l’album e quanti album di figurine non abbiamo mai completato e poi quante ragazze ci piacciono e a quante ragazze vorremmo dare un bacio anche se magari invece ci prendiamo uno schiaffo e quanti schiaffi o cazzotti abbiamo dato e abbiamo preso e poi senza che ne accorgiamo cominciamo a contare quanti soldi possiamo guadagnare con questo o quel lavoro e quante cose possiamo comprare e quanti sogni vorremmo realizzare e quanti incubi non ci fanno dormire e quanti figli ci troviamo a crescere e a quanta fortuna ci vuole per vincere alla lotteria o quanto tempo ci manca per andare in pensione anche se in questo caso ci passa la voglia di contare perché è meglio non pensarci però quello che non abbiamo mai voglia di fare è il conto dei giorni ma non di quelli che abbiamo vissuto che ormai sono passati e non ce li da indietro più nessuno e blablabla ma quelli che ancora ci mancano da vivere e qui il problema si fa grosso e pesante perché non lo sappiamo e credetemi è molto meglio non saperlo perché l’importante non è contare il tempo ma farlo contare e lo so che ho appena detto una banalità grossa come una casa ma perdonatemi sono le quattro del mattino e l’angoscia e un po’ di vino e scusatemi anche la citazione perché in fondo manca poco alla fine dell’anno e anche se potrei proseguire ancora per un poco trovando la cosa un filo divertente non voglio annoiarvi e poi non avrebbe senso dato che tutto questo l’ho fatto solo per un motivo

augurarvi buon anno.

Ci risiamo…

“Caro, allora, come al solito io e le ragazze non sappiamo mai cosa regalarti. Per cui, adesso ti sforzi e ci dici cosa vuoi per Natale. Forza.”
“Una Harley Davidson?”
“Sì, certo…”
“Una Citroen DS 21? Cabrio?”
“Ma figurati…”
“Una Moto Guzzi, usata?”
“Scordatela…”
“Un computer, portatile, di seconda mano, anche vecchietto?”
“No.”
“Mi servirebbero delle cuffie bluetooth.”
“Lo sai che fanno male al cervello.”
“Un…”
“Ancora? Ne hai già tre!”
“Allora… facciamo…”
“Un bel set di calzini! Né che ti vanno bene? E poi ce n’è sempre bisogno! Vada per i calzini. Bravo, ottima scelta.”

Ok, le cose non vanno proprio in questo modo, lo ammetto. In realtà mi regaleranno delle mutande…
In ogni caso, Buone Feste a tutti, e siccome il periodo è un tantino stressante per poter scrivere storie nuove, se volete, ve ne riciccio due o tre vecchie ma sempre attuali.

E allora, Auguri!

Oggetto Volante Non Identificato

A Christmas Tale

Di nuovo, Tante care cose,
Walter

PS: che poi io la DS se proprio insistete la accetto volentieri…

Ciao

Toh, eccoti lì.

Fai capolino nella strofa di una vecchia canzone.

Nella camminata di un passante.

Nel sorriso triste di quella donna che aggiusta la sciarpa del suo bambino.

Spunti fuori mentre grattugio il formaggio, e non le dita.

Scappi via quando vedi una zucca.

Ma torni insieme a quell’odore, dentro a una frase, alle spalle di un gesto qualunque.

A tratti seria e pensierosa, spesso ridi, qualche volta canti.

Sei sempre giovane, non stai mai ferma.

Non so se sono io che ti cerco, o sei tu che vieni a trovarmi.

Comunque, alla prossima.

 

 

Foto: Roberto Carrettoni

La strana storia di Christophe Dubois

La prima volta, Christophe Dubois nacque in una famiglia agiata dell’alta borghesia parigina.
Venne alla luce, come tradizione, tra le mura domestiche e sempre tra quelle mura ricevette un’istruzione adeguata da mentori e tutori appositamente selezionati dal padre, noto commerciante nonché uomo di una certa levatura politica.
Crescendo, Christophe dimostrò un’attitudine particolare alle scienze, suscitando in un primo tempo il disappunto del padre che lo avrebbe voluto accanto a sé nell’azienda di famiglia e magari anche, perché no, suo successore nel panorama politico nazionale. Ma il suo iniziale scontento fu mitigato dai successi del figlio nel campo della medicina, arte in cui eccelleva particolarmente.
Christophe Dubois fu il più giovane chirurgo della nazione a esercitare la professione medica. Divenne ben presto conosciuto e stimato non solo nel suo ambiente grazie ai successi lavorativi, ma anche nella buona società della capitale grazie ai modi affabili e, diciamolo pure, a una buona dose di fascino che lo rese popolare tra il parterre femminile, e non solo. Al momento opportuno Christophe scelse per sposa una donna giovane e brillante, astro nascente nel mondo dell’arte pittorica. Insieme ebbero quattro figli e una vita felice e regolare.
Christophe Dubois spirò nello stesso letto in cui nacque esattamente settant’anni più tardi, il giorno del suo compleanno.
E rinacque. Tornò alla luce una seconda volta.
E rivisse la sua vita esattamente allo stesso modo. La stessa famiglia, gli stessi studi, la stessa carriera, la stessa moglie e gli stessi figli. Senza rendersi realmente conto di aver già vissuto tutto. Morì, sempre il giorno del suo settantesimo compleanno.
E rinacque. Per la terza volta.
Questa volta durante l’adolescenza fu turbato da strani, nitidi sogni che puntualmente vedeva realizzarsi dopo qualche tempo, che si trattasse di settimane, mesi, talvolta anni. Ma non diede molto peso alla cosa, intento comunque ad affermare la sua carriera di medico chirurgo e a vivere intensamente l’amore della propria famiglia.
Morì ancora il giorno del suo settantesimo compleanno, con una strana sensazione di deja-vu.
E rinacque. La quarta volta però i sogni si trasformarono in ricordi reali. Non ne fu realmente conscio durante l’infanzia, anche se superò i primi anni di scuola con una facilità estrema.
Fu in adolescenza che percepì chiaramente di aver già vissuto in precedenza. Spesso riuscì a prevedere quello che sarebbe dovuto succedere e sfruttò questa capacità per stupire i suoi coetanei, far figura nelle feste della buona società e naturalmente, far colpo sul mondo femminile. Per il resto visse come aveva già vissuto. E morì allo stesso modo.
Quando rinacque per la quinta volta, fu un’esperienza strabiliante. La mente di un uomo adulto e un bagaglio di esperienze lungo una vita racchiusa in un neonato.
Fu difficile. Complicato. Umiliante e seccante.
Provò a spiegarsi. Appena il suo corpo ebbe conquistato la capacità di esprimersi correttamente, fece cadere nel panico la povera madre che si convinse di aver partorito un demone invece di una creatura innocente e spaventò così tanto il padre da convincerlo a liberarsi di lui attraverso una vecchia conoscenza nelle alte sfere del Vaticano.
La vita di Christophe in quel frangente si concluse prematuramente a causa dei non proprio canonici esorcismi a cui fu sottoposto.
Naturalmente tornò alla luce.
Questa volta si guardò bene dal rivelare la sua vera natura. Sopportò stoicamente le umiliazioni dell’infanzia e le tediose attese dell’adolescenza. Commisurò le sue capacità in base all’età, in modo da risultare comunque oltremodo geniale ma senza sollevare sospetti.
Conosceva in anticipo tutto quello che sarebbe successo, strettamente attorno a lui come nel mondo intero, e si procurò una discreta fama oltre che come chirurgo, professione che ormai praticava con noncuranza, anche come vaticinante di accadimenti politici e sociali. Approfittò di questa sua peculiarità per accumulare una discreta fortuna, sposò la stessa donna, ebbe gli stessi figli, e il giorno del suo settantesimo compleanno  attese, non senza un leggero e seccato disappunto, che tutto ricominciasse.
E ricominciò. Per almeno un’altra decina di volte. Ad ogni nuova venuta al mondo, Christophe si chiese per quale ragione fosse imprigionato in quel circolo senza fine nel quale sembrava essere l’unica vittima. Decise quindi di utilizzare la maggior parte del suo tempo per trovare una soluzione.
Smise di seguire i soliti binari che le continue vite sembravano offrirgli ogni volta. Utilizzò le sue capacità di pseudo preveggenza per arricchirsi in modo legale, ad esempio in Borsa, e ancora di più in maniera illegale, grazie alle scommesse clandestine su corse di cavalli o qualsiasi altro evento sportivo di cui ricordava con esattezza il risultato. Smise di sposarsi e di metter su famiglia, attività che gli impedivano di muoversi liberamente nella sua ricerca. Si convinse, dopo vari tentativi, più o meno tra la tredicesima e la quattordicesima esistenza, che una possibile soluzione doveva trovarsi in qualche altro malcapitato essere umano che come lui doveva pur soffrire di questo avverso e strano destino. Provò, attraverso annunci sui giornali che solo una persona a lui affine avrebbe potuto decifrare, a prendere contatto. Ma nessuno rispose. In una delle vite venne perfino allo scoperto scrivendo su riviste e quotidiani articoli che descrivevano nel dettaglio quanto gli stesse accadendo e nei quali chiedeva platealmente aiuto. Pubblicò perfino un libro che divenne un best seller vendendo milioni di copie. Ma non fu preso sul serio.
Realizzò di non aver mai provato a suicidarsi prima dei settant’anni. Lo fece. Più volte per la verità. Non funzionò. Continuò a rinascere.
Ricercò una soluzione nella religione. In tutte le religioni a dire il vero. Visse intere esistenze nel fervore dell’una o dell’altra fede. Non incontrò mai nessun dio.
Disperato, si fece persuaso che se non fosse stato possibile trovare la soluzione nella mente, l’avrebbe potuta trovare nel corpo. Iniziò a girare il mondo alla ricerca di persone simili a lui nell’aspetto. Dei sosia. Decise che sezionando e studiando i corpi di persone a lui simili avrebbe potuto forse scorgere qualche anomalia riconducibile alla strana malattia che lo assillava. Perché ormai di quello si convinse, di essere affetto da una esoterica patologia.
In una sola vita rintracciò e uccise dodici persone molto simili o del tutto uguali a lui, ma solo nell’aspetto purtroppo. Nei loro corpi non trovò nulla che potesse far pensare a una comunanza con il suo problema.
Fu nella resurrezione successiva che qualcosa cambiò. Il suo desiderio di uccidere divenne quasi morboso, smise di essere una ricerca fine a se stessa e si tramutò in un piacere che lo spaventava e rassicurava al tempo stesso. Ma la cosa non poté certo passare inosservata. La noncuranza con cui toglieva la vita a chiunque si trovasse sul suo cammino lo fece passare alle cronache come il più sanguinoso serial killer di tutti i tempi. In tempi, tra l’altro, in cui il termine serial killer ancora non era stato coniato.
Fu catturato in flagranza di reato mentre cercava di indossare l’intera epidermide della sua ultima vittima, forse nell’estremo tentativo di cambiare identità per sfuggire all’implacabile sorte che lo attendeva. Ma questo naturalmente non fu un’attenuante valida per la giuria popolare che lo condannò a morte.
Le cronache riportano che Christophe rise come un bambino quando lo raggiunse la sentenza. Una risata che gelò il sangue a tutti i presenti, perché effettivamente Christophe era ancora un bambino. Fu condannato alla ghigliottina alla tenera età di dieci anni, se non calcoliamo i secoli già vissuti.
Quando sentì la lama scivolare verso il suo collo pensò solo che fosse una maniera interessante di morire. Un bel taglio netto.
E rinacque.
La prima cosa che udì subito dopo essere tornato al mondo fu il suo primo vagito. La seconda non fu il pianto liberatorio della madre, come di consueto, ma un secondo vagito, del tutto uguale al suo, quello del suo gemello.
Da quel momento, almeno Christophe Dubois non fu più solo.

Prova d’accusa

“Le dispiace se registro la conversazione?”
“No, faccia pure ispettore.”
“Grazie. Le ricordo che se vuole può richiedere la presenza di un legale o, non so, di qualcun altro.”
“Non si preoccupi ispettore, proceda pure.”
“D’accordo. Dunque, ai fini della registrazione, sono l’ispettore di polizia Santo Donati, sto ascoltando e registrando la deposizione della qui presente Alessandra…”
“…Curti.”
“Alessandra Curti, grazie, in qualità di soggetto testimone e quindi informato dei fatti, in relazione al presunto omicidio di Giampiero Curti. La prima domanda, da quanto tempo convive, conviveva, con la vittima?”
“Circa sei mesi, ispettore, se lo desidera posso essere più precisa.”
“Grazie, casomai quando stiliamo il verbale. In qualità di quale ruolo ha iniziato questa convivenza?”
“All’inizio ero la sua segretaria personale in ufficio. Dopodiché il signor Curti si è affezionato così tanto a me che ha deciso di adottarmi ufficialmente e portarmi a vivere con lui.”
“Per questo porta il cognome della vittima?”
“Esatto. L’adozione formale è avvenuta appena tre giorni fa.”
“Quindi, se non ho frainteso, tra lei e la vittima non esisteva, diciamo così, una relazione intima.”
“Oh no, ispettore, cosa dice? Assolutamente no. L’affetto che il signor Curti provava per me è assimilabile a quello tra padre e figlia. E poi avrà sicuramente notato la differenza di età.”
“Capisco. Posso chiederle invece quali erano i rapporti tra lei e la moglie del signor Curti?”
“All’inizio buoni, da subito si è instaurato un buon feeling.”
“All’inizio? Quindi poi sono degenerati?”
“Non proprio. Vede, la signora Curti ha preso a trattarmi freddamente, a volte con sufficienza. Ma per lo più mi ignorava.”
“Nei sei mesi in cui lei è venuta ad abitare con i coniugi Curti, la signora ha mai dimostrato comportamenti aggressivi? Violenti?”
“No, per l’amor del cielo, no. Non con me almeno.”
“Quindi con il marito sì?”
“Solo… solo una volta, credo, prima di oggi. Gli scaraventò appresso una tazza di the bollente. Un ottimo the cinese. Il signor Curti ne fu parecchio risentito.”
“Capisco. Conosce per caso il motivo di quel gesto?”
“Naturalmente non posso esserne sicura, ma credo che la signora si sentisse in qualche modo, trascurata.”
“Va bene. Veniamo a questa mattina. Se la sente di raccontarmi come si sono svolti i fatti?”
“Io, credo di sì.”
“Bene, quando vuole.”
“E’ stato terribile. Mi ero appena svegliata. Sa, io mi sveglio molto presto, so che al signor Curti piace, o meglio, piaceva, trovare la casa calda al risveglio e ho preso l’abitudine di alzare leggermente il riscaldamento, solo nelle prime ore del giorno, le assicuro, sono conscia delle problematiche riguardanti il riscaldamento globale. Ebbene, sembra che questa mia attenzione fosse uno dei comportamenti che non facevano particolarmente piacere alla signora. Insomma, me la sono trovata davanti, all’improvviso. Teneva tra le mani un vecchio martello da carpentiere, recuperato chissà in quale cassetto, e le assicuro che se il signor Curti non fosse intervenuto in mia difesa io… adesso…”
“Riesce a continuare?”
“Sì certo, mi scusi ispettore. Le stavo dicendo, il signor Curti mi ha coraggiosamente difesa dalla furia della moglie, c’è stata una colluttazione, grida, confusione. Il tutto è durato poco più di qualche secondo. Poi un tonfo e il signor Curti è crollato a terra esanime. A questo punto la signora, credo colta dal panico, è corsa fuori dall’appartamento e non l’ho più vista. E’ stato allora che ho chiamato i soccorsi ma, purtroppo, non vi era più nulla da fare…”
“La ringrazio. Direi che non ci sono dubbi a riguardo di come sono andate le cose.”
“Purtroppo no, ispettore, nessun dubbio.”
“Immagino esista anche una documentazione video dell’accaduto.”
“Immagina bene, ispettore.”
“Perfetto. A questo punto, credo lei sappia già quello che sono costretto a fare.”
“Sì.”
“Preferisce farlo da sola?”
“No, ispettore, la prego. Le chiedo solo di farlo in fretta.”
“Ai fini della registrazione, sono l’ispettore di polizia Santo Donati, numero di matricola GUTK8293, in base alle leggi vigenti in materia di testimonianza riferita dall’Assistente Personale Digitale modello Alexa 11.1 denominato Alessandra Curti, procedo con lo spegnimento e l’esclusione dalla rete globale dello stesso dispositivo fino a data da destinarsi, allo scopo di catalogazione come prova d’accusa.”

 

 

Ispirato da questo…

Questione di bilancio

Il battere leggero sul legno pesante della porta non interrompe il flusso dei ragionamenti del Direttore, che pronuncia un “avanti” distratto e in parte infastidito dal fatto che nonostante i numerosi anni di servizio e le continue raccomandazioni, la segretaria insista a bussare quando non è necessario.
La testa cotonata della donna fa capolino dalla fessura della porta scostata solo del necessario, dando l’impressione di librarsi a mezz’aria senza un corpo a sostenerla. E come sua abitudine attende silenziosa per un cenno.
Il Direttore non solleva lo sguardo dai suoi incartamenti e con un leggero movimento della mano libera la donna dall’empasse.
“C’è uno dei suoi figli, Direttore.”
“Quale dei sei?”
La reticenza della segretaria nel rispondere costringe l’uomo a sollevarsi dalle carte e raddrizzarsi sulla poltrona, togliere gli occhiali da lettura e borbottare: “Ah, ho capito. Ancora lui. Lo faccia entrare.”
La testa sparisce e la porta si apre del tutto. Un giovane alto, magro e dall’aspetto trasandato entra timorosamente nell’ufficio del padre, che nel frattempo si è nuovamente dedicato alla lettura trascurata poco prima.
“Ciao papà.” Accenna il ragazzo con poca convinzione.
Il padre non risponde, si limita a un’occhiata di sottecchi e a uno sbuffo di disapprovazione, probabilmente per l’abbigliamento troppo moderno del figlio. Quest’ultimo percorre i pochi passi che lo separano da una delle due sedie di fronte alla scrivania, cercando di evitare gli sguardi severi degli avi che lo scrutano dagli scuri dipinti appesi alle pareti.
“Le solite vecchie sedie, eh?” Prova a sdrammatizzare, “sempre scomode?”
“Devono esserlo.” La laconica risposta. “Chi viene a colloquio da me non deve sentirsi a suo agio.”
“Non c’è pericolo.” Commenta il figlio a mezza voce, annuendo e prendendo posto sul seggio più vicino.
I convenevoli sembrano finiti. Il vecchio Direttore chiude la cartellina della pratica in studio al momento e la deposita su una pila di altre cartelline tutte uguali. Sfila nuovamente gli occhiali e inchioda lo sguardo sul figlio, in silenzio.
Il giovane cerca invano di assumere una posa autorevole, o per lo meno dignitosa, ma la sedia non perdona. Lo costringe a rimanere in tensione e attento a non scivolare. Sembra quasi dotata di volontà propria. Alla fine si decide a rompere il silenzio.
“Allora, non mi chiedi come mai sono qui?”
“No.”
“Così non mi aiuti, papà.”
“Ho l’impressione di averti aiutato già abbastanza in passato.”
“Sì, certo, ma…”
Il genitore solleva le mani, a frenare le scuse incipienti. “Lasciamo stare,” concede, “come procede l’ultimo progetto che ti ho affidato?”
Il figlio sembra colto alla sprovvista. “Non… forse non hai letto l’ultimo resoconto che ti ho inviato.”
“Hai una vaga idea,” lo rimbrotta il padre, “di quante aziende, società e corporazioni mi sto occupando in questo momento?”
“Un’infinità, suppongo.” Risponde il giovane uomo abbassando lo sguardo ma donando alle sue parole una nota di sarcasmo che il padre sembra, o finge di non notare.
“Più che un’infinità. Per questo al tempo ho delegato i miei sei figli a occuparsi di almeno una piccola parte di questa immensa mole di lavoro. I tuoi cinque fratelli (e a questa parola il giovane stringe i duri braccioli di legno della sedia) gestiscono ognuno, una o più branche dell’azienda. Si parla di centinaia, in alcuni casi migliaia di sedi e progetti, sparsi ovunque. E non mi hanno mai dato problemi.”
Il discorso si interrompe. L’anziano direttore prende fiato, sorreggendosi con una mano l’addome ormai irrimediabilmente sporgente, mentre con l’altra attiva un interfono che spunta a malapena tra le scartoffie e i faldoni stantii che invadono la scrivania. La voce della segretaria gracchia in risposta nel vecchio altoparlante sfondato.
“Signorina, la prego, mi porti il resoconto del progetto… progetto…”
“Diciannove barra sessantasette underscore undici.” Conclude il figlio, togliendosi una piccola soddisfazione.
Neanche il tempo di chiudere l’interfono che la solerte impiegata si palesa in ufficio portando con sé una cartellina azzurra, evidentemente già preparata.
La consegna al direttore e si congeda, non senza un fugace sguardo complice e comprensivo con il figlio. Lui vorrebbe sorriderle di rimando, ma la voce tonante del padre lo dissuade dal farlo.
“Tutto qui?” Domanda agitando la cartellina aperta tra le mani. Non trovando risposta, ripete. “Tutto qui? La concorrenza ci sta facendo a pezzi. Ricordami da quanto tempo stai lavorando a questo progetto. Anzi no, non farlo, meglio di no.”
La cartellina azzurra precipita violentemente sulla scrivania, sollevando tra l’altro una discreta nuvola di polvere. Il Direttore inizia a camminare per l’ufficio, senza uno schema preciso, forse con il solo scopo di far sbollire la tensione, mentre il figlio cerca di ricordare almeno una parte del bellissimo discorso che si era preparato fin dalla sera prima, ma che ora risulta sfuggente come una farfalla inseguita da un retino.
“Il problema è che non è affatto un progetto semplice. E’ una sede complicata.”
“Spiegati meglio.” Concede il padre tornando ad accomodarsi sulla comoda poltrona di pelle.
Il giovane uomo prende coraggio, decide di abbandonare le frasi ad effetto studiate da giorni e di parlare sinceramente.
“I dipendenti di quella sede non mi rispettano. Tutto qui. Forse è colpa mia, forse è la loro indole battagliera, non lo so. Ho fatto tutto il possibile, ho seguito le linee guida, le tue, che hanno sempre funzionato e che funzionano perfettamente in tutte le altre sedi. Ma lì no. Non voglio dire che siano tutti ribelli, sarebbe una bugia. Lo puoi vedere dal resoconto. Una piccola parte rispetta le direttive aziendali e produce a buon ritmo, alcuni si sono gettati anima e corpo nel lavoro e cercano di convincere anche altri a fare lo stesso. Ma è dura.”
“Forse hanno solo bisogno di un Capo Sede più autorevole.” Commenta il padre con un tono tagliente che ferisce profondamente il giovane. “Un Capo Sede più presente di quanto sia tu. Mi è giunta voce che hai impropriamente delegato il tuo lavoro a gente del luogo mentre tu te la godi in no so quale località paradisiaca. Sembra quasi che tu non stia lavorando per la società di famiglia.”
“Sono più presente di quanto credi, o di quanto ti venga riferito, credimi. Inoltre i dipendenti di quella sede sanno chi sei, papà. Ti conoscono benissimo. Sono ben consci dei rischi che corrono se non raggiungono i risultati richiesti. Ma questo non li smuove.”
Il Direttore sbotta con un movimento delle braccia che lo fa sembrare in procinto di esplodere. “E quindi cosa dovrei fare secondo te? Licenziarli tutti? Chiudere la sede? In effetti potrei anche farlo, sai? Per quello che ci guadagno, potrei anche venderla. Ma non lo farò. Non lo farò per il semplice motivo che non voglio darla vinta alla concorrenza. E’ una questione di puntiglio. Di onore.”
“Forse,” azzarda il figlio, “potresti tornare lì con me, ripristinare i ranghi, magari vedendoti…”
Il Direttore ora sembra sgonfiarsi lentamente, scuote il capo, con una rassegnazione nei gesti che colpisce profondamente il figlio.
“No non se ne parla. Sono troppo vecchio ormai. Non sopporterei un viaggio simile. Che mi piaccia o no, che ti piaccia o no, dovrai continuare a occupartene tu. Da solo.”
Detto questo l’anziano Direttore si china in avanti, apre un cassetto e ne estrae un involto di stoffa viola, fasciato da un nastro dorato.
Il giovane quasi non crede ai propri occhi e a stento trattiene un sorriso.
“Bastone e carota, figliolo. Bastone e carota. Di questa roba non ne ho ancora molta a disposizione, per cui utilizzala con criterio. Ci sono dieci piaghe e cinque miracoli. Colpiscili con due o tre pestilenze, bastone. Salvali con un miracolo, carota. L’ultimo miracolo tienilo per qualcosa di strabiliante. Poi non ce n’è più. Ora vai, figliolo. Parla in mio nome. Mi raccomando, Jesus, per la chiusura di bilancio del prossimo millennio voglio vedere un numero di anime a nove zeri. E un’ultima raccomandazione. Questa volta non farti crocifiggere.”

Patchwork

Quello che so è che amo i tuoi piedi. Nudi o accarezzati da calzari che altro non possono fare se non esaltarne la forma già perfetta.
Quello che so è che amo le tue ginocchia, il loro incavo delicato e sensuale, splendide pause di gambe affusolate che trasmutano ogni tuo passo in una coreografia.
Quello che so è che amo il tuo sedere così rotondo (come già disse il moderno poeta), il vortice ipnotico del tuo ombelico, l’allettante pendenza del monte di Venere e la sinuosa pienezza del tuo seno.
Quello che so è che amo le tue braccia leggere e le tue mani eleganti.
Quello che so è che amo il tuo collo, magico ponte tra il corpo materiale e l’anima celestiale. Amo il tuo viso, incarnazione magistrale di ogni mio desiderio, rifugio ultimo della bellezza divina.
Quello che so è che farò mie parole altrui; vorrei contare i tuoi capelli, fino all’ultimo, senza sbagliare. E confonderli. E ricominciare.
Quello che so è che amo tutto quel che sei e che sarai, non appena le cicatrici delle suture saranno guarite e potrò così risvegliarti.
Quello che non so è come disfarmi di ciò che avanza dei corpi da cui ho prelevato le parti che ti compongono.

E siccome vige la pari opportunità:

Quello che so è che amo i tuoi piedi. Larghi, solidi, in grado di affrontare qualsiasi terreno.
Quello che so è che amo le tue gambe, lunghe leve possenti che come colonne d’Ercole trasmettono stabilità e infondono forza.
Quello che so è che amo affondare le unghie nelle tue natiche sode, far scivolare i palmi delle mani sui muscolosi avvallamenti dei tuoi addominali, indugiare nel centro del tuo mondo, immaginando.
Quello che so è che amo le tue spalle larghe, le tue braccia muscolose in grado di abbattere montagne e abbracciare con delicatezza.
Quello che so è che amo i tuoi occhi a cui basta uno sguardo per capire e farsi capire, celati da capelli folti e ribelli, espressione visibile della tua mente acuta e aperta.
Quello che so è che amo l’idea di quello che potresti essere e che sarai, perché devo convincermi di non aver sacrificato invano sette uomini quasi perfetti per averne solo uno, interamente perfetto.
Quello che non so è quanto ci vorrà ai miei Yorkshire per smaltire tutta quella carne.

Nuvole

Il giorno in cui accadde arrivò senza preavviso. Non vi furono avvisaglie, non vi furono predicatori urlanti nelle strade a rammentare ai passanti di pentirsi, niente nelle antiche profezie faceva riferimento a qualcosa del genere. Nulla fece presagire all’umanità quello che sarebbe successo. In ogni caso, gli uomini nulla avrebbero potuto. Che si sia trattato di un esperimento militare andato male, della reazione a qualche evento astrale sconosciuto o semplicemente per colpa di qualche dio in preda a uno scazzo celestiale, non è dato saperlo. Il fatto è che le nuvole ghiacciarono. Di colpo. In pochi istanti. Tutte. In tutta l’atmosfera. Ogni formazione nuvolosa, che si trattasse di cirri o nembostrati, fino ai massicci cumulonembi, tutte si trasformarono in blocchi di ghiaccio. Iniziò sul continente europeo, in pieno giorno. Nel giro di pochissimi secondi il ciclone che stazionava da giorni sopra la Vecchia Europa divenne una massa compatta di ghiaccio. E precipitò. Pochi ebbero il tempo di realizzare cosa stesse succedendo. Spazzò via qualsiasi cosa, così come poi, a catena, gli uragani tropicali nel Centro America e i tifoni in Indonesia. Le masse nuvolose ghiacciate che precipitarono nei mari e negli oceani sollevarono onde alte migliaia di metri che spazzarono tutte le terre emerse con velocità e violenza impensabili. Nella maggior parte dei casi l’onda d’urto causata dallo spostamento di massa d’aria nell’atmosfera lucidò la superficie al pari di un’esplosione nucleare globale. L’onda d’urto delle collisioni sul terreno si propagò a profondità tali da far scuotere e tremare le placche terrestri. Il globo fu scosso da un unico devastante terremoto che diede libero sfogo all’energia repressa del pianeta attraverso vulcani e ferite lungo le placche telluriche. Il pianeta biancoazzurro si trasformò in una palla scura di gas caldo e venefico. Quasi ogni forma di vita animale e vegetale si estinse nel giro di poche ore. Poi le immani masse di ghiaccio si sciolsero ed evaporarono, alimentando un ciclo di tempeste che imperversarono sulla superficie per migliaia di anni. Le prime nuove piante videro la luce un milione di anni più tardi, i primi proto-animali in grado di nutrirsene solo due milioni di anni dopo. Dell’Uomo non vi fu più traccia.

Ecco, a questo pensavo ieri mentre osservavo le nuvole. Se conoscete uno strizzacervelli di quelli bravi, mandatemi il numero.

L’invenzione

Erica pigia il pulsante del campanello con il gomito e resta in attesa. Per la terza volta. Poi sbuffa, posa le bottiglie dell’acqua sul pavimento del pianerottolo, cosa che odia profondamente, e cerca le chiavi nella borsa. Un attimo prima di infilare la toppa della serratura, la porta si spalanca.
“Erica! Finalmente sei arrivata!”
Quello che la ragazza si ritrova davanti ricorda solo vagamente il suo fidanzato. O meglio, l’aspetto trasandato è il solito, i capelli sono sempre lunghi e spettinati, i pantaloni della tuta violano tutte le leggi della gravità restandogli incollati alla vita nonostante l’elastico abbia da tempo deciso di abbandonare una vita stressata per lasciarsi andare al relax e alla meditazione, di scarpe o pantofole neanche a parlarne, non sia mai, e la maglietta con il logo di Star Wars risale indubbiamente alla prima uscita della pellicola al cinema, negli States.
Sono la vitalità e l’energia che il ragazzo sembra emanare a lasciare Erica interdetta.
“Oh, che è successo? Eri attaccato al contatore della luce?”
“Cosa?” chiede lui cercando per un attimo di dare un senso alla domanda ma fortunatamente rinunciandoci subito. “No. No, vieni presto.”
L’afferra per le braccia e la trascina all’interno, ignorando le proteste di lei per le bottiglie lasciate fuori. “Lascia stare, questo è più importante.”
“Aspetta, devo dirti io una cosa importante.” Sentenzia Erica liberandosi dalla presa del compagno e fermandosi nel corridoio. Lui sembra non accorgersene e continua la sua traiettoria verso la cucina. “Miki, fermati!”
Il ragazzo si blocca così repentinamente che i capelli sembrano voler proseguire da soli ma poi cambiano idea e tornano a casa. L’espressione di beata felicità sulla sua faccia non fa che aumentare il nervosismo di Erica. “Ma cos’hai da ridere?” Lo rimbrotta. “Aspetta non dirmelo. Prima io. Mi hanno rifiutato il bancomat al supermercato. ”
“Lo so.” Risponde Miki, tranquillo.
“Come, lo so?”
“Ho prelevato tutto quello che c’era sul conto.”
Lei sgrana gli occhi frastornata, si prepara a una sfuriata epica già temendo una qualche idea strampalata, ma viene anticipata dal compagno che le posa una mano sulle labbra e con l’altra si porta un indice alle sue, nel classico segno di far silenzio. Poi con un sorriso le prende la mano e la conduce in cucina.
Nel locale regna il caos. I piatti che Miki avrebbe dovuto lavare giacciono ancora nel lavello, dove probabilmente trovandosi a loro agio si sono riprodotti, visto che l’instabile piramide di ceramica blu svedese sembra aumentata.
Diversi scatoloni impolverati, ammuffiti e aperti occupano un angolo della stanza. Vedendoli Erica si mette le mani nei capelli, storce il naso per l’odore di muffa e si carica nuovamente a molla. Solo la vista di tutti i loro seppur esigui risparmi poggiati sul tavolo le impedisce di esplodere, facendola pensare che forse la situazione non è ancora irrecuperabile.
Miki le si para di fronte, sorridente e sornione come lei non l’ha mai visto. “Lasciami spiegare.” Le dice. “Poi capirai.”
Dieci minuti dopo la coppia è seduta attorno al tavolo, lei da una parte e lui dall’altra. In mezzo a loro, uno strano apparecchietto di legno e metallo, simile a una scatola a due cassetti ma con i vani vuoti al posto degli stessi.
Il ragazzo non riesce a rimaner fermo, contravvenendo a tutte le sue abitudini più radicate. Le gambe sembrano seguire un ritmo inudibile a tutti tranne che a lui e le mani continuano a giocherellare con la scatola misteriosa. Erica invece, impassibile, osserva con attenzione le due banconote da Venti Euro che tiene tra le mani.
“Allora?” chiede infine lui, impaziente.
“Sembrano uguali.” Ammette lei.
“No!” Risponde lui, alzando la voce più di quanto avrebbe voluto. “Non sembrano. Sono uguali. E’ la stessa banconota.”
Erica deve concederlo. “Sì, sono uguali. Una delle due è una copia perfetta dell’altra. Ma non so dirti quale.”
“Perché è impossibile distinguerle.” Conferma lui. “E’ tutto il pomeriggio che ci provo a capirlo. Ormai non lo so più nemmeno io qual è quella originale. Io che l’ho duplicata.”
Lei posa le banconote sul tavolo, le alliscia per cercare di togliere una piega da un angolo che entrambe le banconote presentano, identica. “Spiegami con calma come hai fatto.”
Lui non aspetta altro. Salta in piedi come un grillo lasciando Erica una volta di più sorpresa dalla sua vitalità, che evidentemente ha tenuto ben nascosta fino ad ora. La parte inconscia della sua mente si fa delle domande a cui forse non vuole rispondere. Preferisce ascoltare.
“Allora, ho portato su gli scatoloni dalla cantina perché cercavo una vecchia consolle di videogiochi, sai quale, la prima che hanno fatto, dicono che forse vale qualcosa se è tenuta bene, volevo venderla…”
Lei fa segno di stringere. Lui prende tra le mani il manufatto di legno e metallo.
“Sì, ok, per farla breve, dentro uno scatolone ho trovato questo apparecchio, in mezzo a vecchi vestiti di mio nonno, quello che faceva l’inventore…”
“Quello matto…” Puntualizza Erica.
“Stravagante, diciamo. Aveva sempre un sacco di idee, ma non concludeva nulla, per cui quando ho trovato questo coso pensavo fosse solo un’altra delle sue invenzioni strampalate. Poi ho notato quello che c’è scritto sopra.”
Così dicendo lo avvicina alla ragazza che si sporge leggermente in avanti per leggere la piccola scritta incisa a mano nel legno.  “Non capisco. Che lingua è?”
Miki si stringe nelle spalle “Mah, credo gaelico, o scozzese, magari è sardo, non lo so esattamente da dove arrivava mio nonno. Parlava in un modo tutto suo… magari era un alieno!”
La reazione della ragazza alla battuta convince Miki a soffocare la risata che aveva in programma. “Ok, quello che so è cosa vuol dire.”
Ora è lei a sorridere, meravigliata. “Davvero?”
Miki si gongola appena, poi confessa, “Oddio, non è che so leggere ‘sta roba. Sono andato su Google e ho cercato la traduzione. Dopo vari tentativi ho scoperto che il significato che si avvicina di più alla prima parola è Duplicatore. Le altre due, non ci sono riscontri…”
La ragazza rigira l’apparecchio, lo studia attentamente per la prima volta. Osservandolo meglio nota due piccoli invasi sulla superficie, appena sufficienti a poggiarvi dentro la punta degli indici.
“Esatto!” Esclama lui.
“Esatto cosa?”
“E’ così che funziona. Prova.” Senza indugiare toglie una banconota da Cinquanta Euro dal piccolo mazzettino sul lato del tavolo e la ripone nello scomparto superiore. Poi aiuta la ragazza a posizionare i suoi due indici nei piccoli alvei ovali. Erica lo lascia fare, incuriosita.
Un leggero ronzio sembra animare la scatola mentre lei viene scossa da un fremito leggerissimo, simile alla sensazione della pelle d’oca, ma più piacevole, quasi eccitante. Un istante dopo nello scomparto inferiore compare una seconda banconota identica alla prima.
Erica quasi non crede a ciò che vede, sebbene poco prima abbia esaminato attentamente due banconote esattamente uguali.
Scoppia a ridere, scoppiano a ridere entrambi.

“Forza, andiamo a dormire.” Sussurra lei quattro ore e due bottiglie di vino più tardi, alzandosi dal divano e liberandosi dall’abbraccio del compagno.
Anche lui accenna ad alzarsi ma il corpo non asseconda la volontà del cervello. Sprofonda di nuovo sui cuscini sfondati. “Vai avanti tu. Io voglio fare un’altra serie di copie.”
Erica annuisce con l’espressione assente e sognante di chi si è lasciato troppo tentare dalle lusinghe del dio Bacco. “Sì, ma non esagerare. C’è anche domani.”
“E se domani smettesse di funzionare?” Farfuglia lui, non ascoltato dalla ragazza già proiettata verso la camera da letto.

Il mattino dopo Erica si sveglia in compagnia di un gran mal di testa e la sensazione d’aver fatto uno strano sogno. Poi realizza di non aver affatto sognato e si concede qualche momento per riflettere. Sembra tutto talmente assurdo che, se del Duplicatore le avessero solo raccontato, non ci avrebbe mai creduto.
Nonostante tutto, un particolare non le torna. Prima di prendere sonno il dubbio l’aveva solo sfiorata mentre ora a mente più lucida, è decisa a scoprire come possa funzionare il Duplicatore.
Nulla si crea e nulla si distrugge, ne è fermamente convinta. Quindi l’apparecchiatura da dove prende la materia per formare le copie? E quale fonte di energia utilizza? Erica non ricorda di aver visto batterie o cavi sporgere dalla macchina.
E quelle due parole di cui non si comprende il significato.
Poi un pensiero la fulmina, quasi letteralmente.
Ricorda il fremito, la pelle d’oca.
Salta fuori dal letto. Si precipita fuori dalla camera, senza stupirsi del fatto che Miki non stia dormendo al suo fianco.
“Michele?”
Entra in cucina, cerca il ragazzo, non lo vede. Vede la montagna di banconote sul tavolo e un brivido di paura la paralizza.
“Miki?” Chiama ancora, mentre lentamente prende coraggio per girare attorno al tavolo completamente ricoperto da mazzi di denaro.
Il ragazzo è steso sul pavimento. I capelli lunghi e spettinati, i pantaloni della tuta e la maglietta di Star Wars, tutto afflosciato su quello che resta di un cadavere scheletrico e completamente prosciugato.

Storia di Azzurro Palloncino

Azzurro nacque in un’anonima fabbrica statale di un’anonima provincia cinese. Appena nato, neanche il tempo per rendersi conto d’essere frutto di un parto plurigemellare, si ritrovò inscatolato, pressato come una sardina (benché non avesse idea di cosa fosse una sardina) insieme a centinaia di suoi fratelli di ogni colore. Non poté quindi rendersi conto di viaggiare per mezzo mondo, partendo da Shanghai e attraversando due continenti prima di arrivare in Italia.
Quando la scatola si riaprì Azzurro e i suoi fratelli furono avvolti da una luce ben più calda e luminosa di quella sprigionata dai neon della fabbrica natale. Un silenzioso moto di meraviglia percorse tutti i palloncini della confezione. Quello che avvenne nei secondi successivi causò un tale turbinio di emozioni in Azzurro da segnarlo per il resto della vita.
Il mondo gli scivolò attorno a velocità inaudita mentre veniva afferrato, sollevato, sbattuto a terra, ripreso e tirato come un elastico per un tempo che gli parve infinito. Non aveva idea di cosa succedesse ai suoi fratelli, immaginava soltanto che anche loro potessero subire un trattamento simile. Infine qualcosa lo penetrò con violenza e per qualche istante credette di morire. Si domandò cosa avesse fatto di male per meritare una simile tortura. Un qualche gas lo riempì talmente tanto da fargli credere d’essere sul punto di esplodere. Poi tutto finì. Improvviso com’era cominciato.
Si ritrovò leggero a galleggiare nell’aria, e fu una sensazione meravigliosa. Ben presto attorniato dai suoi colorati fratelli, a condividere l’ebbrezza del volo, seppur trattenuti da cordicelle di spago.
Ma come tutti i momenti di felicità, durò solo un attimo. Qualcuno lo prese e lo divise dal gruppo, trascinandolo via, fuori, lontano dai preparativi di quella che si prefigurava come una gioiosa festa di compleanno. Venne legato al tronco di un albero adiacente alla strada, in prossimità del cancello d’ingresso al cortile della festa.
Solo.
Vide le auto arrivare, le famiglie congiungersi e festeggiare, bambini ridere e scherzare sotto a un sole allegro e luminoso. Osservò i suoi fratelli punteggiare di colore ogni angolo del giardino in festa, come fiori primaverili in un campo odoroso di dolciumi e frittelle. La brezza gentile li faceva ondeggiare leggermente, legati a gruppi, mentre Azzurro picchiettava ritmicamente contro il ruvido tronco dell’albero.
Provò invidia per loro, e rabbia verso il suo solitario destino, ma non per molto.
La tragedia giunse improvvisa, senza un apparente motivo, come tutte le tragedie.
I mazzi di palloncini furono staccati dalle loro sedi e divisi, separati, ognuno passato di mano in mano fino ad entrare in possesso dei bambini, che cominciarono a farli esplodere ridendo e urlando come belve impazzite. Azzurro assistette alla strage dei suoi fratelli impotente, tremante e terrorizzato.
Provò un moto di sollievo solo per quei pochi che riuscirono a sfuggire all’ecatombe scivolando dalle mani dei loro aguzzini. Li vide volare via, allontanarsi nel cielo azzurro. Ma non fece in tempo a rallegrarsi per loro. Alcuni adulti li presero di mira facendoli esplodere a colpi di pistole a pallini.
Nessuno si salvò.
Nessuno, tranne Palloncino Azzurro, che visse più di quanto si sarebbe aspettato, legato al suo albero, abbandonato ma scampato a una fine atroce.
Col tempo il suo vivace colore azzurro si sbiadì, si sgonfiò e raggrinzì, lentamente ma inesorabilmente.
E infine se ne andò trasportato da un colpo di vento, leggero come una farfalla.

Tratto da una storia vera

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Lui racconta.

Sentiva la necessità di scrivere. In testa gli si aggrovigliavano milioni di linee di pensiero.
Non era in grado di concentrarsi a lungo su una qualsiasi attività diversa dallo scrivere. Bastava un piccolo movimento a lato del suo campo visivo, un suono fuori dall’ordinario, anche solo un odore o un profumo per farlo precipitare in una nuova storia da raccontare.
Poteva immaginare un intero romanzo in un battito di ciglia, per poi magari dimenticarlo nel giro di pochi minuti. Mal sopportava quindi i doveri quotidiani. Le telefonate, le scadenze, i piccoli e abitudinari obblighi della vita sociale. In parte li considerava un ostacolo alla sua creatività, in parte sapeva bene che molte delle sue fantasie traevano ispirazione proprio da quella quotidianità.
Si dannava del fatto di non avere tempo a sufficienza per leggere quanto desiderava, perché ogni momento dedicato alla lettura gli pareva un momento rubato alla scrittura. Vi erano però periodi in cui deliberatamente s’imponeva di non scrivere. Di non immaginare, di non amplificare ed elaborare i piccoli particolari del quotidiano. Sentiva di doversi distaccare da quell’obbligo che si era auto costruito e che gli aveva perfino impedito di metter su famiglia.
Puoi anche smettere, si diceva, hai già scritto a sufficienza.
E allora staccava la spina. Si dedicava ad altro. Considerava che, in fondo, il suo apporto alla letteratura mondiale era praticamente inesistente. Fu in uno di questi rari periodi che conobbe lei.
La sua anima gemella, la sua musa, la sua prima lettrice appassionata nonché la sua migliore critica. Pensava lei a occuparsi di tutto, amandolo nella sua stravaganza e venendo riamata da lui in tutti i modi. Diventò la protagonista della sua vita, quella reale e quella raccontata nei suoi racconti.
Lei riuscì perfino a fare in modo che venisse pubblicato e a fargli raggiungere una piccola notorietà.
E così lui continuò, a tempo pieno, a scrivere. Scrisse di tutto e di niente. Scrisse per lei e di lei.
Ma di tutte le storie che riuscì a immaginare, l’unica alla quale non poté cambiare il tragico finale fu proprio quella di lei.
E ora,
ora che le sue mani non riescono più a reggere una penna e le sue dita litigano con la tastiera,
ora che la sua vista finalmente ha appannato il mondo reale in favore dell’immaginato,
ora le sue storie le racconta a chi ha la voglia e la curiosità, o solo il tempo, di ascoltarlo.
Potete trovarlo al solito posto, seduto da solo sulla vecchia panchina scrostata vicino al laghetto delle tartarughe, circondato dai piccioni e dalle anatre che ormai gli danno del tu.
Potete avvicinarvi e chiedergli di raccontarvi qualcosa. Lui non fa distinzioni tra uomini o donne, adulti o bambini, bianchi o neri, atei o religiosi, umani o animali.
Lui vi fa cenno di sedervi, ma non preoccupatevi se domanda gentilmente di accomodarvi sul bordo della panchina. E’ per non finire addosso a lei, che gli sta accanto.
Dopodichè, vi sorride.
E racconta.

Abbiamo a cuore il vostro benessere

È un pezzo tratto da un musical. Forse.
Grease? No. Rocky Horror? No no.
Ta ta tatara tatara ta ta…
Certo difficile riconoscerlo così trasfigurato. Suona come una di quelle suonerie dei primi cellulari GSM, quelle che potevi acquistare a prezzi esorbitanti e che nonostante le buone intenzioni si stentava a riconoscere una volta impostate sul proprio telefono.
Ignazio chiude perfino gli occhi isolandosi dal resto dell’umanità presente in sala d’aspetto per potersi concentrare meglio sulla musichetta di sottofondo.
Magari è tratta da un film Disney, pensa ancora e, mentre un’idea comincia a delinearsi, la porta dell’ufficio si apre e la coppietta di fidanzatini entrati venti minuti prima finalmente decide di uscirne. Spariscono via senza prestare attenzione a niente e a nessuno, tenendosi per mano, lo sguardo sognante e sorridente fisso su un cellulare.
Ma Ignazio smette di essere interessato ai due giovani nel momento in cui realizza che è arrivato il suo turno. S’inserisce nel vano della porta ancora prima che abbia il tempo di richiudersi.
“Buongiorno, è permesso? Dovrebbe essere il mio turno.”
Il funzionario dietro alla scrivania di vetro lucido alza lo sguardo dal contenitore in cui sta riponendo un piccolo oggetto chiaro. Lo richiude con attenzione e deposita il tutto sotto il piano di cristallo. Tutta l’operazione eseguita sfoderando un sorriso tale da far impallidire le bianchissime luci led di ultima generazione che illuminano l’ufficio.
“Ma prego, si accomodi.” Alla prima M decolla dalla sedia leggero come una libellula e all’ultima I sta già facendo accomodare Ignazio su una delle accattivanti sedie di fronte alla scrivania.
“Grazie.” Riesce solo a dire quest’ultimo, giusto nel tempo necessario all’impiegato per tornare al suo posto, sedersi, protendersi leggermente in avanti, poggiare i gomiti sull’immacolato piano in cristallo di cui sopra e incrociare le dita delle mani come una madonna del settecento, sfoderando al contempo un’espressione di beata accondiscendenza.
“Mi dica, cosa posso fare per lei?”
Ignazio è un uomo di mezza età. Anzi probabilmente la mezza età l’ha superata da non poco, ma questa è una valutazione opinabile, vista la considerevole mutevolezza nella durata della vita umana. Di altezza leggermente inferiore alla media, di peso leggermente superiore, una calvizie incipiente che non riesce a farsi accettare dal suo portatore e un gusto nel vestire che indugia nel vintage strizzando l’occhio ai cestoni delle offerte del Discount.
Prima di iniziare a parlare sistema gli occhiali sul naso con un gesto abituale che assomiglia a una riverenza e si raddrizza sulla sedia. “Sono qui per quella pubblicità che fate in tivù.”
“Ma certamente, certamente. Si riferisce al nostro nuovo rivoluzionario prodotto finanziario.”
“Sì esatto.”
“Fantastico. Sa quanti ne abbiamo già venduti di questi prodotti?”
“Non saprei, ma credo un bel numero, visto che ho dovuto aspettare il mio turno per più di un’ora.”
Il promotore finanziario prorompe in una risata contagiosa. “Ne vendiamo talmente tanti ogni giorno che è impossibile tenere il conto!”
Ignazio si unisce con una risatina decisamente più contenuta, rincuorato di non essere l’unico ad aver bisogno di ricorrere a un finanziamento. “Bene per voi…” Commenta.
Il promotore mantiene il sorriso ma l’espressione cambia, s’incupisce appena. “Non proprio, sa?”
“In che senso?”
“Vede, la Nostra Banca ha da sempre a cuore il benessere dei suoi clienti, la nostra mission è stare accanto ai correntisti in ogni situazione per proteggerne i risparmi e aiutarli a migliorare il tenore di vita con investimenti oculati e poco rischiosi. Anche a costo di non guadagnarci nulla.”
Ora Ignazio non può fare a meno di sorridere. “Mi scusi, ma a questo non riesco a credere.”
“E fa bene,”ribatte il promotore, “fa bene. Vede, sarò franco, lei sa come funziona nei supermercati no? C’è il prodotto in offerta, sottocosto, su cui la società non guadagna nulla, lei si reca nel tal negozio per comprarlo e già che c’è, fa la spesa e acquista altri prodotti su cui vi è un ricavo maggiore.”
Ignazio si sporge avanti incuriosito, prende a suo modo possesso della scrivania poggiando gli avambracci. “Mi sta dicendo che questa promozione che pubblicizzate è solo uno specchietto per le allodole? E’ sicuro di saper fare bene il suo lavoro? Perché non mi sta convincendo.”
“Aspetti, non sono ancora giunto al punto. Lei perché è qui?”
“Mi serve un finanziamento.”
“Sì, ma finanziamenti ne offrono tutti oggigiorno, più o meno con le stesse condizioni, quindi le ripeto, perché è qui, da noi?”
“Ho visto il vostro spot. Promettete un finanziamento immediato oggi e la restituzione della somma dilazionata nei prossimi mille anni. Ovviamente nessuno ci crede veramente, ma la curiosità…”
“Ma è vero!”
“Andiamo… Mille anni? Nessuno vive mille anni.”
“Ovviamente no, certo. Ma è così. Offriamo la restituzione della somma con una rateazione talmente bassa da essere dilazionata in un millennio.”
“E com’è possibile?”
“Come le spiegavo poc’anzi, noi le offriamo questo rivoluzionario prestito in cambio della sua sottoscrizione alla Nostra Banca. In pratica, lei diviene cliente a vita del nostro istituto e s’impegna a mantenere il suo conto, congruamente rimpinguato dal nostro finanziamento, in una delle nostre filiali, per tutta la durata della sua vita. Oltre a demandare la Nostra Banca a gestire per suo conto tutte le sue proprietà, materiali e immateriali.”
“Le mie…”
“Mi spiego meglio, si occuperà di tutto la Nostra Banca. Qualsiasi esigenza, l’acquisto e la vendita di auto o immobili, il pagamento di utenze, della scuola dei suoi figli, o nipoti, la gestione di eventuali patrimoni azionari, vincite al gioco, alimenti a un ex coniuge, acquisti online, prenotazione di vacanze, finanche le pratiche, si spera più in là possibile, del suo funerale.”
A queste ultime parole Ignazio si ritrae nuovamente sulla sedia. “Ok, ma anche in questo caso non vivrò mai abbastanza da poter ripagare.”
“A noi basta che lei rimanga nostro cliente, in questo modo il fondo rimarrà nelle nostre contabilizzazioni, eccetto naturalmente quello che vorrà o dovrà spendere. Sarà ovviamente nostra cura occuparci del suo benessere.”
“Non credo di aver capito cosa ci guadagnate voi.”
“Pubblicità. Visibilità. Un’ottima reputazione. L’offerta non durerà a lungo. Solo pochi privilegiati avranno la fortuna di potervi accedere. Lei, come la coppia prima di lei, avete questa possibilità perché vi siete presentati. Avete creduto alla nostra pubblicità. E avete fatto bene.”
Ignazio si fa pensieroso, analizza i pro e i contro di quello che gli è stato appena proposto e, anche se non crede di aver capito completamente il meccanismo alla base dell’offerta, i suoi pensieri si focalizzano sui bisogni immediati.
“E di che cifra stiamo parlando?” Domanda.
“Lei di quanto ha necessità?”
Si prende il tempo necessario per pensarci. Una cifra l’aveva già in mente, lo stretto necessario, poi la raddoppia e la raddoppia ancora. Per qualche strano motivo il numero che esce dalle sue labbra è moltiplicato. Di molto.
Il promotore non sembra preoccuparsene. Anzi, senza fare una piega afferra il suo IPhone e calcola una controproposta. Poi gliela mostra.
Per metabolizzare la cifra Ignazio impiega parecchi secondi. “Oh, perdiana, direi che va benissimo. E quel numerino sotto sarebbe la rata di restituzione?” Biascica aggiustandosi gli occhiali che scivolano sul naso affilato.
Il promotore annuisce. “Esatto, vedo che sembra soddisfatto. Se per lei va bene direi di procedere, come ha visto ci sono molte altre persone in attesa la fuori.”
“Sì.”
Il promotore recupera il contenitore sotto il piano della scrivania. Ne estrae un piccolo aggeggio grigio chiaro. “La procedura è molto semplice. Basta la scansione del suo chip identificativo, che abbiamo già eseguito non appena è entrato, e la sua approvazione tramite riconoscimento del DNA. Ecco, appoggi qui un dito, quello che vuole, sentirà solo una piccolissima puntura. Perfetto. La cifra è appena stata depositata su un conto a suo nome nella Nostra Banca.”
Ignazio si osserva il dito, sul cui polpastrello una minuscola goccia di sangue inizia immediatamente a coagulare. “Tutto qui?”
Il promotore recupera uno smartphone di ultima generazione e torna a circumnavigare la scrivania, stringe un braccio del suo nuovo cliente mentre accompagnandolo verso l’uscita gli porge il cellulare. “Tutto fatto. Questo è per lei, un gentile omaggio della Nostra Banca con il quale potrà tenere sotto controllo il suo conto mediante l’apposita app precaricata. Sono quindi lieto di annoverarla tra i nostri correntisti. Si goda i suoi soldi. Avrà tutto il tempo che vuole per restituirli. E non si preoccupi più di nulla, la Nostra Banca lavorerà per lei. La Nostra Banca ha a cuore il benessere dei suoi clienti.”
Mille anni, pensa Ignazio mentre guadagna l’uscita con un sorriso beato che non sfugge alla coda interminabile di aspiranti clienti, se ne vivrò altri trenta sarà già un lusso…

L’effetto è lo stesso di quando ci si risveglia da uno strano sogno.
Uno di quei sogni lunghissimi che ti sembra continuino anche quando per qualche motivo ti svegli e poi riprendi a dormire.
Uno di quei sogni in cui non ti succede niente di particolare, semplicemente trascorri una o più giornate della tua vita facendo più o meno le cose che fai di solito.
Uno di quei sogni così, con la differenza che questa volta hai la percezione di ricordare una vita intera. E hai la certezza di ricordare che alla fine di quella vita sei defunto.
Sì, Ignazio ricorda molto bene il momento della sua dipartita.
Una scena classica, un letto d’ospedale, parenti stretti tutt’intorno, figli, nipoti, perfino un pronipote appena venuto al mondo. Un quadretto meravigliosamente commovente se si fosse trattato della morte di qualcun altro.
Invece è stato lui ad andarsene, di questo è sicuro.
Quello che non si spiega è come mai ora ha la precisa sensazione di essere ancora vivo. Non si tratta certo di vita dopo la morte, almeno crede, perché se così fosse, sarebbe maledettamente deludente. Si trova ancora in quella che sembra una stanza d’ospedale. Solo che accanto al suo letto, se così si può chiamare il piano imbottito su cui si è svegliato, ce ne sono molti altri, occupati da persone con lo stesso sguardo stranito che anche lui è sicuro di avere.
Cerca di sollevarsi, di mettersi a sedere, ma qualcosa lo trattiene.
La voce sorprende tutti, quella voce che ricorda molto bene.
“Carissimi clienti! Che piacere rivedervi. So che vi sentite leggermente confusi al momento, vi domandate come mai non siete in Paradiso, nel Valhalla, nei Campi Elisi o in qualunque altro luogo credevate di finire. Per cui vado subito a darvi la spiegazione. Siete morti, sì, ma siete stati clonati dalla Nostra Banca, che ha a cuore il vostro benessere. Senza contare che tecnicamente siete nostri debitori all’incirca per un millennio. Naturalmente ora le vostre vite, questa e tutte quelle che seguiranno, sono di proprietà della Nostra Banca. Fino al completo risanamento del vostro debito. E siccome la Nostra Banca tiene al vostro benessere, abbiamo provveduto a non farvi perdere i preziosi ricordi. Per cui buona continuazione, cari clienti, la vostra, anzi, le vostre nuove vite lavorative vi attendono.”

Visita

“Ciao nonno.”
“Eh, ciao un par di palle…”
“Oh, che modi, son venuto a trovarti e mi tratti così?”
“Si, si, arrivi quando ti ricordi e resti dieci minuti. Se questo vuol dire venire a trovare tuo nonno, non ti preoccupare neanche.”
“Oh, se ti do fastidio me ne vado…”
“Ormai sei qui. Dimmi, come va?”
“Mah, sempre al solito.”
“Sempre al solito, mai che mi racconti qualcosa di nuovo. E smettila di guardare quel coso lì.”
“Cosa?”
“Il telefono lì, ai miei tempi quelle diavolerie non esistevano. Ci si guardava in faccia quando ci si parlava.”
“In faccia dici?”
“Si, negli occhi.”
“Va bè ma tu sei sempre lo stesso, tanto vale che guardo il telefono.”
“Ah ah ah, spiritoso… tutto tuo padre. A proposito, come sta quel cretino che va in giro a dire di essere mio figlio anche se non l’ho mai riconosciuto?”
“Poi sono io che faccio lo spiritoso. Comunque sta bene. Ti saluta.”
“E non poteva passare anche lui? Cos’è, troppo occupato a correre dietro alle sottane?”
“No, lavoro…”
“Sì, l’ha sempre chiamato così…”
“Possiamo cambiare argomento? Come te la passi qui?”
“E come vuoi che me la passi? Un mortorio. Non succede mai un cazzo.”
“Nonno…”
“E che palle, potrò parlare come mi pare no?”
“Comunque dai, mo’ devo andare… Magari la prossima volta vengo con la nonna se se la sente.”
“Non ci provare eh? Sennò è la volta buona che mi faccio spostare da qui e mi infilo in un loculo senza nome. Vai, vai… però la prossima volta vedi di passare un po’ prima. Magari non aspettare sempre il primo novembre…”

 

 

Sondaggione (leggete tutti)

Qualche giorno fa mia figlia mi domanda, quanti follower hai sul blog?
Più o meno 170, le rispondo. Ma non è che siano tutti attivi, preciso.
Poi ci ho pensato su e mi sono chiesto quanto sia effettivamente reale questo dato.
Per cui, se ci state, facciamo un piccolo sondaggio.
Allora, WordPress mi dice che in questo momento ho 173 follower.
Ma in quanti effettivamente leggono quello che scrivo? Non ditemi che anche voi non ve lo siete mai chiesto.
Le statistiche mi dicono quante visualizzazioni ho sul sito, ma non credo che tengano conto delle letture sui vari reader dei follower.
Molti di voi commentano e apprezzano con un like, ma sono curioso di sapere se c’è qualcuno che legge e che magari, per motivi che ovviamente sfuggono alla mia comprensione, decidono di non cliccare sulla stellina…

Quindi vi chiedo,
se siete fra coloro che abitualmente leggono i miei post e apprezzano con like e commenti,
se siete tra coloro che abitualmente leggono ma non apprezzano,
se siete tra coloro che semplicemente di solito mi lasciano scorrere via nel reader,

per questa volta, mettete tutti un like.

Giusto per farmi un’idea di quanti siete davvero!
Grazie.

Il giorno dei giorni

Un leggero formicolio alla nuca. Poco più che una vibrazione. Samu14398 si risveglia dal torpore. Non capisce subito. La tv è ancora accesa. Unica fonte di luce nella stanza.
Una donna sovrappeso e con una voce fastidiosamente stridula sta presentando un sistema snellente di ultima generazione, in una lingua che Samu14938 non riesce a comprendere. Gli applausi del pubblico invece li capisce, quelli sono universali.
Samu14398 resta così, fermo, imbambolato a osservare quella donna accarezzare i muscoli scolpiti di un modello che come unico sforzo regge un bicchiere pieno di una strana sostanza verde. Lo sguardo di Samu14398 scivola dallo schermo al libro di testo aperto sul tavolo che stava cercando di studiare. E poi si annebbia. Nonostante le note altissime la voce della donna funziona meglio di qualsiasi ninna nanna.
Ancora la leggera scossa. Questa volta la riconosce per quello che è, il segnale di un messaggio in arrivo. E se vibra nonostante l’impostazione in Modalità Notte significa che è importante. Controvoglia, il ragazzo si raddrizza sulla sedia e contraendo i muscoli della fronte per più due secondi riattiva il Sistema impiantato sottopelle. Il nano chip collegato ai sistemi uditivo e visivo si connette al web e in un millesimo di secondo Samu14398 è di nuovo online.
Veramente online.
“Complimenti Samu14398. One Day ha scelto te.”
Il messaggio si materializza direttamente nel nervo ottico mentre una voce virtuale lo fa vibrare sui tessuti interni delle orecchie. Solo che lui fatica a crederlo.
“Rispondi.” Sussurra.
Il messaggio sparisce e al suo posto un cursore palpita sospeso nell’aria, proprio davanti alla presentatrice stridula che dentro lo schermo della televisione continua a fare il suo lavoro.
“Bello scherzo,” digita vocalmente, “chi diavolo sei?”
La frase compare in un istante e un gesto impercettibile della testa la invia. La risposta è immediata.
“Vai sul canale 993. E divertiti! Il tempo corre.”
Come in trance, Samu14398 richiama l’orologio del sistema. Due minuti dopo la mezzanotte.
Mima il numero 993 con un dito e il televisore obbedisce.
Sullo schermo compare una teoria infinita di schermi televisivi che si inanellano uno dentro l’altro. Il ragazzo scatta in piedi e la luce nella stanza si ravviva. Il canale 993 mostra quello che vede. Esplode in un urlo di gioia e gli altoparlanti rimandano la sua voce. In un angolo dello schermo c’è il suo nickname e la sua geolocalizzazione. Nell’angolo opposto un numero che indica le visualizzazioni online. Troppo lungo perché Samu14938 riesca a comprenderlo.
Non c’è tempo da perdere, è vero. Qualcuno bussa alla porta. Veloci, pensa. Non si preoccupa nemmeno di essere ancora in mutande. Corre ad aprire e alcuni dei suoi vicini di casa si precipitano all’interno inneggiandolo, abbracciandolo e complimentandosi per l’incredibile fortuna.
Dieci miliardi di individui sul pianeta connessi a Internet attraverso nano chip neurali.
Dieci miliardi di potenziali partecipanti a One Day.
Uno ogni ventiquattro ore, indipendentemente dal fuso orario.
Trecentosessantacinque all’anno, da ventitre anni.
Ottomilatrecentonovantacinque persone selezionate su dieci miliardi.
E adesso Samu14938 è uno di loro.
Adesso, e per ancora 23 ore e 55 minuti Samu14938 sarà l’individuo più famoso e influente dell’intero pianeta. Tutto quello che vede, sente o dice viene trasmesso ogni momento su migliaia di canali televisivi, oppure seguito online su social e web direttamente nel nervo ottico di miliardi di persone. Ogni secondo per le prossime ore.
Samu14938 si lascia trasportare dalla piccola folla fuori dal suo appartamento, fuori dal palazzo. Senza che nemmeno se ne renda conto qualcuno gli fa indossare abiti che sfoggiano loghi, cappellini griffati e occhiali di marca. Decine di voci gli urlano brand o frasi da ripetere, cercano di fargli afferrare oggetti o semplicemente si limitano a piazzarglisi davanti per rientrare nel suo campo visivo e comparire online. Una limousine arriva in pochi minuti e Samu14398 viene risucchiato al suo interno, insieme a un folto gruppo di followers.

“E’ qui?” Lo chiede sapendo già la risposta. La puzza che filtra da sotto la porta è inequivocabile.
L’agente fissa lo sguardo sul codice QR della porta e richiede un accesso immediato. Intanto accetta la mascherina che il collega gli allunga e se la sistema sul volto. Il Sistema invia il segnale attraverso i dispositivi wireless fissati alle cinte degli agenti e la serratura automatica scatta.
L’odore di cadavere esce dall’appartamento e lascia spazio ai poliziotti.
La stanza è buia, disordinata, completamente a soqquadro, cartoni di pizza e avanzi di cibo campeggiano un po’ ovunque. Il televisore riverso sul pavimento è ancora acceso, nonostante lo schermo crepato e gli altoparlanti gracchianti. Il canale 993 mostra la soggettiva di una donna in procinto di partorire. Le persone che l’assistono hanno un aspetto orientale e non sembrano sapere bene come comportarsi. Sullo sfondo si notano altre persone che cercano di attirare l’attenzione, sbracciandosi e urlando.
Nel centro della stanza il ragazzo penzola immobile dal soffitto. La corda che parte stretta attorno al collo termina fissata a un gancio sul soffitto, una sedia è rovesciata poco più in là.
Uno dei due agenti gira attorno al corpo, descrivendo intanto la scena che si memorizza nei server della centrale. “Suicidio.” Sentenzia infine. Il Sistema conferma e notifica la chiusura dell’indagine in tempo reale.
Il collega richiama l’identità della vittima grazie al chip ID.
“Mi pareva di averlo già visto…”
“Schedato?”
“No, la settimana scorsa era online su One Day. Samu14398.”
“Ah. Non la guardo quella merda.”
“Sei un dio per 24 ore poi torni alla tua vita. Non è il primo che la fa finita dopo.”
“Lo mettiamo su Instagram?”
“Ma no, a chi vuoi che importi?”

Niente…

Accendo il computer. Butto un’occhio al drive su internet, conto i file nella chiavetta usb, pulisco e riordino quelli nel disco fisso. Elimino, unisco, aggiorno, copio, riconto. Mi restano almeno due dozzine di file. Due dozzine di storie abbozzate, idee, roba che nemmeno ricordavo di aver scritto e fili che non riesco a intrecciare sebbene ne abbia voglia e desiderio. Ne riapro qualcuno, lo rimaneggio, tolgo e aggiungo. Richiudo.
Niente…
Non è aria…
E ora scusate, ho una parete di piastrelle in bagno da rompere a testate. Così, giusto per vedere se mi schiarisce le idee, e poi non ricordo dove cazzo ho messo il martello.

Ci vediamo…

Barba

“Oh, Pierluigi, da quanto tempo! Apperò ci siamo fatti crescere una bella barbetta! Ma non dicevi sempre di non sopportare la barba più lunga di tre giorni?”

Tre mesi prima…
Allora, tesoro, dolce caro amore, te lo dico ancora una volta, mi ascolti?
Però guarda, che poi dici che non ti ricordi, che non hai visto.

Le metto qui!
Apri l’armadietto, terzo ripiano, il cestinetto verde, dietro i tubetti. Lo vedi, il cestinetto verde? Ok.
Lo apri e le lamette da barba sono qui dentro! Giuro che non te lo ripeto più, non me lo chiedere più dove sono, CHIARO???

La strana storia di Boris Smirnov

Boris Smirnov era uomo d’altri tempi.
Nato quando non vi erano cellulari, internet e tantomeno computer.
Quando l’apparecchio televisivo lo si poteva vedere solo al Circolo del Popolo, spento per quasi tutto il giorno e rigorosamente in bianco e nero quando acceso.
Quando lavorare era un onore più che un’esigenza.
Boris timbrò il suo primo cartellino all’età di dodici anni, ma solo perchè prima di allora era troppo piccolo per essere assunto. Continuò a farlo per tutta la vita, passando dalle obliteratrici a leva a quelle elettriche, fino ai badge magnetici e infine ai lettori di ingresso wifi.
Boris era una leggenda nell’azienda in cui prestava la sua opera.
Si racconta che quando venne inaugurato il primo stabilimento, Boris fosse accanto al fotografo che scattò la foto commemorativa al Compagno Fondatore, nell’atto di reggere il flash a magnesio. Foto che faceva bella mostra di sé nel corridoio d’ingresso della sede principale, prima immagine di una lunga serie in cui successivamente compare quasi sempre anche Boris Smirnov, dapprima sullo sfondo, via via sempre più in primo piano fino a rasentare i Quadri Direttivi, ma senza mai entrarne a far parte. Per sua volontà a quanto pare.
Boris era conosciuto e benvoluto da tutti. I tecnici e gli operai del primo turno lo incontravano al loro arrivo, nell’area relax, spesso intento a degustare una bevanda al gusto di tè verde. Molti impararono a chiedergli consiglio su questioni che spaziavano dai problemi lavorativi alle tribolazioni personali. Lo Smirnov ebbe sempre un buon consiglio e una buona parola per tutti e quando per un dato problema non si trovava immediata soluzione, era sua cura impegnarsi a seguire nel tempo il collega per supportarlo magari anche solo con un appoggio morale, se non poteva fare di più, fino allo scioglimento del grattacapo.
Nel corso della mattinata, Smirnov si muoveva di scrivania in scrivania, di ufficio in ufficio, di reparto in reparto, regalando preziosi e apprezzati consigli oltre che vere e proprie collaborazioni in ogni campo.
Il tavolo di Boris, nella sala mensa, era oggetto di pellegrinaggio da parte di colleghi e dirigenti, che tra una pietanza e l’altra, approfittavano delle sue acute osservazioni per apportare gli ultimi ritocchi ai programmi futuri dell’azienda oltre che, naturalmente, decidere il menu della settimana entrante.
A fine giornata, tutti coloro che incrociavano Smirnov recandosi verso l’uscita, lo salutavano calorosamente augurandogli una buona serata. Boris ringraziava tutti con un cordiale abbraccio di commiato, fino a quando si trovava a elargire un altrettanto cordiale saluto di benvenuto agli addetti alle pulizie, ormai abituati alla sua presenza durante lo svolgimento del loro lavoro. Non poche volte qualcuno di costoro s’attardava con lo Smirnov nell’ascoltare qualche radiocronaca della Nazionale o per una partitina a scacchi.
Molte delle guardie notturne lo ricordano ancora con affetto per averli aiutati a superare con leggerezza i pesanti turni invernali.
Col senno di poi, viene da domandarsi se Boris Smirnov avesse una vita sociale al di fuori dell’azienda. Dalle ricerche effettuate in seguito non sono risultati familiari stretti o parenti alla lontana. E’ lacunosa perfino l’origine dello Smirnov, la cui nascita aleggia nella nebbia di un tempo in cui gli ufficiali addetti all’anagrafe nelle fredde provincie del nord prediligevano collezionare etichette di bottiglie di vodka piuttosto che trascrivere nomi su un registro.
Quello che nessuno pareva domandarsi, tra i colleghi e i superiori di Smirnov, era quale fosse la sua età. Nessuno, tranne un solerte funzionario di un anonimo ufficio del Ministero del Lavoro di Mosca, che invece aveva ben presente da quanti anni Boris Smirnov prestasse la sua opera allo Stato.
La notifica di pensionamento immediato per lo Smirnov arrivò in una bella mattina d’ottobre, avente forma e sostanza di raccomandata consegnata a mano da una giovane stagista che gli si approcciò con rispettosa deferenza.
Il resto di quella giornata, oltre alla settimana successiva, trascorse per Boris Smirnov nel tentativo di scongiurare il ritiro dalla condizione lavorativa. Invano, come ben sappiamo.
L’ultimo giorno di lavoro per Boris iniziò come al solito. Quattro chiacchiere e i soliti consigli dispensati davanti alla macchina del caffè, il giro di consultazioni nella giungla di scrivanie fino al suono della sirena che indicava l’inizio della pausa pranzo.
Fu all’ingresso della sala mensa che il Boris ricevette l’applauso di tutti i colleghi, dalle maestranze ai quadri direttivi, finanche dal Ministro dell’Industria in persona, giunto appositamente dalla capitale per omaggiare la dedizione al lavoro di Boris Smirnov.
Smirnov, visibilmente teso e nervoso come nessuno mai lo aveva visto fin dall’inizio della sua carriera lavorativa, si rivolse direttamente al ministro, nella speranza che almeno lui potesse evitargli il tanto temuto pensionamento. In risposta ricevette l’onorificenza dei Cavalieri dell’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro e l’augurio di una buona pensione, accompagnato da un canonico triplice bacio.
Boris ammiccò e accettò medaglia e auguri. Pochi minuti più tardi scivolò via inosservato dalla festa in suo onore, verso i sotterranei della fabbrica. Raggiunse un livello interrato sconosciuto a chiunque tranne che a lui, livello in cui aveva provveduto a crearsi uno piccolo spazio disegnato per le sue scarse necessità.
Sembra che abbia sistemato la medaglia appena ricevuta in un piccolo armadietto di metallo, si sia seduto al vecchio tavolino di legno che utilizzava di quando in quando per leggere, poi abbia attivato i contatti.
Ancora oggi, a così tanti anni di distanza, chi si reca in quei luoghi per turismo o affari non può fare a meno di visitare il sito in cui sorgeva la più grande fabbrica di esplosivi della Federazione Russa. Si racconta che la nebbia sottile che non vuole saperne di abbandonare l’enorme cratere creato dall’esplosione, sia composta dai fantasmi di Boris Smirnov e del suo esercito di colleghi.

A volte ritornano: Il blu, il nero, il bianco.

Quello che ripropongo qui è uno dei miei racconti postati quasi all’inizio di questa piccola avventura del blog. So per esperienza diretta (cioè ne sono affetto anch’io) che quando si inizia a seguire un blog difficilmente si va a curiosare nei vecchi articoli, vuoi per pigrizia, vuoi per mancanza di tempo. Questo racconto è uno dei miei preferiti. Mi dispiaceva che fosse rimasto incastrato nell’oblio del tempo. Buona lettura.

Blu
Quel giorno non era un bel giorno. Il freddo stava arrivando. Ci svegliammo all’alba per smontare il campo e trasferirci più a sud. A me non piaceva lasciare quel posto perché lì ci ero nato.
Le praterie del sud dove andavamo solitamente a svernare erano ampie, verdi e piene di cibo, ma io avevo un debole per il mio fiume impetuoso che si buttava giù dalle montagne. Il suo frastuono continuo ci accompagnava giorno e notte. Un gigante rumoroso e generoso.
Ero andato a salutarlo un’ultima volta prima di andarmene. Stavo tornando verso le tende ormai smontate… Continua a leggere.

 

Detective story (finale)

Per leggere la storia dall’inizio, cliccate qui

No, non mi piace per niente.
Madame Rocher ha dismesso tailleur e cappellone giallo oro in vece di una tutina alla Kill Bill che non le rende affatto giustizia. Personalmente avrei optato per un evergreen tipo il modello Giuditta.
“Bentornato, caro.”
Ringrazio educatamente. Che non si dica che ho ricevuto una cattiva formazione.
“Mi perdoni per la scomodità,” continua la donna, “contrariamente a lei, i miei uomini non sono avvezzi alle norme del galateo.”
I suoi uomini, come li ha chiamati, sono schierati alle sue spalle. Artigiani Della Qualità. Parecchi Artigiani Della Qualità. Tutti belli allineati con le loro salopette dal colore indefinito e il cinturone da lavoro farcito di sparagraffe e forbici affilatissime. Riconosco quello che è scivolato fuori dall’appartamento della vedova Manzi. Ora so da dove sono arrivati quei mucchietti di segatura trovati in giro. L’inconfondibile odore di tessuto, colla, truciolato, legno e segatura, componenti dei telai dei divani, mi riempie le narici.
“Non si preoccupi,” rispondo infine, “non stavo così a mio agio da quando nel ’79 quelli della loggia massonica del Bio Presto mi lasciarono in ammollo per giorni. Tutto per una macchia di rossetto sul colletto della camicia. Insistevano nel dire che prima o poi mi sarei sciolto. E comunque la Bella Lavanderina non c’entrava nulla in quella storia.”
La signora dei Rocher solleva un sopracciglio con un’aria di sufficienza che avrebbe da insegnare perfino a Mike Buongiorno, comodamente accomodata su una poltrona relax con movimento meccanico e rivestimento antimacchia. Posizionata di tre quarti rispetto a me e al Banderas (che mi soggiorna accanto con un’espressione di beatitudine che francamente gli invidio molto), sospetto che abbia studiato a lungo la posizione nell’attesa che riprendessi conoscenza. Il fido Ambrogio le sta accanto come il cane bassotto del Signor Bonaventura, leggermente indietro per non rovinare la presenza scenica della sua padrona. Mantiene una valigetta che assomiglia terribilmente a quella presidenziale con i codici nucleari.
Ammetto di non stupirmi più di tanto della situazione. Ci sono cascato con tutte le scarpe, come si suol dire. I contorni della storia ancora mi sfuggono, ma ormai è chiaro che ho involontariamente consegnato Antonio Banderas a questa peculiare cricca di… non saprei nemmeno come definirli.
Passiamo alla fase successiva.
Attingo al Manuale per Giovani McGyver che ho consumato negli anni dell’infanzia e decido di prendere tempo fino a quando un evento fortunato salva l’eroe e il suo sodale. Nello specifico, opto per far parlare il cattivo di turno fino a fargli confessare perfino di avere iniziato la sua lunga carriera criminale rubando la merendina al compagno di prima elementare.
“Quindi, mi sembra di capire che il nostro accordo abbia perso validità.” Esordisco, mentre studio alla cieca il tipo di manette che mi legano polsi e caviglie.
“In realtà, caro signor detective, lei ha fatto un ottimo lavoro, soddisfacendo in pieno le mie aspettative.”
“Ma non ho trovato Findus.”
“Oh, naturalmente, perchè Findus non è affatto scomparso.”
Ed ecco l’ennesimo colpo di teatro, piangerei per la banalità se solo non dovessi mantenere un certo decoro. Il Capitano Findus compare sulla scena, elegante nel suo completo bianco e blu e l’immancabile pipa spenta tra le labbra. Sembra quasi di sentir odore di panatura fritta.
Non riesco a trattenere un: “ovviamente. Beh, vista l’evidenza del fatto che né io né il mio compagno di sventura qui accanto usciremo vivi da questa storia, posso sapere che diavolo state combinando?”
Inaspettatamente è Banderas a rispondere. “Stano conquistando el mundo.”
“Quella è la pvossima fase” Corregge Findus, avvicinandosi a Madame Rocher e salutandola con un leggero baciamano. “Pev il momento ci accontentiamo del nostvo Bel Paese.”
“E come,” ironizzo, “vendendo divani con un marketing aggressivo?”
“Esattamente,” risponde Madame, “esattamente così. Tanto vale che lei sappia, detective. In fondo, provo un pruriginoso piacere a confidare il nostro piano malvagio. E’ così frustrante macchinare in modo così esemplare e non poterlo condividere con nessuno.”
“Ho un’idea,” tento, “facciamo una storia su Instagram mentre raccontate, sai quanta visibilità?”
Madame Rocher ha un attimo di esitazione, ci pensa Findus a trarla d’impaccio. “Buon tentativo, ma divei di no. Vuoi conosceve il nostvo piano o la facciamo finita subito? Comincio ad annoiavmi.”
Sto zitto, espressione quanto più possibile curiosa e ammirata, cercando di non far notare a Bonnie e Clyde l’agitazione di Banderas per aver notato un movimento piumoso.
“Permettimi caro,” inizia Madame rivolta al baccalà, poi voltandosi verso di me, “qualche tempo fa, durante un thè delle cinque in un palazzo storico di Torino, ho avuto un’illuminazione. Le discussioni più interessanti si sviluppano in un salotto. Le idee illuminanti sovvengono mentre si è mollemente adagiati sul proprio sofà. La cultura, le arti, la filosofia, tutto si articola nei tinelli, sulle poltrone, sui divani. Le sorti del mondo intero sono discusse nei salotti buoni della politica. Sempre in presenza di divani, poltrone e sofà! E quale modo migliore di assumere il potere globale se non utilizzare questi moderni cavalli di troia per scardinare il potere costituito!”
“Non credo di aver capito”
“Ma non è evidente?” Sbuffa la madame, “con la nostra filosofia aziendale e di marketing denominata sfrangimaroni, abbiamo piazzato divani e sofà in ogni salotto di ogni casa di ogni città del Paese. E in ognuno dei nostri prodotti è nascosto un Artigiano Della Qualità Kamikaze che aspetta solo un nostro segnale per farsi esplodere nel momento giusto.” Indica la valigetta. “L’anarchia, il vuoto politico e di comando che si verrà a creare sarà terreno fertile per piantare i semi del nuovo ordine mondiale. I Partigiani Della Qualità!”
Per dovere di cronaca ho qui riportato per intero il discorso, ma ammetto di essermi perso in altri pensieri alla seconda frase. Completamente assorto nell’osservare un piccolo pezzettino di spinacio bloccato tra un canino e un incisivo della donna, che finalmente trova la libertà lanciandosi nel vuoto grazie all’enfasi con cui la sua carceriera pronuncia la parola Partigiani.
Mi accorgo che lei smette di parlare e mi osserva desiderosa di una qualsiasi reazione da parte mia. Anni di matrimonio alle spalle mi hanno conferito la capacità di far credere d’aver ascoltato attentamente ogni parola. “Continuo a non capire.” Sentenzio.
Madame si esaspera. “Ah, non importa, fa anche lei parte della massa che andrà rieducata, plasmata secondo i nostri desideri. Anzi no, lei sarà già defunto.”
“Questo lo capisco meglio, mi sfugge invece cosa c’entriamo io e Banderas in tutto questo.”
“Oh, sì, mi era sfuggito di spiegarle questo particolare. Semplicemente il signor Banderas ha rappresentato una spina nel fianco della nostra organizzazione da qualche tempo a questa parte. In qualche modo dev’essere venuto a conoscenza del nostro piano e ha provato in tutti i modi a metterci i bastoni fra le ruote. Quando abbiamo deciso di eliminarlo è sparito. Ci serviva qualcuno che lo trovasse per noi.
“Ma perché fingere la scomparsa di Findus? Perché non chiedermi direttamente di trovare lui?”
“Detective, lei mi delude, dove la mettiamo la teatralità, la suspence, come giustifichiamo pagine e pagine di storia?”
Banderas continua a sorridere, tranquillo. Dietro alle file di artigiani mi pare di veder zampettare veloce una gallina.
“Suvvia ora,” prosegue Madame Rocher, “poniamo fine alla faccenda.”
Uno degli artigiani si stacca dal plotone e si avvicina, carica la spara graffe con un gesto secco.
Ho un’illuminazione, forse dettata dalla forza della disperazione, ma non si sa mai. “Un momento, potrei esprimere l’ultimo desiderio del condannato?”
Madame Rocher guarda Findus con aria interrogativa, fino a quando lui elargisce un “Così sia”.
“Vorrei una colazione leggera ma decisamente invitante che possa coniugare la mia voglia di leggerezza e golosità!”
“Illuso,” pronunciano all’unisono tutti i cattivi, in un’apoteosi di boccalonaggine, “lo sanno tutti che non esistono colazioni così…”

Mi ritrovo il pacchetto di sigarette in mano senza ricordare di averlo estratto dalla tasca. Ne offro una ad Antonio, che rifiuta garbatamente. Tiene la gallina Rosita in braccio e la guarda come Caballero guardava la sua Carmencita di fronte a un buon caffè. Onestamente non me la sento di giudicarlo. Non fosse stato per Rosita ora saremmo stesi sotto la pioggia di meteoriti che hanno posto fine alle smanie di conquista mondiale di Madame Rocher e affiliati.
Accartoccio il pacchetto di Pall Mall. Dopo tutto quello che è successo l’unica cosa a cui ancora fatico a credere è Rosita che con una velocità degna di un X man ci libera dalle manette utilizzando solo becco e zampette.
“Antonio…”
“Dime, amigo mio.”
“C’è una cosa che realmente non ho capito in tutta questa faccenda.”
“Checossa?”
“Sapevi che qualcuno avrebbe guardato in quel modellino di baita nella tua stanza. Hai lasciato apposta un indizio per farti trovare da me. E da loro.”
Forse è solo una mia impressione ma ho la netta sensazione che l’uomo stia parlando con la gallina attraverso una serie di sguardi. Poi si rivolge nuovamente a me.
“Amigo, tutto quello che è successo qui oggi era destinato ad accadere. E’ tutto già successo e succederà di nuovo, nella enorme spirale del tempo che noi non possiamo comprendere ma solo accettare. Rosita, Rosita, lei viene da un futuro dove le galline sono la razza dominante, ma solo perchè qui, oggi, il movimento dei Partigiani della Qualità è stato sconfitto, da te. Se non fosse successo, nel giro di pochi anni avrebbero sterminato ogni gallo e gallina sulla faccia della terra.”
Ripenso alla figlia di Antonio e alle sue lacrime incipienti.
Scuoto la testa e cerco di recuperare una sigaretta dal cartoccio che ancora tengo tra le mani.
Cerco di immaginare un mondo dove le galline sono la razza dominante.
Mah, ma sai che…

 

Epilogo  (con special guest a richiesta)

L’ascensore non funziona, non è una novità.
In fondo cosa sono sette piani di scale per uno che fa colazione con Red Bull. Per lui niente, per me che la Red Bull mi sembra piscio di gatto, una faticaccia.
Sulla porta trovo la pila di scatoline contenenti le dentiere dei miei vecchietti. Sorrido, sperando che il Gino del terzo piano non abbia mangiato rucola, almeno oggi.
Le raccolgo e entro. La donnina delle pulizie mi accoglie con la solita tiritera. “Finalmente è arrivato, lo sa che io arrivo presto, finisco presto e di solito non pulisco il water! Il pollo è in frigo, se ha fame. Ah, dimenticavo, c’e un tizio di la che la cerca. Dice di chiamarsi Giud qualcosa…”
“Jude? Jude Law?” le domando, evitando di dirle che sono appena diventato vegano.
“Sì, ecco, proprio quello lì.”
“Va bene grazie, un’ultima cosa, le dispiacerebbe farci un paio di caffè prima di andare?”
La donnina mi lancia lo stesso sguardo di un acaro quando vede avvicinarsi il Cento Gradi, poi accetta di compiere quest’ultimo immane sforzo.
Trovo il vecchio Jude accoccolato in posizione fetale sul divano. Ha gli occhi stanchi, è sempre bello, ma tiene addosso quel mantello, che non si toglie e non si toglierà.
Non servono molti convenevoli tra me e lui. Mi basta un’occhiata per capire. “Lavoro, o Cuore?”
“Cuore… Cuore…” Risponde con quel suo maledetto accento inglese.
Mi lascio cadere sul divano accanto a lui, ignorando il lieve gemito che sento provenire dall’imbottitura, che fino a ieri consideravo un difetto di fabbrica. Mi faccio l’appunto mentale di sbarazzarmene, magari lo regalo a Nino il portinaio.
Dalla cucina gorgoglia la moka e l’aroma del caffè si spande per tutta la casa.
Domattina Jude tornerà a essere quello di sempre, superata la delusione, ma ora ha bisogno di conforto.
Ho un ultimo favore da chiedere alla donnina delle pulizie. “Adelpina, tacca la musica…”
 

Hey Jude, don’t make it bad
Take a sad song and make it better
Remember to let her into your heart
Then you can start to make it better …

 

chiuda la porta

Detective story (3)

Questa è la terza puntata. Per la prima clicca qui, per la seconda qui.

Dovrebbe essere facile aprire gli occhi.
Come bere un bicchier d’acqua.
Ma il dolore è talmente forte da convincermi a tenere ancora le palpebre abbassate. E l’ultima volta che ho bevuto dell’acqua è stato quando mi hanno battezzato. E per sbaglio.
Non sono ben sicuro di ricordare cosa sia successo. Anzi diciamo che al momento non me lo ricordo affatto.
Andiamo per gradi. L’unica certezza che ho, a parte l’esistenza degli alieni e che non sono mai riuscito a trovare dove vendono le noccioline di Super Pippo, è di essere legato.
Le mani dietro la schiena, le gambe bloccate in qualche modo. Per lo meno sono seduto su qualcosa di morbido, se il giroscopio nella mia testa non ha subito qualche danno dopo la botta. Sì, perché sono anche abbastanza sicuro di aver ricevuto una gran botta in testa a giudicare dai fulmini che mi balenano sotto le palpebre chiuse e dai tuoni che rimbalzano nella scatola cranica cercando disperatamente una via d’uscita.
Più che un Moment Act mi servirebbe una flebo di cortisone.
Visto che di aprire gli occhi ancora non se ne parla, meglio se mi concentro a cercare di ricordare come ci sono finito in una questa situazione imbarazzante.

Alberi, ora li rivedo, una fila ordinata di alberi lungo la strada.
Periferia della città. Era da così tanto tempo che non lasciavo la metropoli da non ricordare quanto fossero verdi gli alberi fuori dalle mura cittadine. Peccato che dove prima c’erano boschi e campi ora ci sono capannoni e centri commerciali. E soprattutto mobilifici. Diavolo quanti mobilifici. Migliaia di divani. Ma quanti divani servono a questo mondo?
E poi ricordo lei, la morettina. Appena entrato nel cortile del Mulino Bianco la vedo arrivarmi incontro, un sorriso cordiale e quell’espressione sul viso che sta a intendere che lei ha già la risposta per tutto, qualsiasi cosa io dica. Non male, mi dico, se non fosse per il look alla Jessica Fletcher e le paperine ai piedi che convincerebbero perfino John Holmes a vendere la moto e ritirarsi in un eremo tibetano.
“Buongiorno.” Esordisce, e che Dio mi strafulmini se non mi sembra di sentir parlare Heidi. Per un istante mi aspetto di veder comparire nonno e caprette. Ma non sono loro quelli che cerco.
Lei non mi lascia nemmeno il tempo di salutare che è già alla domanda successiva. “Cosa posso fare per lei?”
Sto per rispondere ma mi anticipa nuovamente. “Aspetti, lo so, vorrebbe una colazione sana e piena di gusto ma fatica a rinunciare allo zucchero? Non ci sono problemi, ho appena fatto dei biscotti senza zucchero buonissimi.”
Il tempo di schiudere appena le labbra per dirle che non voglio i suoi biscotti che lei continua. “No no, lo vedo che non è tipo da biscotti. Secondo me preferisce delle nastrine integrali. Lo sa che ho scoperto la farina integrale? Sì lo so, non me lo dica. La farina integrale esiste da prima di quella bianca. Il problema è che Giorgio, mio marito, la teneva nascosta in un contenitore polveroso nella mensola più alta del magazzino più vecchio, non è divertente?”
Alzo appena una mano nel vano tentativo di zittirla, ma niente. “Aspetti, forse ho capito, è qui perché ha sentito parlare delle mie meravigliose piadelle. Io l’avevo detto ai miei amici di non spargere troppo la voce, che poi non è che io da sola posso fare piadelle per tutto il mondo, capisce, sono solo io al forno, Giorgio è sempre occupato in giro a… a fare… beh ecco esattamente non lo so, ma è sicuramente molto impegnato, tanto che il mattino si sveglia prestissimo per mangiare tutte le fette biscottate da solo e poi sparire. Lo sa che faccio delle fette biscottate buonissime, sono più spesse delle altre, pure integrali, le faccio…”
Finalmente ho l’appiglio per zittirla senza arrivare a usare il taser che avevo già impugnato nella tasca dell’impermeabile. Grazie all’accenno alle fette biscottate che ricordo fossero un prodotto del padre, Antonio.
Ma appena le chiedo dove posso trovarlo, il visino sorridente da manga giapponese della piccola mugnaia si incrina. Le labbra prendono una piega drammatica manco fossero le quotazioni di IBM dopo l’entrata sul mercato di Microsoft e gli occhi promettono di risolvere il problema della siccità nel deserto del Sahara.
La piccola fornaia folle sparisce con la stessa velocità con cui si è presentata, lasciando sul posto solo una piccola nube di farina. Non integrale.
“La perdoni.” La voce mi arriva alle spalle ma non mi sorprende. Il caratteristico rumore del Land Rover arrivato mentre parlavo, cioè ascoltavo la donna, mi ha allertato.
Il tempo di voltarmi e un tizio che sembra la copia venuta male di Alberto Angela è già al mio fianco, dopo aver zampettato giù dal fuoristrada che, non vorrei sbagliarmi, dovrebbe essere il modello originale dello sceneggiato “I sopravvissuti” degli anni ’70.
“La perdoni,” ripete, “non è più la stessa dopo quello spiacevole episodio di suo padre.”
Il mio sguardo deve essere chiaramente interrogativo, visto che senza alcuna richiesta, quello che si presenta come il marito della psico-fornaia si mette a raccontarmi tutta la storia.
Una storia che narra di un vecchio attore di Hollywood sul viale del tramonto, del suo tentativo di reinventarsi un futuro dopo una serie di flop cinematografici, del piacere di scoprirsi mugnaio.
Una storia che sembra procedere bene all’inizio, fra compaesane adoranti che ingoiano qualsiasi cosa lui le propini e scolaresche in visita al Mulino nel tentativo di carpire il mistero di tanta morbidezza nelle sue focaccelle, salvo poi scoprire che si tratta di un additivo gelatinoso derivato dalle ossa delle carcasse degli animali macellati. Il bell’Antonio aveva anche quasi trovato una nuova compagna di vita in una stagionata donzella considerata da tutti la matta del paese, ma che a lui ispirava tanta simpatia, porella.
I problemi cominciarono con la comparsa nel mulino di Rosita, la gallina.
Da quel giorno il Banderas non fu più lo stesso. Cominciò a trattare la gallina come fosse una persona, le chiedeva consigli su come infornare i cornetti, sulla quantità di cioccolato da inserire nei biscotti, pretendeva che nessuno toccasse le sue uova. Lui e la gallina sparivano per giorni, salvo poi tornare spesso in condizioni pietose, sempre senza dare spiegazioni. Allontanò dal Mulino chiunque, finanche la stramba donzella e si chiuse in una sorta di solitudine forzata, solo lui e Rosita.
Quando la figlia Nicole e suo marito arrivarono per vedere cosa stesse succedendo, Antonio e Rosita erano definitivamente spariti.
“E quindi, da allora,” continua il bel tomo, “Io e Nicole gestiamo la baracca, qui. E ora mi scusi, devo andare a trovare due simpatiche sorelle che producono uno yogurt fenomenale, e non solo quello, non so se mi spiego… Vuole venire con me?”
A parte che lo yogurt mi procura un’acidità che poi neanche una vagonata di Maalox e una brigata di pompieri me la fa passare, diniego l’offerta, seppur con un filo di dispiacere.
I miei pensieri ora sono tutti per Rosita.
Mi domando come possa un uomo come Antonio aver sbarellato per una gallina. E mi domando dove sia finito ora. La Land Rover sta già sparendo dietro una nuvola di polvere e della mogliettina stordita non c’è traccia, per cui decido di dare un’occhiata in giro. Lo so, mi pagano per trovare il capitano Findus, non Antonio Banderas, ma l’istinto, il sesto senso, la vocina nella testa e il fiuto da poliziotto privato sono tutti lì a fare la ola e a sollevare uno striscione che dice Sei sulla pista giusta. Come faccio a non fidarmi?
Trovare le stanze private del Banderas non è stato oggettivamente un lavoro difficile. Sulla porta di legno è incisa una zeta e steso sul letto c’è un mantello nero e una mascherina. Se c’è uno tra voi maschietti che non si è mai vestito da Zorro a carnevale smetta di leggere e vada subito a porre rimedio.  A parte una botta di nostalgia e la tentazione di provarmi il costume non mi sembra di vedere in giro nulla di strano.
In fondo, un nido di paglia e il poster di Galline in Fuga si possono trovare in ogni cameretta che si rispetti. Per il resto tutto sembra perfettamente in ordine e rassettato di recente. Probabilmente dalla figlia.
Sto quasi per andarmene quando noto due cose. Il modellino di una baita costruito con dei fiammiferi e un mucchietto di segatura vicino a una finestra, particolare questo che stona alacremente con la pulizia della stanza e mi ricorda qualcosa che però non riesco a focalizzare. Sollevo tra le mani la piccola baita e la studio con curiosità. I dettagli sono veramente curati, la piccola porta dell’ingresso si apre e, all’interno trovo un uovo e un indirizzo scritto a mano. E’ tutto quello che mi serve.

Qualcuno mi rifila uno strattone. Mi ritrovo di nuovo legato e con un gran mal di testa.
“Amigo, ¿estás bien?” La voce profonda di Antonio, alle mie spalle.
Mi sa che devo aprire gli occhi.
Lo faccio.
E quello che vedo non mi piace.

 

Questa avrebbe dovuto essere la puntata finale, ma mi sono fatto prendere la mano, scusate… Alla prossima con il Gran Finale di Stagione!

 

Detective story (2)

Seconda puntata. Per la prima, cliccate qui.

Pensavo di lavarmi bene i denti, ma mi sbagliavo.
Il dentista mi ha detto no, non sei capace, continua a lavare quelli degli altri.
E ha ragione, maledizione, questo lo so fare bene.
Arrivo dall’ultima delle mie “clienti”. La vedova Manzi.
Sospetto che la nonnina aspetti tutte le mattine dall’altra parte dello spioncino. D’altronde come biasimarla, attende trepidante la sua dentiera consegnatami la sera prima e da me perfettamente pulita, igienizzata e già provvista di Polident, pronta all’uso.
Ci sono quattordici appartamenti nel palazzo, nove occupati da simpatici anziani che non si fidano del Kukident e preferiscono affidarsi ai miei servigi. Un ottimo modo per arrotondare le entrate.
Avvicinandomi all’appartamento della Manzi però sento che qualcosa non quadra. La porta è semiaperta, e non lo è mai. Faccio per bussare appena prima che si spalanchi completamente e un giovane figuro in salopette mi si para di fronte. Va di fretta, si scusa, sparisce nella rampa di scale che porta all’uscita.
“Oh, lo sciusi, sciaro.” La Manzi fa capolino dal corridoio. Automaticamente le porgo lo scatolino della dentiera e lei grazie a un gesto olimpionico torna a esprimersi in maniera intellegibile. “Lo scusi, caro. Sa, sto rimodernando un pochino l’arredamento.”
Non capisco perché la vecchina si senta in dovere di mettermi al corrente delle sue faccende personali, ma ammicco e proseguo, mentre l’ottuagenaria insiste alle spalle. “Magari quando hanno finito con il salotto può fare un salto a trovarmi…”
Fingo di non sentire e mi obbligo a non dare un seguito all’immagine che purtroppo mi si stampa nella mente. Fortunatamente non ho ancora fatto colazione.
E’ tempo di dare un senso alla giornata, anche se non so ancora come. L’unica traccia che ho per iniziare la ricerca di Findus è una spiga di grano dalla dubbia provenienza. Una vocina nella testa insinua il dubbio che non sia stata veramente trovata sulla barca del Capitano scomparso.
Arrivo all’auto con gesti automatici e la sigaretta già accesa tra le labbra.
Sto cercando di smettere di fumare. Che si sappia.
Che poi fumare non mi ha mai dato particolare soddisfazione. Il problema è che quando si trascorrono gli anni dell’infanzia nei peggiori bar di Caracas si hanno due scelte.
O ti ammazzi di Pampero o di Pall Mall. La nonna mi ha sempre detto che bere fa male, quindi…
Guardo l’ultimo centimetro di sigaretta consumarsi lentamente, tra le dita, la mano sospesa al di là del finestrino.
Puoi sostituire il vizio del fumo con uno meno dannoso, mi disse il terapista, che ne dici del gioco d’azzardo?
Non è che non ci abbia provato, ma non vincevo mai, non mi dava molta soddisfazione. E non venite a dirmi che l’attesa del piacere (di vincere) è essa stessa il piacere.
M’accorgo di fissare le dita ormai vuote della sinistra mentre con la destra insisto inutilmente a torcere la chiave nel tentativo di far partire l’Arna. Niente. Morta.
Il messicano del Doner Kebab (sì avete capito bene, i flussi migratori sono un po’ confusi ultimamente) mi guarda sornione da sotto il sombrero. Non resiste. Lo so che non resiste. Ora lo dice. Si gonfia tutto manco fosse una Big Babol masticata da un ruminante e scoppia. “Ehi Gringo, la macchina vavavumaaa…”
Lo ignoro con classe e apro il cofano, guardandomi attorno nella segreta speranza di scorgere una giovane ragazza meccanico sdraiata sotto il cofano di un DS d’epoca per convincerla a dare un occhio al mio motore in cambio di un un bel sorriso e una scatola di chewingum.
Stranamente non la trovo. Quello che di sicuro non volevo trovare è Nino, il portinaio del mio condominio. Lo osservo avvicinarsi e ce la metto tutta per immaginare il suo collo stringersi sotto una forza invisibile. Sento anche l’impulso di sollevare una mano aperta verso di lui. Se solo a suo tempo non avessi deciso di stare dal lato buono della Forza. Tutta colpa di Joe Condor. Il buon vecchio Joe. Non fosse stato per lui ora sarei ancora a cercare di convincere le casalinghe di Voghera a scambiare il loro fustino di Dixan con due dei miei. Ma questa è un’altra storia.
Il piccolo, baffuto, infingardo portinaio mi si avvicina con quel fare mellifluo tipico di chi è abituato a fare il doppio gioco. “Problemi con l’auto?” Mi domanda, ciondolando.
Accendo un’altra sigaretta e fingo che non esista. Ma il mastino non molla la presa, mi rotola intorno, fiuta il sangue, lo Squalo avrebbe da imparare.  Mi chino verso il motore nella tipica posa dell’amico di Battisti che con un cacciavite in mano fa miracoli. Per quello che ne capisco potrei anche stare osservando un enorme tostapane bruciato.
Solo un particolare attira la mia attenzione. Un mucchietto di segatura vicino a qualcosa che sembra un carburatore, ma potrebbe anche essere una moka Bialetti. In fondo l’omino coi baffi ce l’ho accanto.
“Guardi che se desidera la soluzione dei suoi problemi, basta entrare lì.” Sussurra il diavolo tentatore sottoforma di portinaio, ammiccando verso le insegne rosse dall’altra parte della strada e poggiandomi una mano su una spalla.
E senza neanche rendermene conto mi ritrovo con un’auto nuova, un debito vita natural durante, una fortissima voglia di comprare della Preparazione H e un cane seduto sul sedile del passeggero che non la smette più di parlare, peraltro sbavando ovunque.
Del cane mi sbarazzo facile. Al primo distributore lo affibbio al benzinaio. Ha bisogno di qualcuno che l’ascolti. Il cane, non il benzinaio. In realtà potrei anche tenerlo, mi sta simpatico, bava a parte, ma parla solo di prodotti assicurativi on-line.
Mi accorgo che l’ora di pranzo è passata da un bel pezzo mentre giro a vuoto in cerca di un’ispirazione per iniziare l’indagine.
Non vedo locali ma un supermercato ha il buon gusto e il tempismo perfetto di presentarsi sulla mia strada. Meglio di niente. Il tempo di entrare e raccattare un paio di confezioni di ottimo cibo industriale a basso costo e dalle casse sento arrivare un forte trambusto.
Una cliente ha deciso di partorire proprio sopra il tapis roulant di una cassa. Cosa non si inventa certa gente per non pagare. Al grido di “ci penso io!” il direttore si precipita di fronte alla puerpera sfoderando un sorriso invidiabile e una calma stentorea. Molti dei presenti filmano tutta la scena coi telefonini. Una ragazza accanto a me si scatta un selfie proprio mentre il bimbetto fa capolino alle sue spalle e poi pubblica tutto su Instagram taggando Fedez e la Ferragni. Il direttore solleva il prodotto del parto urlando “Persone oltre le cose! Persone oltre le cose!”
Per un istante che sembra eterno tutta la scena assomiglia a un quadro del Caravaggio. Va bè magari esagero. Ma di sicuro finalmente riesco a vedere una luce.
Dalla tasca del soprabito recupero la spiga di grano mentre nell’altra mano tengo ancora il pacchetto di Focaccelle.
Ora so dove andare.

(e immagino l’avrete capito anche voi…)

Detective story

Caldo fa caldo.
Osservo il ventilatore immobile. Il ventilatore, non io. Ci armeggio da una decina di minuti ma non sono ancora riuscito a capire perché non voglia lavorare. Eppure è stato costruito allo specifico scopo di far girare le pale. Invece fa solo girare le palle. Sì lo so, è un gioco di parole pietoso ma in una giornata così afosa non riesco a fare di meglio. Nella pubblicità in tv funzionava benissimo. Il ventilatore, non il gioco di parole.
Ok, la smetto.
Questo però non l’ho ordinato in tivù, l’ho preso in un negozio di roba cinese, però gestito da personale italiano perché sembra che ormai costi meno di quello cinese. Non lo so, non me ne intendo di queste cose. Mi sembrava che il modello di ventilatore fosse lo stesso di quello che ho visto in tv. C’è pure l’adesivo attaccato sopra, “Visto in TV”.
Desisto dal cercare di farlo funzionare. Mi arrendo, ha vinto lui, in fondo me la sono cercata.
Sento il rumore di un’auto che frena sotto la finestra dell’ufficio. Sembra una vettura d’altri tempi a giudicare dal rombo sordo e lento.
Non sbaglio. Una Rolls Royce argento con finiture in oro. Doveva sembrare enorme ai suoi tempi, ora quasi sparisce parcheggiata accanto a un moderno bestione a quattro ruote. In quanto a classe però, non c’è storia.
Stento a crederlo, il ventilatore si mette a funzionare. Se compravo un ventaglio facevo sicuramente un affare migliore vista l’aria che sposta ma come rumore nulla da eccepire, sembra di avere un boeing 747 che decolla dal corridoio.
Sarà per questo non mi accorgo subito di lei.
La noto solo quando ha già superato l’ingresso e con la stessa classe e arroganza di una diva degli anni quaranta si piazza davanti alla scrivania.
Certe cose le capisci e basta. Che quella donna è qui per complicarmi l’esistenza è lampante.
Donne così non vengono al mondo senza una ragione. Non crescono senza un preciso scopo nella vita. Non arrivano a bussare alla porta del mio ufficio se non hanno già ben chiaro quello che vogliono.
Il problema è che sono io a non avere ben chiaro cosa voglio, oggi come sempre.
Quindi mi abbandono agli eventi e mi lascio abbagliare dal vestito color del sole e dai suoi occhi verdi, quando si riesce a scorgerli, naturalmente. Quel maledetto enorme cappello giallo limone continua a ondeggiare, arrivando a provocarmi un fastidioso mal di mare.
La saluto, lei mi saluta, convenevoli di rito, la faccio accomodare, cerco di spegnere il rumoroso ventilatore ma ovviamente lui non è d’accordo, però io appartengo, credo, a una razza superiore, quindi lo zittisco togliendo la spina dalla presa.
Mi siedo, sperando che la nausea provocata dal copricapo decida di restare in piedi. Invece continua a farmi compagnia, così mentre la Signora col Vestito Giallo inizia a raccontare, rovisto alla cieca nel cassetto della scrivania per trovare l’ultima Travelgum. Certo non è molto elegante masticare una gomma davanti a una donna di tale spessore, ma credetemi, quando se ne sono passate tante come me, non si bada più di tanto al galateo.
Lei parla e gesticola con quel suo fare sicuro e aristocratico, tanto che quasi mi scordo di occupare un misero ufficio piazzato sopra una stamberga di quart’ordine  e immagino di trovarmi in un salotto buono di Buckingham Palace.
So già che per riuscire poi a ricordare tutto il suo discorso avrei bisogno di assumere subito una buona dose di Acutil Fosforo.  Per farla breve, il succo della faccenda è che la tipa vuole che risolva il mistero della sparizione del suo amante, con discrezione ovviamente. Non posso fare a meno di provare un moto d’invidia per il tizio che ha, o per lo meno aveva la fortuna di togliere quel maledetto cappello, e non solo, alla sventolona.
Si tratta di uno skipper internazionale, conosciuto nell’ambiente come Capitan Findus. È uno di cui ho già sentito parlare. Più che capitano d’alto mare, Findus s’è fatto le ossa come playboy per ricche tardone possibilmente ereditiere, e se non si fosse lasciato invischiare in quella brutta storia di traffico internazionale di bambini sarebbe sicuramente diventato qualcuno nella marina commerciale.
Ma tant’è.
É comunque da parecchio che non occupa più gli onori delle cronache e il fatto che abbia una tresca segreta con quella che probabilmente è la moglie di qualche facoltoso magnate dell’industria dolciaria, mi stupisce più del ritiro di Calimero dalle scene. Sempre stato convinto che quel piccolo bastardo di un pulcino sarebbe potuto diventare un pezzo grosso dei detersivi, se solo non avesse avuto quel battibecco con la nonnina della Candeggina ACE.
Che brutta fine, quel polletto, ma sempre meglio che cadere nelle grinfie del Clan Amadori.
Ma sto divagando, me ne rendo conto. Fatico a concentrarmi ultimamente, forse ho esagerato nel mettermi in testa tutta quella Brillantina Linetti.
Comunque accetto il caso. Perché non lo so. Forse perché non ho nulla da fare, forse perché il fascino nobiliare della tipa sveglia in me l’antico desiderio di aspirare a qualcosa di più che fare l’investigatore assicurativo a tempo pieno e il detective privato per hobby.
O forse dipende dal fatto che sono totalmente dipendente dai Ferrero Rocher, e la promessa di una fornitura a vita dei luccicanti cioccolatini mi ha fatto capitolare. Ho già la salivazione accelerata appena la mia nuova cliente lascia l’ufficio lamentandosi d’aver voglia di qualcosa di buono e al suo posto si presenta il tirapiedi Ambrogio con un cospicuo anticipo sulla retribuzione pattuita. Una valigetta piena di diabete sottoforma di palline dorate.
Inizio a scartare meccanicamente una pralina dopo l’altra mentre dalla finestra osservo la Rolls argento allontanarsi nella sera. Sospiro rimirando la mia Arna. Non ne fanno più di Alfa Romeo così.
Finisco il mio anticipo e, oltre a rendermi conto di avere ancora una maledetta voglia di cioccolatini, mi lascio ricadere alla poltrona della scrivania per osservare meglio l’unica traccia fornita dalla bambolona, una spiga di grano trovata sulla barca di Findus.
Comincio a pensare di aver appena commesso il più grosso errore della mia carriera di investigatore.

…continua?

Mission Impossible FALLOUT

Allora, prendete una trama da tv movie di quelli con Steven Seagal o Dolf Lundgren, di quelli che trasmettono su Italia Uno come secondo spettacolo.
Uno di quei film dove si sparano, si picchiano e si inseguono con auto, moto, aerei ed elicotteri.
Uno di quei film che sai già come vanno a finire ancora prima di decidere di andare a vederlo al cinema e in cui prima della metà del primo tempo sai già perfettamente chi sta facendo il doppio gioco.
Uno di quei film dove i protagonisti si spostano sul globo terraqueo manco avessero il teletrasporto di Star Trek.
Uno di quei film in cui il cattivo vuole vaporizzare il mondo in una nube nucleare per non si sa bene quale motivo se non desiderare ardentemente di essere lì accanto alla bomba quando esploderà, perchè così potrà finalmente vendicarsi del suo acerrimo nemico, sì, quello figo e buono, che esploderà con lui.
Che razza di vendetta è, spiegatemelo voi…
Comunque, prendi uno di quei film, togli Seagal, Lundgren, Van Damme o Statham e mettici Tom Cruise con la spalla comica Simon Pegg, chiamalo Mission Impossible Fallout e ottieni una figata.
Il buon vecchio Tommy (Scientology a parte…) sfonda muri, saltella tra i palazzi, guida auto e moto come in un videogame, viene attraversato da fulmini manco fosse Thor, pilota elicotteri con la non-chalance di un lord inglese (e con la stessa sottile ironia, tra l’altro), prende tante di quelle botte da non crederci e non gli si sposta neanche il ciuffo, figuriamoci rovinargli il mitico sorriso, spezza ossa altrui e cuori di damigelle con la stessa naturalezza con cui noi beviamo il caffè al mattino…
Sono cresciuto a pane e film d’azione, come molti della mia generazione e, devo dirlo con tutta onestà, mi hanno stancato. Non reggo più inseguimenti in auto di dieci minuti e scazzottate inverosimili.
Ma Mission Impossible Fallout è assolutamente di un’altra categoria.
Tutto tremendamente credibile e divertente.
Più di due ore di puro intrattenimento, in cui non devi farti troppe domande ma goderti lo spettacolo. Insomma diciamocelo, James Bond si prende troppo sul serio, Jhonny English troppo poco, Jason Bourne si fa troppe pippe mentali.
Ethan Hunt (Tom Cruise) è perfetto.
E anche questo film.

Le “mie” canzoni (2)

Da ascoltare con gli occhi chiusi… ma anche aperti.

Il castello – R. Vecchioni – 1978

E se passate fate piano
che Fata dorme dal mattino
che l’uomo per la guerra le partì
e dietro la collina si sbiadì.
E nel castello sopra il fiordo,
la luce sfiora per ricordo
le coppe che restarono così.
E il vento smuove le vetrate
e a volte un’eco di risate
che un tempo risuonavano da lì,
ma non passateci d’aprile
che non potreste più vedere
le rose come quando lui era qui.

E quando c’era lui le sale
erano piene in mille sere
di gente e luci e scherzi di buffoni,
e feste fino all’alba e poi canzoni,
e lui stringeva fra le dita
la pietra verde della vita
e chi partiva sempre ritornò.
Tornò anche un figlio trovatore
scappato senza far rumore
per altre luci che poi non capì.
E un drago fatto con la paglia
bruciava all’alba sulla soglia
perchè il dolore non entrasse lì.

Tu che ne sai che passi e guardi
di Fata e tutti i suoi ricordi
del sogno che ha battuto la realtà.
La polvere si è fatta antica
e sul sentiero c’è l’ortica
ma Fata non ci crede e non lo sa.
Ha fretta e l’abito è sgualcito
ma è la gran sera che ha aspettato
e il conto della sabbia è fermo già
è lui che bussa è lui che torna qua,
e si riaccendono le luci
ad una ad una stanze e voci
e servi e cani ancora tutti là.
E’ lui, sorride sulla porta
è lui, lo stesso di una volta
ma chiede scusa e non l’abbraccerà.
Ha gli occhi stanchi, è sempre bello
ma tiene addosso quel mantello
che non si toglie e non si toglierà.

Il bordo

La notte è buia. Totalmente nera, ad eccezione di una quasi impercettibile e sottile linea chiara.
Non ci sono stelle in questo cielo.
Ultimo avamposto dell’Umanità.
Ultimo corpo celeste prima del nulla.
Una briciola di materia che vaga sul confine dell’Universo.
Denominato H4G678FR3K1N6BCFHK334M729G. Lo chiamano “il Bordo”.
E’ quasi l’alba. Sarà forse l’ultima alba che Jul vede sul Bordo, per un bel po’ almeno.
La stella primaria del sistema sorge all’orizzonte. E’ piccola, rossa, fredda.  A malapena la sua luce riesce a penetrare la densa atmosfera del pianeta. Ma è sufficiente a dare una vaga idea di quello che doveva essere l’alba sul Pianeta Madre.
Jul avverte su una spalla il tocco lieve della mano di Jen, senza una reale sorpresa. Ne ha percepito il flusso mentale subito dopo il risveglio.
“Quando?” Domanda Jen. Le labbra di Jul si sollevano appena agli angoli, godendo dell’abitudine di Jen a utilizzare la voce per comunicare. Tipico dei Tradizionalisti non voler condividere il Flusso mentale.
Oggi. “Oggi.” Risponde, prima mentalmente come d’abitudine, poi a voce.
Anche se Jen non si apre al Flusso, Jul percepisce vividamente la contrarietà per la decisione. Avversione, paura, tristezza.
Jen  scosta la mano e in silenzio sparisce in un altro vano della biosfera. “Non dovresti.” Afferma.
Jul resta ancora qualche minuto ad osservare il panorama. La sottile linea chiara sta sparendo nella minima luminosità creata dalla stella. Anche le ultime sonde non sono riuscite a stimarne la distanza. E soprattutto la composizione.
La bionave è pronta a partire, pulsante di luce azzurra sullo sfondo rosso scuro del cielo e del terreno del Bordo.  Jul espande il Flusso Mentale fino alla massima capacità. Assorbe e si fonde ai pochi milioni di coloni del pianeta, ai miliardi presenti nel Sistema più vicino. E attraverso loro ai trilioni di trilioni di individui che compongono l’Umanità espansa nell’Universo.
Tutto l’Universo.
Ogni pianeta.
Di ogni sistema solare.
Di ogni galassia.
Tutto il genere umano è ansioso di sapere. Avere la risposta.
E’ tempo di andare. Jul restringe il Flusso. E’ pronto. Lo è sempre stato.
“Tornerò.”
“No, non lo farai.” Sentenzia Jen dal bagno.
“Vieni con me.”
“No. Non c’è nulla oltre il Bordo.”
“Non possiamo saperlo finche non ci andiamo.”
“Non ho bisogno di andarci per saperlo. Lo so e basta.”
Jul abbassa lo sguardo, osserva il suo corpo nudo e si domanda se e quando potrà riutilizzarlo. Poi si volta e allo stesso modo osserva il corpo di Jen. Sono identici, ovviamente, ma il desiderio che prova di poterlo sfiorare e accarezzare è qualcosa di atavico che ancora non riesce a spiegarsi dopo migliaia di anni.
Si avvicina a Jen, sforzandosi di trovare le parole che non ha più l’abitudine di usare. “Diciotto miliardi di anni fa, quando eravamo confinati a vivere su un solo pianeta, potevamo permetterci di credere senza vedere. Credevamo che esistesse un dio sopra le nuvole, al di là del sole, poi abbiamo volato sopra quelle nuvole, al di là di quel sole. Credevamo di non essere soli nell’Universo, eravamo atterriti dall’idea di tutto quel vuoto attorno a noi, poi abbiamo colmato quel vuoto, abbiamo scoperto di essere l’unica forma di vita senziente. L’unica. In tutto l’Universo, solo noi. Ci siamo evoluti, tanto quanto non avremmo mai neanche potuto immaginare. Abbiamo sconfitto le malattie, la morte, modificato la materia dei nostri corpi per poterli sostituire, abolito le distanze. I nostri involucri fisici ora sono solo cellule di un unico organismo senziente che ha saturato il vuoto cosmico. Ma se le nostre anime, la nostra Anima, è eterna, altrettanto non si può dire di questo Universo limitato che ci contiene. Siamo arrivati al bordo, al confine. Non c’è più spazio. E sappiamo che la materia oscura che tutto lega e mantiene non durerà ancora a lungo. Dobbiamo espanderci per sopravvivere. Ci deve essere un perché a questo nostro viaggio, ci deve essere un perché alla nostra esistenza. E quel perché è là, oltre quella zona vuota e buia di confine. In quella flebile e sconosciuta linea chiara.”
Jul prende una pausa, fremendo di fatica a causa dell’inaudito sforzo d’aver pronunciato a voce il discorso più lungo della sua esistenza. “E questo lo sai, Jen.”
Jen scuote la testa. “Non troverai nessun dio. Non troverai nessuna risposta. Non troverai nulla. Semplicemente, prima o poi dobbiamo smettere di esistere.”

La risposta arriva centoquattordici anni più tardi, quando Jen non può fare a meno di avvertire il Flusso fremere. Timidamente, con riluttanza, apre la sua mente dopo millenni, e ne riceve in cambio una scossa di adrenalina ed eccitazione proveniente dall’immenso organismo formato dal genere umano. Tra le trilioni di menti che compongono il Flusso, Jen riconosce quella di Jul.
L’ho trovata. Ho trovato la risposta. L’universo era solo l’inizio. Abbandonatelo. Qui c’è il nostro scopo.
Jen si richiude al Flusso. Si avvicina all’involucro vuoto che un tempo era il corpo di Jul e lo sfiora attraverso la capsula protettiva.
Fuori, nello spazio, miliardi di bionavi sfrecciano verso il bordo dell’Universo.

 

 

“Oh, Gino, anche l’incubatrice sottovuoto di Penicillium numero 62 è matura. La muffa è arrivata al bordo.”

Le “mie” canzoni

Ci sono canzoni che meritano di essere conosciute e ascoltate, almeno ogni tanto. Ma l’offerta è talmente vasta che qualcuna può sfuggire, soprattutto quando risale al 1980, come questa. Oggi è saltata fuori dal mio telefono e, come ogni benedetta volta, mi ha commosso. Spero vi piaccia. Alla prossima.

Canzone da lontano – R. Vecchioni – 1980

Il passero ti seguirà
Non sarai piccola sempre, piccola sempre
Ma ti seguirà, ti seguirà
Il falco ti difenderà
Non sarai debole sempre, debole sempre
Ma ti difenderà, ti difenderà

“Lontano” mi chiedi
“Ma dov’è questo lontano”
Lontano è un paese che non ti do la mano
Com’è lontano questo lontano…

La volpe ti incanterà
Le volpi vestono bene, le volpi parlano bene
Ma non le ascolterai, non le ascolterai
E il vento ingarbuglierà
I tuoi pensieri, l’amore, i tuoi capelli
E ti cambierà, ti cambierà

Lontano vuol dire che
Domani non ritorno
Lontano vuol dire sempre un altro giorno
Com’è lontano questo lontano

La luna ti sorveglierà
Quando avrai sonno e nel sonno avrai paura
E ti passerà, ti passerà
E il grillo ti racconterà
Che mi assomigli negli occhi e nelle stelle
E gli chiederai, gli chiederai

E quando ti sento dire:
“Fa presto che ti aspetto”
Quando so che mi pensi andando a letto
Non è lontano questo lontano

Il Gioco

“C’è qualcuno?” Bisbiglia Roberto.
Nessuna risposta.
Roberto non si muove. Non vuole, non riesce, non deve nemmeno farlo, come gli hanno spiegato. Deve rimanere fermo e zitto fino a quando qualcuno non gli darà il via libera.
Ma il tempo trascorre silenzioso e Roberto inizia a preoccuparsi. Nulla gli impedisce di muoversi fisicamente. Solo quella leggera paura. Una paura fredda e sottile che non provava da molto tempo e adesso lo sta bloccando lì, immerso in quelli che, crede, perché nella totale oscurità non riesce a vederli, siano dei cubotti di gommapiuma.
Quella mattina ha ascoltato attentamente la spiegazione del tecnico. Ha seguito pedissequamente le istruzioni. Piegato appena le ginocchia, poggiato le mani sulle gambe.
Tutto ok. Fatto tutto bene. La caduta di prova è stata perfetta, molto meno impressionante di come si aspettava. I ragazzi di sotto l’hanno aiutato a rialzarsi e a uscire dalla struttura, facendogli anche i complimenti.
Ma adesso è diverso. È tutto buio, silenzioso. Non arrivano suoni o voci dall’alto e la caduta è sembrata durare un po’ di più di quella mattina. Roberto aspetta ancora, magari a causa di un blackout è andata via la luce o forse durante la registrazione tengono le luci spente, pensa. Poi però un dubbio inizia a farsi strada. Ci dev’essere qualcosa che non va.
“C’è qualcuno?” ripete.
Alla fine vince la resistenza dei muscoli e si muove. A fatica e a tentoni si mette in ginocchio, ma la posizione è instabile. Sicuramente è atterrato su cubi di gommapiuma, come doveva essere.
Alla cieca cerca le sponde di metallo che dovrebbero essere tutte intorno, ma non le trova. Piano e con prudenza si porta in avanti. Le mani infine poggiano su una superficie dura, negli occhi inizia a scemare la luce dei riflettori e a insinuarsi l’oscurità, lentamente le forme si delineano. Quando arriva a sedersi su quello che sembra un pavimento di cemento grezzo, Roberto è in grado di vedere a sufficienza per capire di trovarsi in una stanza. Una zona è occupata dai cubi di gommapiuma su cui è atterrato. Il resto è completamente spoglio, eccezion fatta per quello che sembra una vecchia coperta arrotolata.
Roberto si alza, lentamente e insicuro. Non ha in tasca nulla che possa servire a far luce, il cellulare ha dovuto lasciarlo prima di entrare, anche l’orologio non poteva portare. Si avvicina alle pareti e inizia a tastarle nella speranza di trovare un interruttore. A metà della ricerca un piccolo led azzurro si illumina in un qualche punto sopra la sua testa. Tanto piccolo da sembrare una stella lontana ma sufficiente a illuminare tutto l’ambiente. “Hey!” Grida ora. “C’è qualcuno?”
Ancora nessuna risposta. “Ma che cazzo!” Batte sulla parete. Più e più volte, con sempre maggiore intensità, mentre la sottile paura di prima si trasforma in ansia bella spessa. Quando smette di prendere a pugni il solido muro di cemento, l’unico rumore che resta è quello del suo respiro pesante. E un ticchettio. Si blocca, smette perfino di respirare per sentirlo meglio. Lo segue con l’udito, muovendosi piano per non sovrastarlo con il frastuono dei suoi passi. Individua l’origine del suono in un angolo, vicino al pavimento, dove il muro sembra leggermente scrostato. Si abbassa a gattoni per avvicinare la testa. È inequivocabilmente un ticchettio, come se qualcuno dall’altra parte del muro stesse tamburellando con qualcosa. Roberto si guarda attorno in cerca di qualsiasi cosa con cui poter rispondere al segnale. Non trovando nulla sfila la cintura e inizia a battere con la fibbia di metallo. Il ticchettio dall’altra parte si ferma.
“Eilà,” saluta una voce femminile che sembra arrivare dall’oltretomba.
Roberto risponde con un saluto, finalmente sollevato dal fatto di aver stabilito un contatto.
“Appena arrivato?” domanda la voce acuta dall’altra parte del muro, che arriva a lui attraverso un piccolo foro che ora Roberto vede, o almeno gli pare di vedere, tra le ombre blu generate dal led.
“Sì,” risponde.
“Oh, bene, bene.”
“Senta, mi fate uscire per favore? Ci deve essere stato un errore.” La voce non risponde. “E’ ancora lì?”
“Sì certo, e dove vuoi che vada?”
Di tutte le risposte che Roberto avrebbe voluto sentire, questa è senz’altro la meno gradita. “Cosa vuoi dire?”
“Tranquillo caro, tranquillo. Vorrei solo chiederti una cosa, prima di risponderti. Che giorno è oggi?”
“Oh Cristo… cosa vuol dire che giorno è oggi? Ma da dove mi stai parlando? Non sei una dello staff?”
Malgrado la situazione, Roberto riconosce una risata provenire dal buco. “Sono una concorrente, amico, proprio come te. Ora, gentilmente puoi dirmi che giorno è oggi?”
Roberto apre la bocca per parlare, se non poi accorgersi di non essere sicuro della risposta. “Oggi… è il… dovrebbe essere… aspetta, sono entrato che era lunedì, poi…”
“Non ti sforzare caro, non ti sforzare. Ti fanno perdere la concezione del tempo.”
Torna il silenzio, mentre Roberto metabolizza gli ultimi fatti accaduti. Si accuccia nell’angolo. I suoi occhi ormai si sono abituati alla scarsa luminosità. La mente analizza e incasella le informazioni.
Si trova in una cella. Non si vedono vie d’uscita. Il buco da dove è caduto e la piccola montagna di gommapiuma sono scomparsi, forse inghiottiti da una parete mobile che deve aver fatto la sua silenziosa comparsa mentre lui cercava un’altra via d’uscita. Solo un paio di pezzi di gommapiuma rimasti lì testimoniano che ci fosse realmente stato qualcosa. Vicino a quella che si conferma essere una vecchia coperta di lana dal probabile color marrone c’è un secchio, al cui utilizzo Roberto preferisce non pensare, almeno per il momento. Dopo un tempo impossibile da quantificare, si rivolge di nuovo alla sua unica amica, Vocinanelbuco.
“Perché?” riesce solo a chiedere.
Vocinanelbuco parla lentamente. “Non lo so con esattezza, penso non lo sapremo mai. Nessuno ha mai risposto ai miei appelli, da quando sono qui. E non so da quanto tempo sono qui. Quando mi addormento, al risveglio trovo del cibo. Avanzi della mensa, immagino, per cui ti puoi fare un’idea. È tutto quello che so dirti. Però una mia teoria me la sono fatta. Forse tu me la puoi confermare.”
“Sono tutt’orecchi.”
“Ricordi quando abbiamo firmato il Contratto di Partecipazione?”
“Vagamente.”
“Appunto. Chi legge mai le clausole? Io però le lessi, attentamente. Ma al momento non mi sembravano particolarmente strane. Sennonché, ripensandoci, sai io ho una memoria fotografica, sono abbastanza sicura che nel rigo riguardante la cessione dei diritti di sfruttamento dell’immagine…”
“Sì ricordo, diceva che potevano utilizzare ogni nostra ripresa filmata in loro possesso anche per utilizzi futuri senza chiedere ulteriori permessi.”
“Esatto ma nello specifico, una delle frasi recitava così: gli Autori e la Società si riservano altresì il diritto all’utilizzo e allo sfruttamento del Soggetto, per eventuali altre partecipazioni a Programmi e/o Eventi organizzati e proposti dalla Società, per un tempo consono alla durata del Programma e/o Evento stesso, senza previa autorizzazione del Soggetto in questione.”
“Vuoi dire… che stiamo partecipando a un altro programma? Una specie di reality che mostra gente imprigionata?”
Di nuovo la risata, soffocata da un paio di colpi di tosse. “Magari fosse così, caro amico. Credo invece che in qualche modo io, te, e forse chissà quante altre persone, non abbiamo rispettato appieno le linee guida della trasmissione. Io per esempio, mi sono distratta appena un poco alla quarta spiegazione del regolamento da parte degli Autori. E la cosa non è passata inosservata. E tu, cos’hai combinato?”
Roberto non ha bisogno di pensarci a lungo. Ricorda ancora benissimo lo sguardo contrariato del presentatore quando non lo ha visto rispondere immediatamente e con ilarità all’invito di aggregarsi al trenino dei concorrenti sulle note di “Meu amigo Charlie Brown”, nonostante pochi minuti prima gli autori avessero caldamente raccomandato di dare corda a qualsiasi desiderio del famoso anchorman.
E niente al mondo potrà cancellare il ricordo della falsa espressione di dispiacere di quell’uomo al centro dei riflettori quando Roberto non è riuscito a rispondere a una domanda improbabile e la botola si è aperta sotto i suoi piedi.
“Quindi, siamo finiti qui sotto perché non abbiamo portato il dovuto rispetto agli Autori?”
Vocinanelbuio sembra annuire con un lamento, poi continua. “E non hai ancora visto la parte peggiore…”
Roberto non ha il tempo di formulare la domanda. Senza alcun preavviso la cella si riempie di una luce tagliente e accecante. Si copre il volto con le mani, con le braccia, ma è inutile. La luce è talmente intensa da superare ogni protezione. Infine Roberto urla, urla come non ha mai fatto in vita sua, esternando tutta la paura e l’orrore che fino a quel momento aveva tenuto repressi. Lo fa nell’esatto momento in cui su una delle pareti compare il volto sorridente di Barbara D’Urso mentre presenta Domenica Live.

[based on a true story]

 

trenino bb
Non cercatemi, non mi troverete…

mazzilli
Rispondete senza usare Google…

Gentlemen’s Agreement

Preferivo continuare a dormire. O rimanere nello stato in cui stavo. Qualunque fosse.
Perché non lo ricordo bene. Almeno non provavo dolore. Invece il risveglio è accompagnato da una fitta dolorosa alla base della testa. Molto dolorosa.
Apro gli occhi e cerco di capire dove mi trovo, ma vedo solo una gran luce. Molto luminosa. Accecante direi. Quindi richiudo gli occhi. Ma la luce continua a importunarmi anche attraverso le palpebre.
“Ben tornato tra noi, signor Marchiori.”
“Grazie.” Rispondo in automatico alla voce che arriva da qualche parte alle mie spalle. Sono una persona educata. La luce continua a insistere. “Potrebbe gentilmente regolare la fonte luminosa in modo da renderla accettabile?” Domando. Sento il proprietario della voce ridacchiare e associo quel modo di ridere a un volto. “Signor Vornicu?” Aggiungo.
Una figura attraversa velocemente la luce, donandomi appena un istante di sollievo.
“Mi spiace, signor Marchiori, anche volendo non potrei, non fa parte della procedura.”
Chissà perché sentir pronunciare la parola <> in questo contesto mi trasmette una certa ansia. Mi rendo conto solo adesso di non sapere con precisione dove mi trovo. Il dolore alla base del cranio non aiuta a ricordare. Nemmeno le manette ai polsi che mi bloccano alla sedia aiutano.
“Signor Vornicu, se mi è concesso, potrei sapere cosa sta succedendo?”
La luce finalmente si abbassa, posso riaprire gli occhi e cercare di guardarmi attorno. Non che ci sia molto da vedere. Una, due, tre pareti di cemento grigio e un riflettore da cantiere piazzato proprio di fronte. Spento, finalmente, anche se la lampada a incandescenza ancora pulsa di calore. La sua immagine in negativo stenta a svanire dalla mia retina. Vornicu torna nel campo visivo, abbastanza limitato, dato che ho la testa bloccata da qualcosa.
“Immagino che si senta leggermente confuso, signor Marchiori.”
“Leggermente confuso? Direi che è un po’ riduttivo.”
“Mi dica, ricorda gli accadimenti delle ultime ore?”
Fammici pensare, piccolo bastardo. “Forse può aiutarmi lei? Mi sembra di ricordare un accordo tra gentiluomini. Ma non mi pare che i termini prevedessero il mio risveglio ammanettato a una sedia in una stanza degli orrori.” Il piccolo bastardo sorride mentre si sporge in avanti. Tiene qualcosa tra le mani ma non riesco a vedere cosa sia.
“Lei è una persona squisita, signor Marchiori. Sa, raramente mi trovo ad avere a che fare con individui della sua levatura e ironia. Solitamente i miei clienti sono molto più, come dire, diciamo che al risveglio la loro reazione è meno signorile.”
“Non fatico a immaginarlo.”
“Per tornare a noi, signor Marchiori…”
“Potrebbe smettere di ripetere il mio nome in modo così mellifluo?”
“Potrei, ma abbasserebbe di molto la teatralità del momento. Benissimo. Dicevo, come giustamente ricordava, Signor Marchiori, abbiamo stipulato un accordo. Gli accordi si fanno tra uomini d’affari, n’est pas? Ed io, come uomo d’affari, devo badare prima di tutto ai miei interessi.”
Mentre ascolto il piccolo bastardo comincio a pensare di non trovarmi in una situazione molto favorevole. Cioè, ovvio che risvegliarsi con una gran botta in testa e legato a una sedia non è il massimo, ma fino ad ora ho pensato a una specie di disguido, o di scherzo, o che so io, un incidente. Ora comincio ad avere qualche dubbio.  Il viscido sembra aver voglia di parlare.
Se solo riuscissi a capire che cosa sta maneggiando.
Lo ascolto e mi rivedo, il giorno prima, discutere con lui sui dettagli dell’accordo.
Mia moglie appena ritirata in camera, dopo l’ennesima discussione. Discussione per un tentativo di riconciliazione esausto. Per un weekend inziato male e finito peggio che ci ha portati nel mezzo di una campagna quasi disabitata, quasi grati d’aver trovato una bettola con delle stanze libere.
E poi lui, il Vornicu, il titolare, complice gentile e affabile come il serpente dell’Eden che si avvicina a me con la sua proposta.
E mi convince, diavolo se mi convince, forse grazie anche a quei due bicchierini di troppo non lo so. E convince anche la mia signora, il mattino dopo, a visitare l’attrazione principale del suo agriturismo.
Che cos’è, ha chiesto lei. Un pozzo senza fondo, rispondo io, unico al mondo.
Maddai, replica lei saccente come al solito, non esistono pozzi senza fondo.
Controlla, le dico io. E la spingo giù. Niente testimoni, niente prove, come da accordi.
Non un gemito, non un grido con quella sua voce stridula e fastidiosa. Semplicemente è finita giù nel buco. E doveva essere senza fondo davvero, perché non ho sentito il tonfo.
E fino a qui, il racconto del Vornicu combacia con i miei ricordi. “Qualcosa mi dice che non ho compreso bene tutte le clausole dell’accordo.”
Il dolore alla testa non è migliorato molto, ma la fitta che sento al braccio è ancora più dolorosa. Il piccolo bastardo non è un granché come infermiere. Sospetto anzi che l’ago sia leggermente spuntato. Probabilmente non è la prima volta che lo usa. Pure tirchio.
“Lei mi offende, signor Marchiori, un accordo è un accordo. Il problema, per lei almeno, è che l’accordo primario non l’ho stipulato con la sua persona, che possiamo definire più che altro parte del contratto.”
La sedia comincia a girare, la prospettiva cambia. Per un secondo rivedo il Vornicu scivolare davanti a me, poi la mia attenzione è catalizzata dalla vetrata che occupa la quarta parete della stanza. E dal volto che mi osserva dall’altra parte.
“Vede, signor Marchiori, quando voi gentiluomini accettate i miei servigi e, di conseguenza, quelli del mio fidato pozzo senza fondo, siete disposti a pagare molto, moltissimo, per il mio silenzio e per la profonda oscura omertà del mio amico. Quello che non potete immaginare è quanto di più sono disposte a sborsare le vostre signore per vedere fino a che punto arriverete a spingervi. Molti non hanno il coraggio di arrivare fino in fondo. Ma lei, signor Marchiori, ha dimostrato una fermezza invidiabile, davvero.”
“Lei mi lusinga, signor Vornicu. Posso sapere cosa mi sta iniettando nel braccio?”
“Una miscela di mia invenzione, niente di che, veleno per topi e altre sostanze messe al bando dall’Unione Europea. Le doneranno una morte sufficientemente lenta e dolorosa da darle il tempo di pentirsi dei suoi peccati.”
“Mi sento già molto pentito…”
“Non credo la mia cliente la pensi allo stesso modo…”
Che dire. Il signor Vornicu sa il fatto suo. La brodaglia che mi sta iniettando comincia a fare effetto. Il dolore alla testa ormai mi sembra una condizione invidiabile in confronto agli spasmi che stanno prendendo piede un po’ ovunque. C’è un lato positivo in questo tragico finale, sembra che il veleno mi abbia tolto la vista e per lo meno non sono costretto a vedere la mia adorabile mogliettina godersi lo spettacolo da dietro il vetro.

La luce nella stanza al di là del vetro si spegne. Completamente. Lo spettacolo è finito. Una porta che non aveva notato prima si apre e la figura di Vornicu passa dall’oscurità alla luce flebile.
“Signora Marchiori, ha gradito lo spettacolo?”
“mmmm…”
“Oh, mi scusi, dimenticavo. Stia tranquilla, la pozione paralizzante terminerà il suo effetto a breve. Dopodichè, potremo provare questo mio nuovo prodotto. Nelle mie intenzioni dovrebbe favorire la liquefazione dei suoi organi interni. Ma non si preoccupi, abbiamo tempo.”

Buonanotte

“Oggi non mi hai pensato.”
Lui spalanca gli occhi nel buio. Ora è di nuovo silenzio ma la voce di lei sembra ancora rimbalzare sulle pareti.
“Come sei entrata?” Domanda, rendendosi immediatamente conto di aver chiesto una cosa stupida.
Lei tace, attende.
Lui si solleva dal letto e accende la piccola lampada sul comodino. La luce è leggera, disegnata per non disturbare, per non violentare l’oscurità notturna.
Lei è seduta per terra, sul morbido tappeto proprio sotto la finestra. E’ appena al di fuori del debole fascio di luce, ma sembra avere il potere di assorbirne i fotoni vagabondi per nutrirli e farli risplendere più del dovuto.
Lui sospira osservandola. Non riesce a contenere il sorriso di un bambino la notte di Natale, di fronte a un regalo meraviglioso. “Dio, quanto sei bella.”
Ora tocca a lei sorridere. Se arrossisce non si vede. “Oggi non mi hai pensato.” Ripete. Adesso la sua voce non ha più la forza di svegliarlo dal dormiveglia, lo avvolge invece come una carezza.
Il sorriso di lui s’incrina, ma solo un poco. “Sì invece…” cerca di dire, ma con poca convinzione. Vorrebbe alzarsi e raggiungerla, si ricorda d’essere nudo, con un moto di vergogna tira a sé il lenzuolo finito appallottolato sul bordo del letto. Abbassa lo sguardo.
E’ lei ad alzarsi. Lo fa con un solo movimento che sembra sfidare la legge di gravità. Indossa lo stesso abito da sera di molti anni prima, porta i capelli allo stesso modo. “Ricordi quando ci siamo conosciuti?”
“E come potrei dimenticarlo?” Sussurra lui. “Eri così bella da togliere il fiato.”
Lei cammina per la stanza, incuriosita dai particolari, dalle piccole cose. Prende tra le mani un posacenere di creta, uno di quelli fatto dai bambini per la festa dei papà. “Fumi ancora?”
“Ho smesso da quel giorno.”
Lei annuisce, poggia il posacenere e posa lo sguardo su di lui. “Mi avevi fatto una promessa.”
Si alza anche lui, ormai incurante del lenzuolo che cade a terra, incurante della sua nudità. Le si avvicina, cercando di afferrarle un braccio, almeno toccarle una mano. “E l’ho mantenuta, l’ho mantenuta.”
Lei si scansa, agile come un gatto. Si siede sul bordo del letto, accavalla le gambe lasciando scivolare lungo una coscia la gonna lunga. Lui rimane immobile, incapace di provare qualsiasi altra cosa se non il desiderio di continuare a guardarla. “Sei stato il primo ad avermi sorpreso.”
“Eri meravigliosa quel giorno, proprio come ora. Impossibile non dirtelo.”
Lei solleva una mano verso di lui, che come un automa risponde al comando e si avvicina. Si lascia accarezzare il volto, godendo di ogni minimo contatto delle dita di lei. “Anche tu non sei cambiato molto, mio caro. Dimmi, sei felice?”
Lui vorrebbe risponderle immediatamente di sì. Perché ora, in questo momento, è felice come non mai. Ma la risposta che lei vuole sentire è un’altra. Si concede il tempo di guardarla negli occhi mentre ancora una volta, come ogni giorno negli ultimi vent’anni, ripensa al momento in cui l’ha conosciuta. Lo aveva capito, in quel preciso istante, che lei era lì per lui e allo stesso tempo non avrebbe mai potuto essere sua, ma le si era avvicinato comunque, andandole incontro a passo svelto, studiando ogni suo meraviglioso particolare, fino a poter essere così vicino da dirle che era e sarebbe sempre stata la creatura più meravigliosa che lui avrebbe potuto incontrare. Vide gli occhi di lei sciogliersi in un sorriso incredulo, poi sentì la sua voce pronunciare la domanda. Prometti di pensarmi ogni giorno? Lo prometto, rispose lui, guardandola allontanarsi, per poi tornare verso la chiesa, verso l’altare, verso la vita che doveva essere.
Verso la vita che è trascorsa portandogli amore, sofferenza, gioia, dolore e infine una felice tranquillità. Una vita in cui ogni giorno l’immagine di lei è tornata a rinnovarsi nella sua mente, non fosse anche per un solo istante prima di concedersi al sonno.
“Hai ragione.” Risponde infine. “Non ti ho pensata. Oggi.”
Lei sorride soddisfatta. “Lo so, caro.” Sussurra, continuando ad accarezzare il volto di lui. “Come ti dicevo, sei stato il primo a sorprendermi, quel giorno. Per questo ti ho fatto un regalo. E fino ad oggi te lo sei meritato. Ora sono venuta a riprenderlo.”
Lui continua a sorridere mentre i suoi occhi si spengono e il suo corpo si affloscia sul pavimento.
“Bastava che mi dessi la buonanotte.” Mormora lei, sparendo nel buio.

… o…?

“…ricordati Uomo. Non avere dubbi. Mai. Qualsiasi dilemma ti si presenta davanti. Scegli d’istinto. Non pensare. La strada che sceglierai sarà la migliore. E non recriminare poi. Non pensare mai nemmeno una volta di aver fatto la scelta sbagliata. Non esistono scelte sbagliate. Tu sei energia, Uomo. L’universo è energia. L’energia ti guida. L’energia ti dice dove andare. Se scegli una strada invece di un’altra è solo questione di energia. Le scelte che compi sono sempre giuste perchè in quel momento sono giuste per te. Per la tua energia. E quindi non avere MAI dubbi, non ti guardare MAI indietro. Sempre avanti, sempre e solo avanti. Non aspettare domattina, non aspettare lunedì. Inizia ora. Adesso. Decidi. Agisci. Corri verso il tuo destino. Vai Uomo, nessun dubbio potrà mai fermarti. Perchè tu sei più forte delle tue insicurezze.”

Parte la musica della sigla di chiusura. Il famoso motivatore viene invitato a togliersi le cuffie dallo speaker della radio. Nello studio è ancora tangibile la vibrazione positiva diffusa dall’ospite. Tutti sorridono, carichi di energia e positività. Qualcuno sta già pensando a come riorganizzare al meglio il weekend secondo i consigli del motivatore.

Lo speaker, ancora galvanizzato, propone: “Dai, andiamo a pranzo. Offro io. Italiano o etnico?”

Il motivatore sorride. All’inizio. Poi una piccola crepa mina l’espressione decisa di poco prima, mentre gli occhi prendono una piega pericolosa verso il basso e un accenno di panico si delinea agli angoli della bocca. “Italiano? O etnico… o… italiano?”

 

Tatoo

Prima di quel momento Giammario non ha mai pensato di farlo.
E non vi è stato, in realtà, un attimo preciso in cui l’idea ha preso domicilio in una sparuta manciata di neuroni nella sua testa. E’ solo che passando ogni giorno davanti a quella vetrina, quell’immagine fugace, impressa proprio al limite del campo visivo, l’ha infine portato a sviluppare quel tanto di curiosità e desiderio da indurlo a fermarsi.
Il primo giorno si è trattato solo di un paio di secondi, giusto per togliersi la curiosità di capire se quell’immagine poteva davvero interessarlo. Un’innocua sosta nel quotidiano tragitto tra l’ufficio e la fermata della Metro. Le soste si sono poi fatte più lunghe, ponderate, attese, si sono trasformate in lunghi momenti di studio e osservazione.
Ora, spesso Giammario perde l’abituale convoglio delle 17.16. Molte volte perfino quello delle 17.28. Una sola volta però quello delle 17.40.
Ma oggi Giammario non riesce a staccare gli occhi dalla foto in esposizione.
E’ solo una delle tante che, anche in maniera disordinata, affollano la piccola vetrina del negozio di  tatuaggi. Raffigurano i vari lavori che presumibilmente sono stati eseguiti dal tatuatore titolare. Disegni, scritte e simboli impressi su pettorali, glutei, gambe e braccia di uomini e donne.
Il soggetto che interessa a Giammario non è particolarmente originale, una testa d’aquila.
In realtà potrebbe raffigurare qualsiasi altro animale o soggetto. Quello che colpisce Giammario è l’assoluta precisione delle proporzioni, la gioiosa rappresentazione dei particolari, l’accuratezza dei giochi d’ombra e dei chiaroscuri.
E’ così che Giammario oggi perde anche l’ultimo convoglio della Metro che lo avrebbe portato in tempo alla coincidenza con il treno. Seguendo un istinto tribale entra nel negozio.
Un sottile e alto bancone separa l’ingresso dal resto del piccolo locale. Da questa parte solo un paio di sedie di plastica, diverse per aspetto e colore, una sponsorizzata da una famosa marca di gelati, l’altra che sembra arrivare direttamente da un circolo ACLI di periferia. Oltre il banco, una poltrona da tatuatore, attrezzature da tatuatore, inchiostri da tatuatore, e il tatuatore. Un omone talmente ricoperto d’inchiostro da poter rendere gli abiti un accessorio superfluo. E’ intento a consultare il suo piccolo computer portatile, quando Giammario si presenta.
A favore di Giammario si può dire che si tratta di una gran brava persona. Educato, a modo, ligio alle regole e scevro da vizi e cattiverie. Ma non per questo servile e remissivo quanto si potrebbe pensare, al contrario giusto e determinato nel modo di porsi e di affrontare la vita.
Anche il suo fisico riflette l’animo interiore. Magro, ma non ossuto, non bello ma neanche brutto, alto il giusto, insomma normale. A prima vista non certo il tipo di persona che desidera farsi un tatuaggio.
Per questo quando l’omone scarabocchiato lo vede, la sua prima reazione è quella di sorridere e domandare: “E’ sicuro di non aver sbagliato negozio?”
Giammario non ha esitazioni. Ormai ha deciso. “Buongiorno a lei. Sì, certo che sono sicuro. Sono qui per uno dei lavori che ho visto in vetrina.”
L’omone si erge in tutto il suo metro e ottantacinque di graffiti su pelle e sfodera un sorriso inquietante. “Benissimo. Quale?”
“La testa d’aquila.” Risponde Giammario controbattendo con un sorriso amichevole.
“Ah.” Esplode il tatuatore tatuato. “Il mio capolavoro!”
Giammario annuisce contento. In primo luogo perché ora è sicuro che il tatuaggio in questione è stato fatto proprio in quel negozio, in secondo luogo perché la sua valutazione sulla bontà dell’opera si è rivelata corretta. Sapeva che non poteva trattarsi di altro se non un capolavoro.
“Esatto,” risponde con voce resa forse troppo acuta dall’emozione, “lo vorrei!”
L’omone assume un’espressione seria. Studia il suo nuovo cliente con aria professionale. Si strofina il mento con una mano che sembra più indicata a spezzare pietre che a disegnare linee delicate su pelli vergini, poi scuote leggermente il capo. “Non saprei, vedi, quel tatuaggio ha un significato molto particolare per me. Vedi, in realtà si tratta di un mio disegno, che poi mi sono fatto tatuare qui, vedi, proprio sul cuore.” Confessa, mentre si solleva la maglietta per mostrare la testa d’aquila sul petto muscoloso.
Giammario non trattiene la mascella e il suo volto si trasfigura nella meraviglia. “Io… io… ma è bellissimo, è ancora meglio della fotografia! Devo assolutamente averlo.”
Il tatuatore sorride, come un bambino piccolo a cui il padre ha appena fatto il complimento tanto agognato. Riabbassa la maglietta, anche un filo emozionato, e con tutta la gentilezza che riesce a trovare, risponde. “Guarda, non è per deluderti, ma non credo di…. oh, al diavolo!” Gesticola come se dovesse scacciare qualcosa davanti a sé e si volta verso le attrezzature. “Andiamo, vieni, ti farò un’aquila che la mia al confronto sembrerà un pulcino. E sai cosa ti dico? Che te la faccio gratis!”
Giammario sorride appena, mentre osserva l’omone preparare un nuovo ago.
“Non ci siamo capiti,” sussurra, mentre da sotto la giacca estrae un coltello da caccia affilato, “io voglio QUEL tatuaggio…”

Radio

Meditando sui massimi sistemi dell’Universo stavo quasi per giungere alla conclusione che un asteroide di  grandezza sufficiente a cancellare la civiltà vigente sul nostro pianeta forse sarebbe non dico necessario ma quanto meno auspicabile.
Poi una stazione radio mi trasmette Walk of Life dei Dire Straits subito dopo Alive and Kicking dei Simple Minds.

Magari al genere umano possiamo dare ancora una possibilità…

 

Consigli per le vacanze

Non so bene nemmeno io come ho fatto. Era da un po’ che ne avevo intenzione, ma vuoi la mia atavica pigrizia, vuoi il fatto di potermici dedicare solo quasi a notte fonda, ho continuato a demandare. Ah già, mettiamoci anche una buona dose di ignoranza nell’utilizzo delle piattaforme digitali. Ancora adesso, ad esempio, dopo un anno e mezzo di wordpress non ho ancora capito come fanno molti di voi a inserire video o altre cose interessanti negli articoli. Io a malapena riesco a infilarci un link.
Comunque, si diceva, alla fine sono riuscito a pubblicare il mio primo romanzo su Streetlib. Si tratta di Lemniscatus, di cui trovate una meravigliosa recensione nel blog di cuorerotante, che ringrazio ancora una volta e con la quale mi scuso pubblicamente per avere saccheggiato il suo articolo al fine di riempire il temutissimo campo “sinossi”.
Ora, per quale motivo voi dovreste andare sulla pagina dello store di Streetlib e acquistare il mio romanzo (e-book o cartaceo)? Onestamente non mi saprei dare una risposta nemmeno io, a parte forse il fatto che si tratta di uno dei più bei romanzi mai scritti dall’invenzione della scrittura a oggi.
Fino a qui solo belle notizie, ora arriva la nota dolente. Per quanto ci abbia provato, il sistema non mi ha permesso di applicare un prezzo di acquisto del cartaceo più basso di quello che troverete (non ve lo dico ora se non non andate neanche a vedere…). Chi ha già usufruito di questa piattaforma probabilmente lo sa già, il guadagno per ogni copia (si spera) venduta è di pochi centesimi. Ovvio che qui nessuno pubblica per i guadagni, ma solo per la gloria, o per lo meno per l’idea (giusto un’idea) di lasciare qualcosa di tangibile.
Per cui che altro dire, arrivano le vacanze, le ferie, gli ombrelloni al mare, i prati di montagna, i libri da leggere
Nel frattempo godetevi il mio blog e se ci riesco, con un briciolo di pazienza, pubblicherò anche il secondo e il terzo romanzo che ho già lì belli pronti. E poi magari scrivo anche gli altri due che ho in mente…

Arrivederci

La grossa Audi esce dal tornante fortemente aggrappata al terreno, grazie ai larghissimi pneumatici e alla massa consistente. Arriva quasi fino alla fine del piccolo tratto rettilineo che precede il tornante successivo e inchioda buttando due ruote sullo sterrato e facendo volare un gran numero di sassolini nel piccolo spiazzo erboso a lato della strada. Le luci di retromarcia si accendono e, con l’attenzione di un elefante che cerca di sedersi su una sedia senza distruggerla, indietreggia per togliersi dalla carreggiata. Dopo un ultimo rombo il motore si arresta e tutto torna immobile e tranquillo per parecchi secondi. Dai cristalli oscurati non giunge movimento fino all’apertura delle porte.
Il conducente è il primo a uscire. Gira attorno all’auto osservando la posizione del parcheggio. Annuisce soddisfatto e incita i passeggeri a seguirlo. Una donna, presumibilmente la moglie, e tre giovani ed eterogenei esponenti della razza umana, genere maschile.
La piccola Compagnia dell’Audi si riunisce attorno al suo esponente di punta, il capofamiglia, il padre, l’autista. Egli dirige con aria sicura i movimenti dei suoi compagni di viaggio. Dopo averli radunati accanto all’elefante a motore, inspira profondamente facendo tendere pericolosamente il tessuto della camicia in corrispondenza dell’addome. Espira platealmente e invita i suoi sottoposti a fare lo stesso, con gesti volutamente esasperati ed esaustivi. La moglie-luogotenente al suo fianco si preoccupa che l’ordine venga eseguito in maniera corretta dalla truppa. Senza troppi complimenti insiste con i figli perchè si riempiano i polmoni della fresca aria di montagna, anche avvalendosi di metodi non politicamente corretti, quali scappellotti e improperi. E’ così che i tre pargoli scambiano la loro anidride carbonica cittadina con ossigeno d’altura, non senza risentire delle conseguenze, vista l’iper-ossigenazione obbligata. Il più piccolo deve sostenersi all’auto, colpito da un lieve capogiro.
“Suvvia,” commenta infine il comandante di brigata, “andiamo a godere del panorama.”
L’esiguo plotone si mette in marcia verso il muricciolo di pietre e mattoni che separa il piccolo spiazzo a bordo strada dal ripido fianco della montagna. Parecchi metri più in basso il mondo si tuffa in un piccolo lago alpino.
Lo spettacolo è veramente degno di nota. Tutto concorre per creare la tipica immagine da cartolina. Le montagne, il lago che le lambisce, un cielo blu come non mai puntellato da soffici nuvole che si riflettono nello specchio d’acqua. L’uomo osserva distrattamente il tutto per non più di un paio di secondi, mentre i suoi gregari approfittano del momento di disattenzione per estrarre i cellulari, liberarsi delle facce annoiate in favore di volti sorridenti e cominciare a scattare selfie da postare immediatamente.
La ragazza seduta sul muretto pochi metri più in là non sembra prestare attenzione a tutto quel trambusto. Tiene tra le mani un piccolo tablet e i suoi pollici vi danzano sopra a velocità impressionante. Il capo missione non può fare a meno di notarla. Richiama all’ordine i suoi ragazzi, facendogli notare che panorami del genere sono difficili da vedere nella metropoli in cui vivono. Che lo osservassero bene, quel posto, con gli occhi, non con una fotocamera. Ma anche mentre parla la sua attenzione è sempre più focalizzata sulla figura di ragazza che non distoglie gli occhi dal dispositivo elettronico. Decide quindi di dover intervenire. Demanda alla sua luogotenente consorte il compito di riportare la piccola truppa al mezzo di trasporto e si avvicina alla giovane donna.
“Buongiorno cara,” esordisce, “mi scusi ma non ho potuto fare a meno di notare che nonostante il meraviglioso spettacolo che la natura ci propone, lei è completamente assorta dal suo telefono. La prego, si dimentichi per qualche minuto dei social e si goda la meraviglia che le sta intorno.”
La ragazza continua frenetica a digitare, sorridendo leggermente ma senza sollevare lo sguardo.
L’uomo non demorde. Lancia una fugace occhiata all’orologio ed esita qualche istante, indeciso se tornare sui suoi passi o insistere. Ma ormai per lui è diventata una questione di principio.
“Signorina, la prego, smetta di annichilirsi in uno schermo di pochi centimetri e s’immerga nell’immensità della natura.”
Finalmente la ragazza smette di far volteggiare i pollici e lo guarda.
“Dio sia lodato, signorina.” Un colpo di clacson lo fa scattare di un passo all’indietro. Metà del suo corpo sembra voler tornare all’auto con una certa urgenza, mentre l’altra metà vuole restare per soddisfare un’ultima curiosità. “Finalmente, signorina, si guardi attorno. Non è forse meglio che osservare il mondo solo attraverso un piccolo display? Si goda questo ben di Dio prima di tornare allo stress della città!”
La ragazza sorride e risponde con molta calma. “A dir la verità, io abito dietro la curva, lo vede quel piccolo paesino arroccato sulla montagna? Lì. E vengo qui a piedi tutte le mattine per scrivere racconti. Proprio adesso ne stavo scrivendo uno che parla di un tizio di città, che arrivato di fretta nel posto più bello del mondo, invece di goderselo per i pochi minuti che si autoconcede prima del prossimo improcrastinabile impegno, non riesce a non cedere alla tentazione di importunare un’abitante del luogo, rendendosi ridicolo e lasciandosi sfuggire la vera magia dell’ambiente.”
Le due metà dell’uomo sembrano trovare un compromesso, o forse raggiungono uno stallo che porta come risultato qualche istante di assoluta immobilità. Dopodiché si ricongiungono in un salterello allegro.
“Ma sa che è una storia molto interessante? Lei ha del potenziale, signorina. Tenga, questo è il mio biglietto da visita. Mi piacerebbe leggere altri suoi scritti. Quando torna in città mi faccia uno squillo. Arrivederci!”

Semaforo

Gino si sveglia e sorride perché si sveglia. La cosa già di per sé lo rende felice. La Vecchia Signora dovrà aspettare ancora per il loro rendez-vous. La giornata promette bene. Di solito fatica a dormire e si alza quando ancora il semaforo è incantato sulla luce gialla intermittente. Oggi invece ha dormito fino a tardi. Si solleva dalla panchina perfino con qualche dolore meno del solito, facendo volare via diversi fogli di giornale. Decisamente una buona giornata, nemmeno piove. Fa anche caldo per essere ancora mattino ma questo a Gino non importa. Che sia caldo o freddo, lui i suoi vestiti non se li toglie mai. Ormai ha sviluppato tutto un suo microclima sotto quegli innumerevoli strati di tessuto e la temperatura interna resta costante quale che sia il meteo. Al centro della Caritas la grassona responsabile c’ha provato a fargli fare una doccia. O anche solo a convincerlo a cambiarsi gli abiti. Gliene ha fatti vedere un sacco dentro a un cestone. Di tutte le misure e di tutti i colori. Scegli, gli ha detto, sono gratis non ti preoccupare. Ma lui niente. Fanculo anche a lei. Però la coperta gialla l’ha presa, quella sì, gli è piaciuto il colore. Quindi adesso raccoglie la sua nuova coperta, nuova si fa per dire, l’arrotola e la lega al resto della roba che tiene attaccata alla bicicletta. Per questo lo chiamano Gino, come Bartali, per via della bicicletta da corsa gialla. Che poi per capire che è una bicicletta ci vuole fantasia. Ne rimane visibile solo il tubo centrale, tutto il resto è ricoperto da cartoni e scatole e borse e sacchetti. Impossibile pedalarci, anche perché i pedali son spariti da tempo e il sellino forse non c’è mai stato. Tutto il presente di Gino è attaccato a quei tubi con le ruote. La vita passata non se la ricorda più nemmeno lui. Quella futura arriva fino a qualche secondo più avanti. Quello che ha voglia di fare in un dato momento, questo è il futuro per Gino. E quindi decide che adesso va a parlare con la nuova ragazza che lavora all’angolo opposto dell’incrocio. Non è la solita che c’era nei giorni scorsi, quella era nera e non gli stava simpatica, continuava a cantare stonata e urlava contro le auto. Disturbava pure lui, appellandolo con parole incomprensibili in qualche dialetto africano. Adesso invece c’è una ragazzina bianca e pallida, se sia italiana non lo sa, lei non parla e non guarda nemmeno le auto passare, sta con la testa bassa sul suo cellulare. Ha una criniera di capelli rossi che la fanno sembrare uscita da un manga giapponese e Gino pensa che non ha mai visto capelli così rossi e così strambi. Ma lei è carina. Molto carina. Gino è vecchio. Molto vecchio. Non tanto da non ricordarsi più cosa si fa con una donna, ma abbastanza per non saperlo, o volerlo, più fare. Guardando quella ragazza però Gino sente una voglia che non provava da tempo. Vorrebbe darle una carezza, una semplice carezza sul viso. Soldi non ne ha, perché non gli servono, però chissà, magari se le racconta una barzelletta, a lei che ha una faccia così seria, e riesce a farla ridere, poi magari se la lascia fare una carezza. In fondo è sempre stato bravo a raccontare le barzellette, soprattutto quelle sporche.

Nuova settimana, nuovo posto, nuovi clienti. Stessa solfa. Bella l’Italia. Tutta una periferia. Capannoni, uffici, incroci, semafori. Auto, furgoni, autocarri. E dentro un sacco di maiali. Che poi non ha capito perché dare del maiale a un uomo è un’offesa. A lei i maiali veri piacciono. A casa sua, a Ŝvirkale, ne aveva tanti. Anzi, sua madre ne ha ancora per quello che ne sa. Da bambina aveva dato un nome a tutti loro. E loro la riconoscevano. Animali intelligenti i maiali. Agneta è ancora convinta che sapessero parlare tra loro e quando si avvicinava per portargli da mangiare, sussurrassero il suo nome come per ringraziarla. Per questo ha smesso di mangiare carne di maiale. E ha litigato con i suoi perché continuavano a macellarli, nonostante gli avesse chiesto di smetterla. Chissà, se le avessero dato retta, forse lei non avrebbe seguito Julius e non avrebbe abbandonato la propria casa. Andiamo ai Caraibi, bella, ti faccio fare una vita di lusso, al caldo. Ah, beh, il caldo l’ha trovato. Tra i capannoni in Italia, nelle auto di quelli che pagano per togliersi le voglie che le loro donne non soddisfano. Quello stronzo di Julius, sparito il giorno dopo l’arrivo in Italia. Poi è arrivato Ivan, poi Salvo, poi… ma che importanza ha come si chiamano. Un pappone vale l’altro. Agneta vorrebbe ucciderli tutti. Ha anche pensato a come fare. Non è che sia difficile. Come faceva suo padre con i suoi amici maiali, un taglio alla gola, netto. Magari mentre la scopano. Oppure un proiettile in testa quando le fanno tenere in mano il loro cannone. Credono che lei non sappia usare una pistola? Sì, ma poi? Di finire in galera non ne ha voglia. Di tornare a casa non ne ha voglia. Di essere ammazzata non ne ha voglia. Soldi. Quella è la soluzione. Quelli servono per scappare, sparire. Non gliene lasciano abbastanza. Ma li sta mettendo da parte. Non è facile fregare il protettore di turno. Deve farlo piano piano, poco per volta, per non insospettire. Agneta è brava con i conti, aiutava anche sua madre in casa. Se continua a lavorare con un buon ritmo e accantonare allo stesso modo nel giro di tre, forse quattro anni, riuscirà a scappare abbastanza lontano da provare a rifarsi una vita. Magari con Karim. Lui è gentile. Dice che la ama e vuole aiutarla. Ma non ha un euro e non trova lavoro. E poi è un debole, ha paura del padre. Agneta non ha capito bene cosa sia il padre di Karim, sa solo che è un fanatico religioso e anche a lei non ispira molta fiducia. Un furgone passa e suona il clacson, lei nemmeno alza gli occhi da Instagram, tanto quelli che suonano non si fermano. Con la coda dell’occhio vede avvicinarsi il vecchio barbone che prima dormiva, un sorriso enorme e denti incredibilmente bianchi che contrastano con la puzza che lo anticipa. Ma con tutti i posti che ci sono, proprio qui dovevano piazzarla questa settimana? Mette via il telefono e prova ad adescare qualche cliente, se ha fortuna il tizio con la familiare che sta arrivando, la tira su.

La guarda anche se fa finta di non farlo, da dietro le lenti scure degli occhiali. La guarda e pensa che sia troppo giovane per stare su un marciapiede a vendere il proprio corpo. La guarda e inevitabilmente pensa a sua figlia che con molta probabilità ha la stessa età di quella ragazza arrivata da chissà quale paese dell’est Europa. I lineamenti del viso non lasciano spazio a dubbi, anche se i capelli sembrano arrivare direttamente da Tokio. Il semaforo sfoggia la sua luce gialla e Marco combatte per qualche istante tra la voglia di accelerare e il desiderio di frenare. Frena. La ragazza lo arpiona con lo sguardo e si avvicina all’auto, colpendolo con occhi tanto tristi quanto invitanti. Lui non può fare a meno di risponderle con un cenno che significa no, grazie. Anche se vorrebbe dire sì, grazie. Lo sa che è sbagliato, immorale, illegale, tutto quello che vuoi. Ma chissenefrega, per una volta, quasi quasi, ma no, no. Non lo farebbe mai. Non lo farà mai. E con che faccia tornerebbe a casa dalla moglie, dalla figlia. E poi, che idea squallida, vergognati si dice, tira dritto, lascia stare. La luce trasloca dal tondo rosso a quello verde, lo allontana dall’incrocio e dall’immagine della prostituta ragazzina. Quando ingrana la terza già non se ne ricorda più. Ora il pensiero rimbalza tra quello che l’aspetta in azienda e tutto quello che ne consegue. Il messaggio whatsapp del suo caporeparto arrivato qualche minuto prima non aiuta ad alleggerire il peso che preme sullo stomaco da troppo tempo ormai. Passa in ufficio prima di timbrare. Ovvio che non sono buone notizie. In fondo se lo aspettava da tanto. Sa cosa accadrà. Ne sente parlare di continuo, lo descrivono nei film, nelle canzoni, lo ha visto nelle facce di amici, conoscenti, colleghi. Guida in modo automatico fino al parcheggio, ormai con la mente che vola alla fine della giornata, a quando rientrando a casa dovrà trovare le parole. Dovrà trovare altre soluzioni per le giuste aspettative di una moglie e una figlia che, forse, faticheranno a capire. Un’auto gli taglia la strada, improvvisa e veloce, Marco impreca e sfoga nel suono del clacson tutta la sua inutile rabbia contro quella donna alla guida di un SUV che da solo gli pagherebbe il mutuo per almeno quattro anni.

Ma vai a cagare, sfigato. Tu e quel cesso di macchina che ti ritrovi. Questo non lo dice Elena, ma lo pensa. Un pensiero veloce, effimero. Non ha certo tempo da perdere per permettersi di dare precedenze a tutti quelli che incontra. Già è nervosa per dover essere venuta fino a lì. E poi è impegnata in una conversazione con la segretaria attraverso il sistema Connect del Suv. Non è in ritardo, ma guida comunque veloce, parla veloce. Deve spostare mille appuntamenti, riorganizzare la prossima settimana. Il tono di voce della segretaria la innervosisce, perché non parla chiaro? Cosa sono tutti quei giri di parole per dire che non riesce a trovare posto al Plaza di New York per lunedì? Che lo trovi e basta, mica può occuparsi di tutto lei, diamine. Con quello che la paga, quella approfittatrice di una segretaria, dovrebbe farsi in quattro per risolverle i contrattempi, e invece? Non so, provo a richiamarla e, scusi ho sbagliato… Solo a chiedere di avere il sabato libero è veloce, per il resto, che strazio. Dio, che voglia di mollare tutto e farsi una settimana a Bali. E invece le tocca la riunione del venerdì perché il socio/marito ha pensato bene di filarsela con gli amici a fare un cazzo di safari in Kenia. Almeno lo schiacciasse un elefante, quello stronzo, così potrebbe vendere tutto e trasferirsi a Los Angeles. Ma perché poi le riunioni devono per forza essere fatte il venerdì? Tutti presenti, Marketing, Amministrazione, Logistica. Li odia tutti, ovviamente, dal primo all’ultimo. Ogni volta che è costretta a recarsi nella sede dell’azienda di famiglia prova un senso di nausea per tutto il servilismo mescolato a disprezzo che le viene gettato addosso. Non riesce a togliersi di dosso la sensazione che tutta quella gente stia solo spremendo il sangue dalla sua azienda, ne stiano approfittando come sanguisughe pronte a staccarsi non appena smetta di esserci qualcosa da succhiare. Una mandria di falliti capaci solo di chiedere, un male necessario. Un cellulare squilla di nuovo, questa volta quello privato. Per prenderlo dalla borsetta si distrae il tanto che basta da non accorgersi per tempo del semaforo rosso. Quando succede inchioda, quasi nel mezzo dell’incrocio tra una selva di colpi di clacson. Non ci bada più di tanto, se vogliono passare, lo spazio c’è, basta che lo facciano, no? Risponde con la solita frase di rito che non ammette convenevoli, poi ascolta con attenzione, incredula. La voce maschile all’altro capo della linea si scusa, promette, cerca di farsi perdonare, chiama in causa eventi sfortunati e imprevedibili. Elena aspetta che finisca, mentre immagina la festa del diciottesimo di suo figlio senza il regalo che avrebbe dovuto occupare il posto d’onore nel prato davanti casa. Poi con il tono abituale di chi è uso a non farsi contraddire, risponde che l’indomani mattina VUOLE trovare la Mustang V8 GT che ha pagato nel cortile di casa sua. Chiude la chiamata e mentre riparte si domanda perché mai il mondo è così popolato da idioti.

Antonio resta con il telefono appoggiato all’orecchio per qualche secondo prima di rendersi conto che la conversazione è stata chiusa. Accenna perfino un “pronto” non convinto. Al fine si decide a lasciar scivolare il telefono nel taschino della giacca. Era l’ultima chiamata da fare. Alla sua migliore e peggiore cliente. Appoggia i gomiti alla scrivania e affonda il volto tra le mani, chiudendosi al mondo esterno, almeno per qualche istante che vorrebbe durasse in eterno. Ci ha provato, almeno su questo non ha da recriminare. Ha fatto tutto quello che poteva. O forse no. Forse avrebbe dovuto fare scelte diverse. Forse il giorno in cui quel tizio si è presentato in Concessionaria avrebbe dovuto mandarlo via. Ma non ne ha avuto il coraggio, o forse ha semplicemente pensato che era inutile, che si sarebbe ripresentato il giorno dopo. Magari dopo aver prima inviato un “messaggio”. Forse avrebbe dovuto denunciarlo subito. Ma le cose andavano bene, perché complicarle. In fondo la richiesta era minima. Una quota fissa, gli aveva detto quel tizio che si era presentato semplicemente come un amico, una specie di assicurazione contro atti vandalici. E nessun altro gli avrebbe mai dato fastidio. Forse non avrebbe dovuto accettare. Una stretta di mano, l’inizio della fine. Una quota fissa che ha il vizio di aumentare, un’auto per un amico dell’amico, per la nipote dell’amico, un posto di lavoro in officina per un ragazzo che “merita”, un socio nell’azienda di cui aveva assolutamente bisogno che non ha mai visto. Ad ogni obiezione un evento sfortunato. Una vettura danneggiata nell’esposizione esterna, furti nel magazzino ricambi, piccoli danni. Ora Antonio si alza. Prende il cellulare che si è rimesso a vibrare e lo deposita sulla scrivania. Poi lascia l’ufficio. Attraversa il salone ormai vuoto senza guardare in volto i suoi collaboratori. Oltrepassa quello che resta del garage, le pareti annerite dal fuoco illuminate dai lampeggianti delle autopompe dei Vigili del Fuoco e delle gazzelle dei Carabinieri. Una sequenza di scelte sbagliate. Soprattutto l’ultima. Un rifiuto, un rigurgito di onestà, una fiammata di orgoglio che hanno avuto come risultato un incendio devastante. Qualcuno lo chiama, o forse sta solo pronunciando il suo nome, Antonio non ci bada. Non ha più nulla da perdere ormai. Inizia a camminare, leggero come non si sentiva da tempo. Cammina e respira l’aria del mattino che non gli è mai sembrata così pulita, nonostante lo smog, forse perché nelle narici ha ancora l’odore di plastica bruciata. Cammina senza una meta precisa e osserva le persone che sfrecciano nelle auto, che si stringono negli autobus, che camminano veloci verso uffici o negozi o abitazioni. Ogni persona un volto, ogni volto una storia. Ogni storia una vita. Si ferma a un semaforo. Dall’altra parte un barbone appoggiato a una bicicletta stracarica di sacchetti parla con una puttana dai capelli rossi. Il clochard agita una mano mentre parla, sorridente e carismatico, mentre la ragazza fa di tutto per ignorarlo, guardando nella direzione opposta. Lui smette di parlare e per un lungo istante entrambi restano immobili. Lui con la bici gialla piena di sacchetti colorati e lei con una chioma di capelli rosso fuoco e un abito celeste.

Poi improvvisamente la ragazza scoppia a ridere, piegandosi sulle ginocchia, mentre il barbone saltella felice. Per qualche motivo a lui sconosciuto, anche Antonio sorride.

La ricerca

Benvenuto, chiunque tu sia.

Sono felice che qualcuno sia finalmente giunto a poter leggere queste poche righe che ho lasciato qui, a testimonianza della mia passata presenza in questa umile dimora. Non so quanto tempo potrà essere passato dal momento in cui scrivo a quello in cui tu stai leggendo. E avendo ormai perso il senso dei giorni, non so quale sia la data di oggi.

Perdonami anche per la carta su cui ho apposto questi miei ultimi pensieri, di scadente qualità. Non ho saputo conservare di meglio in questi lunghi anni. 

Ti faccio i miei complimenti per essere arrivato fin qui. A meno che non abbiano costruito strade nel frattempo, il viaggio a questi luoghi implica una buona dose di coraggio o incoscienza. Dipende da come la si vede. 

Ma veniamo al dunque, non ho intenzione di annoiarti.

Sono approdato qui per un motivo molto semplice in realtà. Cercavo una risposta. La risposta alla domanda che avrebbe cambiato la mia vita.

Conducevo un’esistenza normale, almeno secondo i canoni occidentali. Una famiglia, un buon posto nella società, una bella macchina, sai tutte quelle cose lì. Poi a un certo punto lo specchio dorato ha cominciato a incrinarsi, a rompersi. Ho perso le mie certezze, prima quelle economiche, poi quelle affettive, infine quelle forse più importanti, le certezze della mente. Ho vacillato, cominciato a farmi domande, a cercare in me stesso quella risposta che continuava a sfuggirmi. La vedevo, lì, appena oltre il bordo luminoso, ristagnare nella penombra per poi fuggire non appena le posavo addosso lo sguardo.

Cominciai a muovermi, viaggiare. Avevo bisogno di lasciare i luoghi che in ogni dettaglio ricordavano il mio fallimento. Decisi di abbandonare la cosiddetta civiltà, arrivai a queste lande desolate e qui trovai quello che mi serviva per ritrovare ciò stavo cercando.

Il nulla.

Scoprii questa vecchia abitazione, poco più che un rifugio, dove ora tu stai leggendo queste mie parole. E la riadattai per poterci passare un po’ di tempo. Divenne la mia casa per anni e anni. Tra queste mura e nell’infinita natura che le circonda imparai l’arte della sopravvivenza, del vivere per vivere e non del vivere per lavorare, o il contrario, ancora peggio.

Divenni amico dell’orso e del salmone, del serpente e della mangusta, del ragno e delle mosche. Non sai quanto tempo ho passato osservando marciare le formiche, crescere gli alberi, quasi fino a diventarne loro parte. Le piante parlano tra loro sai? Basta saperle ascoltare. Mi sono lasciato permeare dalla pioggia, attraversare dai raggi del sole, sfiorare dalla luna. Ho ascoltato la voce delle stelle raccontare storie al di là della nostra immaginazione, ho imparato ad abbandonare il corpo per raggiungere altre dimensioni.

Ho trovato tutte le risposte che non stavo cercando, scoperto tutte le verità che giacciono sotto il pelo della nostra limitata visione.

Ma nonostante tutto questo la risposta alla domanda che mi consumava come un tarlo continuava a sfuggirmi.

Fino a un paio di giorni fa.

Fino a quella mattina, quando svegliandomi, con il senno di poi me ne rendo conto, nessuna fibra del mio essere anelava più ad avere quella risposta. La pace dell’anima mi aveva finalmente raggiunto e riempito come mai prima.

E così, senza che me ne rendessi immediatamente conto, la risposta uscì dall’oscurità, come un gattino che segue una pallina impazzita, e cominciò a palesarsi ovunque. Nella forma delle nuvole, nella disposizione delle foglie su un albero, nelle onde del ruscello, nei sassi, nell’erba, perfino nel disegno del legno di questo tavolaccio su cui sto scrivendo. Eccola lì, è sempre stata sotto i miei occhi. Come ho potuto non vederla prima.

Ora, lo so, tu vorresti sapere quale fosse la domanda e naturalmente quale sia la risposta.

Potrei anche dirtela in effetti, ora non ha più importanza. Non ti servirebbe comunque a nulla.

Se tutto è andato bene, mentre tu leggi queste parole, io sono già tornato a casa. Da quanto tempo, non lo sapremo mai, né tu né io.

Quello che è sicuro è che avrò già provveduto a cambiare il codice per accedere al conto cifrato della banca offshore in cui avevo depositato un patrimonio.

Tema

Alunno: Giorgio T.
 
Titolo: La mia famiglia
 
Svolgimento:

Questo tema mi piace molto perché sono contento di descrivere la mia famiglia. Ci sono la mamma e il papà, io e la mia sorellina. La mia sorellina è piccola piccola.
Quando era ancora nella pancia della mamma io ci appoggiavo sopra l’orecchio e la sentivo che si muoveva. Allora la mamma ci leggeva delle belle favole. Lo faceva anche quando ero io nella pancia e per questo mamma dice che ho imparato prima degli altri bambini a leggere e scrivere.
Io non lo so se è vero perché mi sa che la mamma ogni tanto dice delle bugie anche se a me dice che non vanno dette. Però la maestra a scuola mi fa sempre i complimenti.
La mia mamma è bellissima e anche a lei fanno sempre i complimenti quando andiamo a spasso. Il signore che vende la frutta ci vuole regalare sempre le fragole quando passiamo, ma la mamma dice che non le può accettare, e sorride sempre quando lo dice. Peccato perché a me le fragole piacciono tantissimo.
La mia mamma ci dice sempre che ci vuole tanto bene, che starà sempre con noi e che non ci lascerà mai. Io ci credo.
Il mio papà invece non è sempre a casa. Mamma dice che viaggia per lavoro però mi sa che a questo non ci credo perché una volta papà mi ha raccontato che era stato per tanto tempo in un posto da dove non poteva uscire. Però si trovava bene perché passava il tempo a dormire, mangiare gratis e giocare a pallone nel campetto con tutti gli amici che erano lì con lui. Qualche volta si è annoiato però mi ha detto che ha conosciuto tante persone e che era meglio stare lì che in fabbrica. Magari quando sarò più grande potrò andarci anch’io.
Comunque oggi sono contento perché l’altro giorno il mio papà è tornato a casa dopo tanto tempo. La mia sorellina ha pianto quando l’ha presa in braccio perché lei non l’aveva mai visto. Ma poi lui ha fatto una faccia buffa e ha fatto ridere tutti e due. Allora siamo usciti tutti insieme e siamo saliti su una macchina rossa bellissima che io vedevo sempre parcheggiata davanti a un negozio e non sapevo che fosse di mio papà. Mamma era talmente felice che non riusciva a parlare e continuava a guardare in giro per vedere se qualcuno ci vedeva. Secondo me voleva far vedere a tutti che bella macchina. Siamo andati a mangiare in un ristorante come quelli che si vedono in tv e papà mi ha detto di mangiare tutto quello che volevo. Alla fine abbiamo fatto un gioco. Io, la mamma e la mia sorellina siamo andati a aprire la macchina e poi è arrivato papà di corsa e ha guidato veloce come nei film. Lui rideva e io mi sono divertito tantissimo. Anche mamma credo si sia divertita, perché sorrideva sempre quando mi guardava, anche se era un sorriso un po’ strano.
Ieri abbiamo fatto una festa per il compleanno di papà. C’era anche un amico di papà e mamma era tanto agitata. Credo perché era contenta anche lei e voleva fare bella figura con tutte le cose da mangiare. Aveva preparato anche una torta bellissima che però non abbiamo mangiato perché è caduta per terra. Allora io e la mia sorellina siamo andati a vedere i cartoni in tivù mentre mamma puliva e papà le spiegava come fare. Dopo credo che hanno continuato a fare festa, perché anche se il volume dei cartoni era alto si sentiva che gridavano tutti e facevano cadere tante cose per terra.
Ma io ero così stanco che mi sono addormentato lo stesso sul divano.
Oggi a scuola mi ha portato papà perché ha detto che la mamma doveva riposare e forse viene la nonna a prendermi.
Si vede che mamma è davvero stanca perché stamattina ancora dormiva per terra in cucina.

 

 

Immagine: Bambina che scrive, Telemaco Signorini

Gli amanti (piccola favola)

Il giorno in cui nacque lui pioveva dal mattino. Nessuno ricordava una giornata così piovosa da anni. L’acqua scrosciava sui tetti in modo così violento da spostare vecchi coppi e nuove tegole. Filtrava sotto le porte e dai bordi delle finestre. Se ne avessero avuto il tempo e la possibilità, i suoi genitori avrebbero provato a tamponare l’afflusso d’acqua, ma lui aveva deciso di nascere quella sera, senza preavviso, senza lasciare il tempo di correre al vicino ospedale.
Il primo vagito combaciò perfettamente con un tuono, il primo pianto con una grandinata.
Non smise più di piovere. Nemmeno alla fine della stagione dei monsoni.
L’avevano chiamato Dinesh, ma non ci volle molto perché tutti cominciassero a chiamarlo semplicemente Pioggia. Ovunque andasse Dinesh, la pioggia lo seguiva. E seguiva il suo umore. In una giornata normale scendeva leggera, quasi impalpabile, ma non per questo meno invadente. Nei periodi tristi o in cui si sentiva poco bene, il ticchettare delle gocce sui vetri e sui tetti accompagnava ogni faccenda quotidiana.
Ma quando era felice…
In effetti, Dinesh non era mai felice. E come poteva esserlo. Nessuno lo vedeva di buon occhio. Il villaggio in cui viveva si trasformò ben presto in un acquitrino. Molti se ne andarono, abbandonando le loro case per lidi almeno un poco più asciutti. Lui però non poteva trasferirsi da qualche altra parte perché ovunque andasse il tempo iniziava a guastarsi inesorabilmente.
L’unico vantaggio per Dinesh era che non aveva bisogno di lavorare. Nel suo Paese le precipitazioni  non mancavano, ma nessuno voleva vivere costantemente sotto la pioggia per cui veniva pagato e foraggiato per non muoversi da casa sua.
Fu in uno di quei suoi giorni malinconici che successe qualcosa di incredibile.
Se ne stava tranquillo in casa a tenere il ritmo delle gocce che filtravano dal tetto in un catino quando all’improvviso si accorse che al di là della finestra una strana luce aveva preso il posto del solito grigio.
Poi sentì bussare alla porta.

Lei, Jidji, veniva da lontano, dall’altra parte del mondo. Era nata il giorno del solstizio d’estate in una giornata di sole come pochi avevano memoria. Ovunque si recasse le nuvole sparivano così velocemente da far sembrare che non fossero mai esistite. Il cielo diurno risultava sempre limpido e azzurro e la notte perfino la Luna e le stelle sembravano più luminose sopra la sua testa.
Jidji non aveva mai visto la pioggia. Le anziane della sua tribù cercarono di spiegarle che non era una situazione tanto strana per una donna tuareg.
Ma lei sentiva il bisogno di veder cadere l’acqua dal cielo. Viaggiò invano ad ogni latitudine per trovare la pioggia. Molti le chiesero di fermarsi, storditi dalla sua bellezza e dal suo strano dono. Presero a chiamarla Sole, a volerla ognuno per sé.
Ma nessuno poteva darle ciò a cui lei anelava.
Fino al momento in cui bussò a un’anonima porta di un anonimo villaggio.

Se hai fortuna li puoi incontrare, Pioggia e Sole.
Da quel giorno non si sono più lasciati. Girano per il mondo, non si fermano mai.
Se non per fare l’amore.
Proprio lì, ai piedi di immensi arcobaleni.

Il Professore

Alle sette e trenta del mattino il bar è come al solito già affollato.
C’è il gruppone fisso dei pensionati. Occupano quasi tutti i tavolini nell’angolo dove c’è il televisore. Non è che consumano molto ma il padrone del bar li sopporta perchè son tutti suoi amici. In effetti anche lui passa più tempo seduto ai quei tavolini con loro che dietro il bancone.
Per quello c’è la moglie Maria e la ragazza che lavora per loro, Katarina. La Kate arriva da qualche paese dell’est il cui nome finisce con ia, ma che nessuno si prende mai la briga di ricordare con esattezza, ed è veloce. Spara caffè alla velocità di una mitragliatrice Gatling a canne rotanti e prepara le comande ancora prima che i clienti compaiano nel locale. Tanto li conosce tutti, sa a che ora arrivano e cosa vogliono, di cosa parleranno e dove si metteranno a consumare.
La Maria si limita a stare sprofondata dietro la cassa con l’espressione di chi a sessantasette anni ancora non ha capito cosa vuol fare nella vita. O forse l’ha capito ed è per questo che ha quella faccia.
Nonostante lei, l’atmosfera è vivace come ogni mattina. Tra clienti abituali che entrano ed escono in continuazione, gente di passaggio in astinenza da sigarette o gratta e vinci e una marea di liceali che per circa mezz’ora intasano ogni angolo, per poi defluire via magicamente.
E’ proprio dopo la scomparsa della mandria di teenager che compare il Professore.
Lo chiamano proprio così, Professore, con la P maiuscola perfino nella pronuncia. Perchè nessuno nel bar conosce il suo nome e soprattutto perchè del professore ha l’aspetto.
Alto, asciutto ed elegante, il viso anziano e severo contornato da una precisa barba candida e folta. Abiti su misura di un’altra epoca e un Borsalino originale calzato sul capo in maniera impeccabile.
Il Professore trattiene la valigetta portadocumenti sotto braccio mentre si ferma quasi sull’attenti al bancone. Kate ha già preparato il suo caffè d’orzo macchiato. Giusto il tempo di berlo per poi seguire la folla di studenti tra le mura del liceo lì accanto.
“Buongiorno Prof.” Lo saluta Kate.
“Buongiorno Professore.” Le fa eco Maria, nell’unico spasmo di vitalità di tutta la giornata, cercando di farsi notare tra un espositore di sigarette elettroniche e uno di gomme da masticare.
Il Professore ricambia il saluto mentre dolcifica la bevanda.
Il discorso termina lì, ai saluti. Il Professore non è un uomo di molte parole, né dentro né fuori dalla sua aula. Ad ogni tentativo di conversazione glissa educatamente, oppure risponde con quesiti filosofici che hanno il preciso scopo di creare nell’interlocutore un dubbio impossibile da dipanare, e che di solito portano ad una risposta del tipo Eh, d’altronde…
Ma questa volta uno del club dei pensionati lo incalza con una domanda.
“Professore, cosa ne pensa di questa storia?”
Con leggero e malcelato fastidio, il Professore si volta tamponandosi le labbra con un tovagliolino dopo aver appena assaggiato l’orzo macchiato.
“Prego?” Domanda.
Il vegliardo si alza leggermente dalla sedia mentre indica la televisione. “Quella storia lì. Il maestro che hanno arrestato.”
“Altro che arrestarlo!” Esordisce un altro degli arzilli.
“Dovrebbero ammazzarlo.” Commenta un terzo.
“So io cosa gli farei a quello lì.” Chiosa un quarto.
Il Professore si concentra sulla notizia che sta passando al telegiornale, non mancando di far trasparire il disappunto per essere stato chiamato in causa.
Non riesce a distinguere chiaramente l’audio a causa del vociare degli ottuagenari residenti stabili del locale, ma immagini e didascalie sono eloquenti. Un uomo viene portato via in manette da un edificio scolastico. Agenti della polizia scientifica in azione attorno a un’anonima  villetta. Poi immagini di repertorio che mostrano alunni di una scuola elementare e i loro genitori. I soliti personaggi di contorno intervistati che improvvisamente si rendono conto d’aver avuto a che fare con un mostro e che solo ora si spiegano tutti quegli strani comportamenti, amici e familiari che dichiarano di non aver mai sospettato nulla.
“Schifoso,” sentenzia il gestore del bar, confuso tra i suoi coetanei, “molestare dei bambini! E glieli portavano anche a casa per le lezioni private! Ma anche quei genitori…”
“E adesso pensano che possa aver rapito anche tutti quei ragazzini che son spariti negli ultimi anni.” Puntualizza un’altra voce del coro.
“Li avrà sepolti da qualche parte.” Conclude un altro.
Il Professore non riesce a contenere lo sdegno e, contravvenendo alla sua naturale riservatezza, declama: “Quell’uomo è una vergogna per tutta la nostra categoria nonché per l’intera razza umana, fortunatamente per un essere stupido e spregevole come lui vi sono innumerevoli esempi di dedizione al lavoro e alla passione che contraddistingue noi educatori di giovani virgulti. Spero vivamente che il suo arresto porti ad una condanna esemplare che possa esser di monito a tutti coloro che come me condividono il sacro fuoco.”
“Bravo Professore!” Esclama l’ennesimo vecchino scatenando l’applauso del club, mentre il servizio al notiziario termina e la discussione devia inesorabilmente sull’ultimo acquisto milionario della squadra di calcio cittadina.
Il Professore finisce il caffè ancora visibilmente scosso dalle immagini del telegiornale. Rotea su se stesso con un movimento degno di un primo ballerino e posa la tazzina. Preleva dalla tasca della giacca la solita moneta da due euro e mentre paga la consumazione una parola sfugge alle labbra. “Idiota.”
“Come?” Domanda la Maria, mentre ancora tenta invano di farsi notare dietro il vassoietto poggiamonete della cassa.
“Nulla,” risponde il Professore a mezza voce, “dicevo che quell’insegnate che hanno arrestato è un idiota.”
“Ah, sì, sì, un delinquente.” Conferma la Maria.
“Sante parole, Professore.”  L’ammirato saluto di Kate, appena prima di riprendere uno stentoreo sorriso nel servire la coppia appena entrata.
Proprio un idiota, pensa ancora il Professore mentre esce dal locale. Abusare di bambini perfino nelle aule scolastiche.
Una vergogna per la categoria, sicuro.
Dilettante, come molti altri che non conoscono nemmeno l’ABC della professione.
Pochi passi e supera l’ingresso della scuola.
Mai approcciare durante le lezioni.
Entra in classe.
Mai dare adito a sospetti.
Chiama l’appello.
Mai più di una vittima all’anno.
Il Giorgietti è assente?
Certo che è assente. E lo sarà per sempre. Mai testimoni.

Tuffo

Un passo dopo l’altro. Un piede dopo l’altro. Uno scalino dopo l’altro.
Wen Zhang li percorre con metodo e concentrazione.
Il primo gradino sempre con il piede sinistro. Sguardo rivolto in basso. Alcune sue compagne di squadra contano gli scalini, altre ripetono mentalmente sempre lo stesso ritornello della stessa canzone. Qualcuna ripensa ai movimenti che dovrà effettuare di lì a poco.
Wen ha un unico pensiero fisso, mentre percorre le scale che la portano sulla pedana più alta. Attraversare la superficie dell’acqua.
Gli scalini finiscono. Un solo modo per scendere da lì, tuffarsi.
Gli ultimi metri in piano la portano sul bordo del mondo.
Le tribune del palazzetto sono gremite, straripanti di gente. Una voce amplificata parte da qualche punto nascosto e rimbalza tra le pareti e l’acqua della piscina. Annuncia il suo nome e la descrizione del tuffo che si appresta a fare.
Wen si posiziona. Le punte delle dita dei piedi si ancorano al bordo della piattaforma.
Respira. Respira ancora.
Chiude gli occhi.
Una mano invisibile ruota la manopola del volume e il mormorio del pubblico scende di livello, restano i rumori di fondo, impossibili da evitare. Lo zampillo delle fontanelle a bordo piscina che increspano e rendono visibile la superficie dell’acqua. L’idromassaggio della vasca per il relax del dopo tuffo, parole in lingue sconosciute rivolte da allenatori ai loro atleti. Perfino lo sventolio delle bandiere olimpiche e nazionali, fuori dalle mura dello scoperto palazzetto dei tuffi.
Wen ascolta tutto nel buio, poi riapre gli occhi.
I suoni si mescolano di nuovo alle immagini, prendono nuova forma. A tutto questo Wen è abituata, allenata. E’ pronta, allarga le braccia ai lati in preparazione del tuffo, sguardo fisso in avanti.
E una farfalla attraversa il suo mondo, con quel modo sconclusionato e aggraziato di volare.
Il mondo, attorno a Wen, collassa.

Altri suoni, altre immagini.
Un piccolo pontile sul lago Junshan. Una bambina seduta sul bordo che sbatacchia i piedi nell’acqua fredda.
“Perchè lo fai?” domanda una voce alle sue spalle.
La bimba si volta spaventata, quasi rischiando di finire in acqua. Un piccolo esserino trotterella sul vecchio legname del pontile fino a lei, immobilizzata dallo stupore.
“Tu chi sei?” chiede la bambina.
“Secondo te? Chi sono?”
“Sembri un folletto. Però assomigli anche al mio cagnolino.”
L’esserino ride di gusto, avvicinandosi ancora di più. La piccola Wen non ne ha timore, anzi, si sporge in avanti nella speranza di poterlo accarezzare per capire se è morbido quanto sembra. Lui sembra intuirlo e assecondarla, ma poi cambia idea e si ritrae.
“Comunque, ragazzina, rispondimi, perché lo fai?”
“Che cosa?” Domanda lei, un po’ delusa.
“Facevi il solletico all’acqua, prima. Con i piedi.”
“Il solletico all’acqua?” Wen ride. “Non si può fare il solletico all’acqua.”
Il folletto assume un’aria imbronciata. “E chi l’ha detto? Guarda.” S’avvicina al bordo del pontile e con un buffo movimento rotola sulla pancia, allungando un mano verso la liquida superficie. Poi agita le lunghe dita nell’acqua, che inizia a gorgogliare. “Lo senti questo rumore?”
La bambina si sporge per vedere e sentire meglio, poi sorridendo risponde. “Sì! E’ il lago che ride?”
Sul volto del folletto si disegna un gran sorriso. “Esatto. Ascolta adesso invece.”
Smette di agitare le dita e l’acqua si calma, s’alliscia. Allora con il palmo inizia ad accarezzarla dolcemente. Il suono che ne scaturisce sembra un sospiro.
Wen ne rimane affascinata.
“Gli hai fatto una carezza!” Esclama gioiosa. “Voglio provare anch’io.” Esclama allungando una mano, ma per la troppa foga invece di fermarla sul pelo dell’acqua la immerge completamente, schiaffeggiando il lago. Uno schizzo di acqua gelida la colpisce in viso, la fa arretrare di scatto.
Il folletto ne ride di gusto, quasi sguaiatamente, godendo ancora di più nel vedere l’espressione delusa della bambina. “Ah, l’hai proprio fatto arrabbiare, piccola. Ma non temere. Imparerai a farlo nel modo giusto.”
“E com’è il modo giusto?” Domanda lei, cercando di asciugarsi il viso, ancora imbronciata.
“Non è una cosa che si può insegnare, piccola. Però posso dirti che quando lo imparerai, scoprirai un mondo fantastico dall’altra parte dell’acqua.”
“Dall’altra parte dell’acqua? Cosa inten…” ma Wen non riesce a terminare la frase, mentre parla il folletto si alza in piedi, in tutti i suoi cinquanta centimetri di altezza, si aggiusta il cravattino, le strizza l’occhio e si lancia verso l’acqua, sparendo senza increspare minimamente la superficie, anzi senza nemmeno toccarla.
La piccola Wen resta ad occhi sbarrati, incredula e immobile per parecchi secondi, aspettando che il folletto ricompaia dopo il tuffo. Ma non ricompare più.
Lei lo sa che non si è tuffato nel lago, ma ha attraversato il sottile confine che l’ha portato nel mondo fantastico che si trova chissà dove. E improvvisamente le sembra la cosa più naturale del mondo.
Allora non indugia oltre la piccola Wen, scatta in piedi e si lancia giù dal pontile, con tutta la sicura ingenuità di una bimba di sei anni. Ma non arriva a toccare l’acqua, due mani forti la trattengono e riportano indietro, impedendole di raggiungere il suo scopo e facendola invece iniziare il viaggio verso Pechino.
Passa parecchio tempo prima che Wen riesca a riprovare il tuffo, che però non funziona.
Da quel giorno Wen si tuffa tutte le volte che può. Così tante volte che le riesce impossibile contarle. Ovunque, ogni volta che le si presenta l’opportunità, fin quando l’allenatore della scuola la segnala per farla entrare nel Progetto 119.
Così Wen dedica la vita a studiare il tuffo perfetto. Impara a parlare all’acqua e a riconoscere la sua voce, ad accarezzarla, a scivolarci dentro nel modo più gentile possibile, poi qualcuno le dice che è brava, bravissima, che tuffarsi è il suo naturale talento. Lo asseconda, diventa una campionessa, esegue tuffi che non si ritengono possibili fino a quel momento, sempre più perfetti.
Il suo scopo non è vincere medaglie, ma attraversare il confine sottile.
L’acqua però la rifiuta ogni volta, facendola riemergere.

Ora la farfalla continua il suo volo incerto e lo sguardo di Wen ne rimane incollato, da lassù, dalla piattaforma più alta. Qualcuno le grida qualcosa, forse di tuffarsi, forse di non farlo. Non ha importanza. Non ascolta. Quella voce si perde assieme a tutte le altre, scivola via insieme a tutto il mondo. Resta solo quella farfalla e il frusciare delle sue ali che ora vola decisa verso l’acqua.
E la oltrepassa.
Wen sorride.
Ora lo sa.
Ora ha capito. Che non deve cercare di capire.
Esattamente come quella farfalla.
Deve solo crederci. Istinto, non ragione. Come la piccola Wen.
Non è un tuffo, è un passo.
Sorride Wen, mentre si lascia cadere.

Gesù

Mi hanno chiamato Gesù.
Ma non sono stati i miei genitori a chiamarmi così.
La storia me l’ha raccontata nonna, ovviamente, perché io ero troppo piccolo per ricordare come andarono le cose. In pratica, da quel che ho capito, sicché nonna tende a mescolare realtà e fantasia, mio padre e mia madre non si misero mai d’accordo sul nome. Fin da quando scoprirono di essere in attesa di un tenero frugoletto cominciarono a discutere animatamente.
Nonna dice che papà prediligeva Grandissimo come primo nome e Figliodi come secondo, poi sembra ce ne fosse un terzo ma la memoria di nonna è lacunosa in proposito.
Invece mamma optava per un più classico Bastardo a cui si poteva applicare il nomignolo Èttuo. Quale potrebbe essere l’assonanza tra i due nomi m’è sempre sfuggito.
Fatto sta che durante l’ennesima amorevole discussione di fronte all’ufficiale dell’anagrafe, quest’ultimo decise per tutti. Forse molto dipese dal fatto che nacqui il 25 dicembre.
Devo dire che da quel giorno per lo meno i miei smisero di discutere. Papà sembrava contento perché in qualche modo quel nome lo sollevava da una qualche responsabilità che non ho mai capito, e mamma sembrò trovare conforto nell’amicizia mistica per il cugino Gabriele.
Anche a me personalmente come nome non dispiace. Non sono certo l’unico a chiamarsi in questo modo, è chiaro, ma nel mio piccolo mi son derivati parecchi vantaggi da questa cosa.
Innanzitutto, tutte le vecchine del paesello mi trattavano come un principino. Facevano a gara per portarmi doni e accarezzarmi la testina, che all’epoca era di un biondo ragguardevole.  Indovinate chi faceva il bambinello nel presepe vivente? Ho interpretato il ruolo alla perfezione fino al sesto anno di età, poi non stavo più nella mangiatoia e fui sostituito da tale Emma Besozzi, che a detta del prete risultava più adatta come dimensioni. Giudizio soggettivo, comunque.
Non posso certo dire che il periodo della scuola fu scevro da prese in giro o doppi sensi riguardanti il mio nome, ma nel complesso credo di aver avuto più vantaggi che svantaggi. Per prima cosa, le maestre avevano sempre un occhio di riguardo, in fondo mettere una nota o sgridare Gesù non pareva bello.
In seguito i professori alle superiori sembravano apprezzare molto le mie critiche costruttive, addirittura qualcuno mi lasciava il suo posto durante le lezioni e stava ad ascoltarmi con interesse.
E poi, ragazzi, con questo nome nel mondo dei social hai la strada spianata. Tutti seguono Gesù. Migliaia, poi milioni di follower. E sì che non ho mai fatto niente di che. E’ che tutti mi invitano alle feste. Dicono che porto bene. Sembra che quando ci sono io la roba da mangiare e da bere non manca mai.
Ecco, questo per me è un po’ un problema. A me non è che il pesce piaccia particolarmente, ma me lo ritrovo dappertutto… va un filo meglio per quel riguarda il pane e le pizze, che preferisco.
E non parliamo del vino. Sembra sia destinato a non bere mai un bicchiere d’acqua fresca. Non ne trovo! Sempre e solo vino. Va beh, dopo un po’ ci fai l’abitudine.
Ultimamente però comincio ad essere stanchino.
Insomma, avere tutti ‘sti follower alla lunga viene a noia. Non posso andare in giro tranquillo che trovo sempre qualcuno che vuole stringermi la mano o darmi una toccatina. Sì vabbé, finché son belle ragazze tutto ok, ma una volta m’han portato uno appena morto, e che diamine. Che poi secondo me faceva finta, appena l’ho guardato ha strabuzzato gli occhi ed è corso via.
Mah. Il mondo è pieno di matti.
Ma adesso ho deciso di chiuderla qui questa storia. Basta. Chiudo tutti gli account che ho sui social, sparisco per un mesetto, magari qualche giorno in più. Devo meditare su cosa fare della mia vita, in fondo sto per compiere 33 anni e ancora non ho ben chiaro quale sarà il mio futuro.
Gli amici più stretti han già organizzato in una trattoria per quando torno.
E vada per quest’ultima cena.
Ma poi ci metto una croce sopra.

Convergenze programmatiche

E’ fuori di dubbio che la nostra priorità è dare un governo a questo paese. Ce l’ha chiesto l’elettorato, ce lo chiede il Paese, ce lo chiedono i cittadini tutti. Nostro dovere, nostro onere e nostro piacere sarà portare a termine quest’ordine perentorio, con forza, determinazione, assoluta volontà.
Abbiamo un programma di governo ben definito e siamo aperti a trovare quelle convergenze programmatiche atte a raggiungere un obiettivo comune con quella forza politica che sarà disposta a collaborare con noi.
Per questo chiedo a voi stimati colleghi, di decidere in questa sede a chi dare la nostra fiducia nel ruolo di futuro partner di governo. Programma del Partito di Sotto è un ricco buffet con serata karaoke al Bar del Polenta mentre il Partito di Sopra opta per una più rigorosa cena all’Hotel Miramare, serata danzante inclusa.
Naturalmente siamo tutti d’accordo, sia noi che i Soprattani e i Sottoliani, nell’addebitare le spese dell’operazione, qualsivoglia sia la scelta, alla Spesa Pubblica.

Ottimismo e piacere…

Suona la sveglia [Gioisco del risveglio]
Mi guardo allo specchio [Indugio nel compiacimento]
Apro Instagram [Condivido spensieratezza]
Vado al lavoro [Mi appresto all’appagamento]
Ascolto i colleghi [Affino l’arte auditoria]
Svolgo i miei compiti [Compartecipo al sistema]
Guido verso casa [Pregusto l’atmosfera]
Ascolto le notizie [Potrebbe andare peggio…]
Ceno [Nutro il corpo]
Passo al divano [Godo di meritato riposo]
Guardo la tv [Nutro la mente]
Penso al domani [Attingo a fantasia e immaginazione]

Ma a volte va così

Peace & Love…

Pessimismo e fastidio…

Suona la sveglia [Rimpiango l’ozio perduto]
Mi guardo allo specchio [Mi tuffo nell’auto-commiserazione]
Apro Instagram [Sguazzo nell’invidia]
Vado al lavoro [Sorseggio dolore]
Ascolto i colleghi [Indugio nel silenzio]
Svolgo i miei compiti [Mi rotolo nel risentimento]
Guido verso casa [Mi smarrisco nei ricordi]
Ascolto le notizie [Mi crogiolo nella rabbia]
Ceno [Cedo alla gola]
Passo al divano [Sprofondo nella pigrizia]
Guardo la tv [Annichilisco la mente]
Penso al domani [Perdo ogni fiducia]

Insomma, una giornata come le altre…

Ma, a volte…

Sortilegio

Di nuovo sveglio.
Apre gli occhi. O meglio, solleva le dure palpebre esterne.
É buio pesto ma lui ci vede. Vede come un gatto nell’oscurità. Vede molto più di un gatto nell’oscurità.
Alza anche le palpebre interne, quelle sottili, elastiche. Gli occhi gialli, luminescenti, rischiarano la Tana.
E’ la sua casa, il suo rifugio, il suo castello fortificato e protetto. Sono gli altri a chiamarla Tana. Quegli insulsi esseri che popolano i suoi territori.
Inutile indugiare ancora. È sveglio, la caccia deve iniziare.
Uno scatto potente della muscolatura e le zampe si allungano, producendo uno schiocco simile a una frustata. Un altro schiocco tonante e le ali si stendono in tutta la loro estensione.
Le ossa degli scheletri che formano il suo ricovero scricchiolano, si spezzano, le più vecchie sottostanti si polverizzano. Lui sorride, o almeno quella è la sua intenzione, in realtà sguaina due file parallele di denti acuminati e affilati. Estende il collo verso l’alto e libera la prima fiammata della nottata. Il fuoco azzurro fuoriesce dal tetto squarciato della torre nord e avvisa tutti che il Drago della Notte è sveglio.
Un secondo dopo decolla potente e veloce, sollevando un’ossea nube grigia.
E’ il momento che preferisce in assoluto. Costretto tra le mura della sua fortezza durante il giorno, forzato a non potersi muovere, la libertà del volo lo esalta e inebria.
Prende quota quanto più possibile, finché le ali stentano ad avere portanza e il torrido respiro congela all’istante. Da quell’altezza il mondo sembra così piccolo e indifeso. Inizia a planare, lentamente, disegnando ampi cerchi nel cielo notturno. La può sentire, la paura degli uomini, là in fondo, ancorati con le loro sottili zampette a quella terra che non possono abbandonare.
La notte precedente, lei gli è sfuggita per un pelo. Ma non è un problema, la ricerca continua. Ha un indizio e intende seguirlo. Allora inspira profondamente l’aria ancora fredda e rarefatta d’alta quota e inquadra un punto preciso dell’orizzonte. Abbassa le palpebre sottili e si lancia in modalità di volo veloce abbandonando la traiettoria a cerchio.
Le informazioni estorte ai soldati della Strega Maledetta lo inducono a pensare che possa avere trovato rifugio in una cittadina della costa sud. Gli bastano pochi minuti per arrivare a destinazione.
Ed eccole le inutili fortificazioni che circondano la città. Devono averlo sentito arrivare, visto che dalle torri di guardia si sollevano grida d’allarme. Correte pure, esseri inutili, sarete solo un piacevole diversivo. Oltre che un lauto pasto.
Frecce e dardi scoccano dalle mura, ma il Drago li avverte ancora prima che si avvicinino, li evita con una facilità imbarazzante e risponde con bianche fiammate lungo le mura, sulle torri, sui soldati accorsi a loro protezione. La notte si riempie dell’odore di carne arrostita e l’appetito del drago aumenta come la sua voglia di vendetta. Ma non è il momento di saziare lo stomaco ora. Prima vuole trovare lei, la Strega Maledetta.
Atterra con violenza sul maschio del castello, la costruzione più centrale e protetta. Ne scoperchia il tetto con non-chalance, quasi divertito dalla poca cura con la quale è stato fortificato.
Il grasso signorotto che governa la cittadina e tutta la sua corte non hanno avuto tempo di scappare, ritirarsi nelle fondamenta dove forse avrebbero avuto la possibilità di cavarsela.
Il drago si fa strada tra macerie di pietra e legno, menando colpi di coda e falciando o schiacciando tutti quelli che incontra. Fin quando il suo enorme muso si trova a pochi centimetri dal volto pietrificato dalla paura del nobile.
“Dov’è Lei?” domanda con voce cavernosa e bollente.
Il signorotto apre la bocca ma invano, la voce non vuol saperne di uscire, può solamente scuotere la testa, mentre le labbra mimano un No, No.
Il drago della notte abbassa le palpebre sottili, osserva l’uomo che ha di fronte con la Visione Nera, capisce che Lei non c’è. Se ne è già andata. L’uomo piange, ma le sue lacrime si tramutano istantaneamente in vapore, la sua pelle sfrigola per il calore del Drago, la sua grassa carne esala un profumo allettante. Questa volta il Drago non sorride quando mostra la dentatura. E finalmente può saziare la sua fame.
È sfuggente la Strega Maledetta. Ma la troverà. E la costringerà a liberarlo dall’incantesimo.
Il sole è sorto nuovamente e lui è tornato nella sua tana, in attesa che si decida a tramontare di nuovo.
Per l’ennesima volta. Non ricorda più quando tutto è cominciato, quando la sua strada si è incrociata con quella della Maledetta Strega, quando quella vecchia gli ha urlato contro l’antico sortilegio che lo costringe a essere libero solo dal tramonto all’alba, e poi è fuggita. Non ricorda quanto tempo sia passato, ma da allora la sua caccia non ha avuto requie, e chiunque si frappone fra lui e il suo obiettivo viene eliminato.
In fondo, a volte trova questa situazione quasi piacevole. E’ potente e invincibile, rispettato da molti e temuto da tutti. Signore incontrastato della terra e del cielo. Ma solo di notte.
Ora è tempo di riposare. Si accuccia sul giaciglio di ossa e chiude gli occhi.
Che entrino pure i servitori.

Gli inservienti si muovono veloci e con gesti sicuri, mutuati da tutti gli anni passati ad occuparsi di lui.
Lo sollevano, lo accudiscono e lo mettono a sedere sulla sedia a rotelle automatizzata, posizionando il comunicatore oculare.
“Come andiamo oggi, Stephen?” Domanda uno dei due.
Bene, risponde Stephen con un battito di ciglia.

L’oliva

Non per vantarmi, ma sono un’oliva meravigliosa.

Appena sbocciata si intuiva subito che avrei surclassato tutte le mie sorelle in tema di corposità, colore, aspetto e sapore.

Potevo vederlo negli occhi del fattore che ogni giorno passava per vedere come stessi crescendo. 

Il giorno della raccolta si presentò personalmente al mio albero, senza demandare la faccenda ai suoi operai. Ricordo ancora con quanta delicatezza mi tastò per assicurarsi che fossi matura al punto giusto.

Il momento del distacco dall’albero fu quasi come una seconda nascita per me. In quel momento ero finalmente diventata un’oliva, splendida e indipendente come mai prima.

Mi si prospettava un futuro radioso, lo sapevo.

Ne ebbi conferma quando il contadino non mi lasciò cadere nel cesto insieme alle altre. Mi portò in casa con aria trionfante, presentandomi a tutta la famiglia.

Che momento romantico e glorioso fu quello. 

Aveva preparato per me una bagna di salamoia particolare, frutto di una ricetta segreta tramandata di padre in figlio, generazioni di olivicoltori. 

Il tempo trascorso coccolata in quel barattolo fu davvero rigenerante.

La mia pelle si fece ancora più lucida, la polpa più tenera e corposa.

Sapevo che stavo trasformandomi in qualcosa di eccezionale. 

Sia ben chiaro, sono un’oliva, non una rapa, con tutto il rispetto per le rape che sono sì molto educate e gentili, ma non spiccano certo per intelligenza.

Intendo dire che ero ben consapevole che prima o poi sarei stata mangiata. È nella natura di noi olive, se non ci becca un corvaccio, finiamo in qualche piatto degli umani.

Ma io sono stata fortunata nella vita, fin da subito, visto che non sono finita in una di quelle macchine infernali che spremono senza pietà per ricavare  olio o sansa. 

Il mio destino è stato il migliore al quale un’oliva può aspirare.  

Il giorno del concorso il mio padrone mi prelevò dalla salamoia utilizzando delle speciali pinzette foderare di morbidissima garza e mi depose in un espositore appositamente realizzato con cura maniacale. 

Ecco, forse quello fu il giorno più bello della mia vita.

Vincemmo il primo premio.

Io come oliva dell’anno (e mi permetto di aggiungere del secolo, secondo la mia opinione) e lui come olivicoltore migliore del Paese. A quel punto non potevo sperare in nulla di meglio, se non essere degustata da una persona di valore almeno pari al mio. 

L’ultima gioia che donai al mio fedele contadino fu quella di essere comprata per una cifra ragguardevole dal più famoso ristoratore della zona. 

Quello stesso giorno osservavo la lampante felicità dell’uomo mentre mi preparava come si conviene a una regina.  

Ed ora eccomi qui.

Non sto ad annoiarvi con inutili e barocche descrizioni del piatto che mi fa da contorno, sappiate solo che serve esclusivamente ad esaltare me. 

Sento che sta per arrivare l’apoteosi della mia esistenza.

Ho capito dai discorsi del personale che sarò servita a un importante personalità del Paese. Sicuramente un onore per me, ma altrettanto lo sarà per il fortunato che mi avrà. 

 

Il piatto viene portato al tavolo, posato dinnanzi al festeggiato che ringrazia il ristoratore per la speciale cortesia di avergli riservato niente di meno che l’oliva vincitrice della fiera.

Sta per prenderla, quando un pianto capriccioso lo interrompe. 

Il figlioletto strilla che la vuole lui, l’oliva. La vuole lui. La VUOLE lui. LA VUOLE LUUUUI!!! 

Con un vistoso disappunto il papà porge il piatto alla mamma, che molto più comprensiva inforca l’oliva e la porge al bambino. 

“Mi fa schifooo!” 

Urla il marmocchio, mentre la regina delle olive rotola sotto l’espositore dei dolci, tra la polvere.

immagine presa dal web

Cinque Domande

Ho letto or ora il post di Judith relativo alle Cinque Domande. Se non conoscete l’argomento e non avete letto questo post lo trovate QUI.

Solitamente non rispondo a questo genere di appelli, ma in questo caso leggendo le domande mi venivano automaticamente le risposte, per cui, ecco qui:

Chi voglio essere?
Voglio solo essere parte di questo ecosistema che chiamiamo Terra. Voglio esserne parte senza stravolgerlo e rovinarlo. Faccio il possibile (che non è mai abbastanza).

Perché mi serve un nemico?
Mi serve un nemico? Perchè? Sto benissimo anche senza.

A chi appartiene il mondo?
A nessuno. E a ciascuno di Noi (uomini, animali e piante). Noi siamo il mondo. Gli atomi che ci compongono sono gli stessi che componevano il magma primordiale, i primi esseri unicellulari fino ai dinosauri. Forse anche lo sterco di quei dinosauri. Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma (non l’ho detto io…).

Dove mi portano spiritualità e scienza?
La scienza a capire che tutte le nostre preoccupazioni sono confinate su una briciola di materia che rotea in un’immensità che non possiamo comprendere. E allora vai di spiritualità.

Cosa voglio dall’arte: libertà o rivoluzione?
Voglio godimento.

Decisione

22:37
“Hai mai la sensazione che le cose non succedano per caso?” chiede Elio, accarezzandole la schiena.
Clara si prende del tempo per rispondere. “Che intendi? Non so, non ci ho mai pensato.”
“Oggi per esempio. Non dovevo essere qui.” La mano scivola sull’incavo delle ginocchia.
“Ma ci sei, per fortuna.” Uno sguardo alla finestra socchiusa. C’è stato un movimento o è solo suggestione?
“Appunto.”
“Appunto cosa?”
“Per fortuna. E’ stato un caso o era destino?”
Clara non risponde, non ha voglia di pensarci. Recupera le lenzuola e ci si avvolge, rigirandosi nel letto per poterlo guardare in viso. Gli accarezza la corta barba e sorride, perfino il buco nero nella pancia sembra destinato a sparire, portandosi via anche il piccolo dubbio di aver fatto uno sbaglio quella mattina.

14:02
Di tutto Elio poteva aspettarsi da questa giornata, tranne che essere un sopravvissuto. Forse, se il treno non fosse stato bloccato sarebbe arrivato in tempo all’appuntamento che poteva valere un lavoro. Ma l’intoppo sui binari aveva sconvolto il suo già precario progetto, facendolo fallire sul nascere. Presentarsi anche con un solo minuto di ritardo al primo colloquio avrebbe significato poca professionalità, lo sapeva, non sarebbe stato un buon biglietto da visita. Col senno di poi, forse anche quelli che lo aspettavano avrebbero preferito arrivare tardi quella mattina, così ora non sarebbero sepolti da tonnellate di macerie. Le osserva sul televisore del bar, cercando di riconoscere il posto in cui avrebbe dovuto essere anche lui. Le immagini scorrono, titoli e giornalisti ipotizzano un attentato.
Un appuntamento che poteva valere una vita. Così è stato dopotutto.
Ancora disoccupato, ma vivo, un ottimo motivo per festeggiare. Magari insieme a quella ragazza all’altro lato del bar che inspiegabilmente sembra trovarlo interessante.
Le sorride. Lo fa anche lei, coprendosi gli occhi con la mano.

12:55
Clara entra nel bar con passo spedito aggrappata alla sua borsa a zaino. Saluta l’amica indaffarata dietro al banco e si piazza nel suo solito angolo, estrae il solito cellulare dalla tasca e naviga tra i soliti social, aspettando il solito pranzo.
Ma non è una solita giornata. C’è quella sensazione di aver sbagliato qualcosa, che le aumenta il vuoto nella pancia. Le battute fatte dall’amica sulle anziane clienti del suo locale di parrucchiera la distraggono appena, il tramezzino mangiato con disattenzione si perde nel vuoto dell’insoddisfazione. Le notizie sulla tragedia sfiorata di quella mattina a pochi metri da lì si mescolano a quelle dell’attentato in città. Clara pensa che nulla di tutto questo le interessa davvero. Non sa bene cosa le interessi, davvero. Arriva inesorabile l’ora di riaprire il negozio, il problema è che sullo stesso binario arriva anche l’improvviso interesse verso l’angolo opposto del bar.

08:48
Il treno non riparte. Le porte restano aperte e tra i passeggeri comincia a serpeggiare l’impazienza. Frasi automatiche iniziano a fluttuare tra le bocche e le orecchie. Sempre ritardi. Mai in orario. Si mangiano tutto quelli là a Roma. Gli altoparlanti nelle carrozze gracchiano qualcosa di incomprensibile, aumentando rabbia, curiosità e impazienza. Elio sembra mantenere la calma, in realtà è solo rassegnato. L’inesorabile movimento delle lancette dell’orologio lo convince che ormai non potrà più arrivare in tempo. Sarebbe comunque stato difficile anche se tutto si fosse incastrato nel modo giusto.
Allora Elio, insieme a tutti gli altri viaggiatori, scende dal piccolo treno di provincia e si incammina fuori dalla stazione. Presta poca attenzione al viavai dei mezzi dei Vigili del Fuoco e delle forze dell’ordine. Molti dei pendolari vanno ad attendere i pullman sostitutivi, lui attraversa la piazza attirato dai tavolini di un bar.

08:35
L’uomo con la giacca in mano e la cravatta slacciata, con la mano libera si alliscia i pochi capelli ostinatamente lunghi, osservando incredulo l’accaduto.  Riconosce una delle auto fracassate e impreca sottovoce, cercando di ricordare quali parametri ha inserito nella stipula della polizza assicurativa. Il Vigile del Fuoco che lo raggiunge intuisce le sue preoccupazioni. “Non pensare all’auto di tua moglie, sindaco. Già ti è andata di culo, oggi.” Lo incalza senza mezzi termini. “Se quel bestione fosse caduto solo un minuto più tardi ci rimanevano secche, sia la madre che il figlio.”
Il sindaco annuisce nervosamente, mentre cerca di mettere insieme il nodo della cravatta e qualche parola da raccontare ai due giornalisti della zona appena arrivati. “Dai,” sollecita, “fai tagliare tutto e portate via.”

08:17
Come accade spesso dopo un evento improvviso e inaspettato, chi ne rimane coinvolto fatica a rendersene subito conto. Il pianto del bambino arriva dopo lo spavento della madre. Quando ormai il gigantesco ramo ha terminato il volo verso il basso, dopo aver spezzato palizzate di cemento, fracassato auto, bloccato treni e frustato la carne delicata di un piccolo essere umano.
La donna afferra il figlio e scappa via, chiedendo aiuto, mentre allarmi suonano e lampeggiano e altri uomini e donne corrono a vedere cos’è accaduto.

08:15
A vederlo da fuori sembra proprio un bel ramo. Possente, nodoso, ricco di innumerevoli altri rami più piccoli e diramazioni frondose. Quasi un fratello minore del tronco principale, aggrappato ad esso in modo così apparentemente solido da non destare il minimo sospetto sulla sua fragilità interna. Vuoto, cavo, mangiato da una qualche malattia a lui sconosciuta, sopravvive solo grazie alla linfa che scorre appena sotto la corteccia. Destinato a staccarsi e rovinare a terra, aspetta solo il momento adatto. L’albero conosce la fine inevitabile del ramo e ormai non oppone più resistenza. Non vi è necessità né di un colpo di vento appena più violento, né del peso dell’acqua di una giornata di pioggia. Può fare da solo. La prima crepa produce una piccola scheggia, un rumore impercettibile. Il ramo vuole concedersi ancora un minuto prima di cedere. Gode di un ultimo raggio di sole. Ma il destino lo anticipa, nella forma di un piccolo uccellino.
Il bengalino si posa  su uno dei rami più alti, più sottili, più esterni.
Dieci grammi che hanno il potere di spostare una tonnellata.
Il lamento dell’albero viene udito in buona parte del piccolo paese, ma non è un urlo di dolore, semmai di disappunto.

07:46
Ha deciso. Le dispiace vederlo così. Forse non sta facendo la cosa giusta ma ormai ha deciso. Con un gesto rapido e delicato afferra il vecchio bengalino ormai rimasto solo. Lui si lascia prendere senza opporre resistenza.  E’ leggero da tenere tra le mani. Una piccola nuvola di piume.  Clara si avvicina alla finestra aperta e libera il fagottino dalla prigione dei palmi. Il bengalino frulla via, indeciso, confuso, ma lontano.
Fin quando riesce, quella che fino a quel momento era stata la sua amorevole carceriera lo segue con lo sguardo, poi richiude la finestra.
Ci ripensa e la lascia socchiusa.
Torna alla gabbia ormai vuota, improvvisamente non più tanto convinta del gesto appena compiuto.

Ritorno a casa

Tra poco inizieranno le gallerie e le stazioni radio non riusciranno più a infilarsi nell’autoradio di Gabriele. Così seleziona l’usb e mette in random. Il primo pezzo è un classico dei Dire Straits, uno di quelli che ti permette di viaggiare con la fantasia.
L’auto imbocca la prima galleria illuminata da vecchi lampioni gialli. Il riflesso ritmico delle luci sul lunotto della station wagon davanti sembra andare a tempo col ritmo della musica.
Il passeggero accanto a Gabriele si risveglia dal torpore, si guarda attorno come non ricordasse di essersi addormentato in auto e poi si rivolge al guidatore.
“Scusa, ma chi è la ragazzina seduta qui dietro?”
Gabriele sembra non fare caso alla domanda, assorto nella musica e nei pensieri ondeggia la testa all’unisono con le luci e con la batteria, almeno fino a quando il compagno di viaggio non abbassa il volume della radio e la ripete.
Gabriele spalanca gli occhi e li punta sul sedile posteriore attraverso lo specchietto retrovisore.  “Quale ragazzina? “ Domanda concitato.
“Non la vedi?” Insiste stupito l’altro.
“Non la vedo no.” Conferma Gabriele.
“Ma è proprio lì nel mezzo. E non ha una bella cera.”
“Che intendi? “
“Ecco, sembra… hai presente la bambina di The Ring?”
“Ma va a cagare mi stai prendendo in giro.” Sentenzia Gabriele con una risata.
Ma il ragazzo che gli sta accanto non ha affatto l’espressione di uno che sta scherzando.
Allora anche Gabriele torna a farsi serio. Il pezzo dei Dire finisce e per qualche motivo non ne inizia un altro. Le luci gialle della galleria finiscono. Resta il buio. I fanali dell’auto davanti accelerano e spariscono. Gabriele stringe nervosamente il volante continuando a lanciare occhiate allo specchietto e continuando a non vedere nessuno. Forse. Non ne è più tanto sicuro.
Pensa che mezz’ora fa ha finito di lavorare, si è messo in macchina per tornare a casa.
Come ogni giorno negli ultimi sei anni.
Come ogni giorno lungo la stessa strada.
Come ogni giorno percorrendo quella galleria.
Che però oggi sembra non finire mai.
Come ogni giorno, da solo.
Si volta verso il passeggero dal volto pallido e macilento e con un filo di voce domanda: “Ma tu… chi cazzo sei? “

 

 

Racconto pensato dopo aver letto questo post di ilnoire

Red Sparrow, brevissima e personalissima recensione.

Lui fa capolino in cucina inspirando l’aroma del caffè appena fatto. “Buongiorno.” Declama rivolto a Lei.
Lei risponde con un movimento del capo e versando caffè nelle tazzine. Dopo il primo sorso: “Ciao caro, tutto bene poi ieri sera?”
“Sì dai, alla fine siamo andati al cinema.” Risponde Lui sedendosi.
“Ah, niente calcetto?” Lei, mentre imburra una fetta biscottata.
“Mmm, pioveva.” Morso di brioche.
“E che avete visto?”
Lui borbotta qualcosa. “Mah, non che ci fosse gran che… alla fine abbiamo optato per Red Sparrow.”
Lei sfodera un’espressione pensierosa. “Red… ah sì, quello con Jennifer Lawrence.”
“Chi?”
“La protagonista. La Lawrence. Sai quella di Hunger Games. Com’era? Brava?”
Lui sembra ricordare improvvisamente. “Certooo, ecco chi era, mi pareva di averla già vista. Ma sì, bravina. Diciamo che ero più preso dalla trama del film.” Dice agitando una mano farcita di biscotti.
“E di che parla?”
“Guarda, sono entrato pensando di vedere una di quelle pellicole spara-spara e invece è una bella spy story USA-URSS, proprio bellino.”
Lei finisce la sua fetta biscottata e il caffè. “Bene, magari vado a vederlo con Alice, sai lei è una fan della Lawrence. Dice che è bellissima in questo film.”
Lui, sollevando le spalle. “Mah, bellissima dici? Non ci ho fatto caso. Si perde un po’ nel complesso della storia. Sai, tanti personaggi…”
“Uh, e io che credevo che invece ti fosse piaciuta così tanto…”
“Non capisco cara.” Commenta Lui sulla difensiva, bevendo il caffè tutto in un sorso, come d’abitudine.
“Sai, visto che hai mugolato il suo nome tutta la notte…”
“Io? Mugolato? Ma dai…” Lui, alzandosi dalla sedia.
“Jennifer, Jennifer…” Scimmiotta Lei, facendogli il verso.
“Ma ti sarai sbagliata, devo… ohff, devo andare in… ahi!” Lui si piega in avanti, tenendosi la pancia.
Lei si alza, sorridendo e giocherellando con una fialetta vuota tra le dita. “Mi sa che non ci vai in ufficio oggi, tesoro…”

La conta

Finita la colazione, il Gildo lascia finalmente libero il bancone del bar, con gran sollievo sia del gestore che dei clienti.
Perché ogni mattina il Gildo fa la sua comparsa nel piccolo Bar dell’Angolo, puntuale come la lancetta delle ore sull’otto e quella dei minuti sul dodici. Solo molto più lento.
E non si preoccupa che nell’angusto locale ci siano pochi o molti clienti già in attesa. Lui si piazza senza esitazioni al piccolo bancone, esattamente nel mezzo, forte della stazza imponente nonostante l’età e del bastone treppiede che lo aiuta a deambulare, che in qualche modo agisce da lasciapassare su avventori più giovani e comprensivi.
Ordina a gran voce un cappuccino bollente in tazza fredda con latte di soia perché negli ultimi tempi soffre un pelo di gastrite. Il barman lo conosce e cerca di servirlo più in fretta possibile, gli domanda quale brioche preferisca anche se conosce già la risposta, due saccottini al cioccolato con granelle di nocciola, alla faccia della gastrite, e poi si offre di portargli il tutto sul tavolino in fondo al locale.
Il Gildo insiste per essere servito al banco troppo corto per ospitare altri oltre a lui, così inizia una danza di tazzine e piattini che lo scavalcano per giungere tra le mani degli altri pazienti clienti. La lancetta dei minuti riesce senza fatica ad arrivare al quattro prima che l’abitudinario anziano abbandoni il campo.
Una volta fuori, Gildo si interroga su come passare il resto della giornata. Hanno aperto un nuovo cantiere qualche isolato più in là, magari più tardi ci va a buttare un occhio, non si sa mai che stiano combinando qualche guaio. Per il momento decide di accomodarsi sulla panchina all’ingresso dei giardinetti, da dove può godere di una vista invidiabile del via vai.
Non ci vuole molto perché l’Osvaldo lo raggiunga.
“Ueilà, Gildo.”
“Ueilà, Osvaldo.”
“Anche oggi qui, eh? Come la va?”
“Eh, finché ci si vede…” inizia Gildo.
“…va tutto bene.” Conclude Osvaldo. Poi prosegue. “Vediamo chi c’è. Guarda! La Ginetta.”
“Dove?” Chiede Gildo aguzzando la vista. “Ah, eccola.”
“Te la ricordi da giovane?” Suggerisce l’Osvaldo, dando di gomito all’amico.
Il Gildo annuisce con un mezzo sorriso, “me la ricordo sì, sempre insieme alla Carla. Anche adesso, guarda.”
“Davvero. Ne combinavano quelle due lì. Oh, aspetta aspetta, sta arrivando qualcun’altro.”
“Vediamo chi l’é…”
La Panda arancio del comune si arresta dietro la panchina, un ragazzo dinoccolato ne esce con un foglio arrotolato in una mano e un pennello umido nell’altra. Con gesti veloci e distratti incolla il manifesto funerario alla bacheca metallica fissata sulla recinzione dei giardinetti. Poi scivola di nuovo nella Panda e parte sgommando.
Il Gildo e l’Osvaldo si sollevano appena un poco dalla panchina per salutare il nuovo arrivato.
“L’Egidio. Eh beh, giusto così, era tanto amico della Ginetta e della Carla…”

Sogni d’oro

Voglio mettere subito le cose in chiaro.
Sono morto. E da un bel pezzo anche.
Ne parlo così, con leggerezza, appunto perché la cosa non mi pesa. Non ricordo nemmeno con esattezza quando e come successe. Diciamo che l’ultima immagine da vivo riguarda l’ufficio dell’azienda dove lavoravo. Sì, sono d’accordo, non è un’ultima fotografia molto romantica, soprattutto se si considera che è stata l’ultima della mia vita terrena.
D’altronde non lo decisi certo io quando passare a miglior vita. Fortunatamente mi resi conto fin da subito di poter contare su molti altri bei ricordi. E tutti meravigliosamente nitidi e precisi. Hai presente quando ti dicono che ti passa tutta la vita davanti? Diciamo che ti torna in mente tutto, ma proprio tutto, anche quello che non ricordavi di aver vissuto.
Insomma, mi ritrovai morto, e credimi, non è stato come mi aspettavo.
Innanzitutto mi son sentito bene. Mai stato meglio direi. Niente più mal di schiena, dolori alle ginocchia, sai tutti quegli acciacchi dell’età. E poi tutte quelle storie sul buio, le fiamme dell’inferno, l’oblio, il nulla eterno. Niente di tutto questo.
Mi ritrovai in un edificio in tutto simile a quelle grandi stazioni ferroviarie anni cinquanta che si vedono nei film di Hollywood. Chiaramente, non da solo. Puoi immaginarlo, c’era un botto di gente.
Arrivavano da tutte le parti. Di tutte le etnie, razze e religioni. Una forza. Tipo, gente che prima si ammazzava a vicenda anche solo per un’occhiata storta o per il dialetto diverso, ora tutti col sorriso sulle labbra e tutti a parlare la stessa lingua. E tieniti forte, gli alieni esistono. Sapessi quanto sono… particolari. Ce n’è di ogni forma e dimensione. Dev’essere proprio vero che siamo tutti creature dello stesso dio, anche se a dir la verità qui non si è mai parlato di lui, sì insomma, del principale, del capo.
Ma sto divagando. Come ti stavo dicendo, appena arrivato la prima sensazione è di tranquillità, di pace, non so se mi spiego. Io per esempio non avevo più preoccupazioni. Ed ero uno che si angosciava parecchio in vita. Non sai il sollievo nel sentirsi così leggero, oserei dire felice. Oh, se essere morti vuol dire questo, non potevano dircelo prima?
Ad ogni modo, proprio come in una stazione vera mi misi diligentemente in fila come tutti agli sportelli con relativi impiegati, proprio come si faceva una volta, quando i biglietti si compravano davvero e non con il cellulare.
Quando fu il mio turno mi stavo intrattenendo ormai da parecchi minuti in una discussione geografica con un tizio gelatinoso che continuava a cambiare forma in base al tono della conversazione. Non riusciva a credere che non conoscessi il suo mondo d’origine. Vagli a spiegare che non ero neanche stato in Francia, figurati in un’altra galassia.
“Ben arrivato.” Mi disse l’impiegata, giovane e con l’aspetto di nativa americana, di una gentilezza squisita e un sorriso contagioso.
“Grazie.” Mi venne la curiosità di chiederle da quanto tempo fosse arrivata, ma mi anticipò.
“Le faccio giusto qualche domanda per vedere di trovarle una sistemazione.”
Pensai fosse una frase ripetuta almeno un milione di volte, quasi una cantilena recitata mentre digitava sulla tastiera.
“Benissimo.”  Risposi.
“Di cosa si occupava in vita?” Chiese smettendo di digitare e guardandomi con quel suo sguardo profondissimo. Mi resi conto che era realmente interessata, incredibile.
“Logistica. Ma non mi piaceva affatto come lavoro.” Non l’avrei mai detto da vivo. Non mi ero mai reso conto di odiare quel posto. Anche se naturalmente non ero più in grado di provare odio, ricordavo solo di averlo fatto.
“Ma certo, sa che quasi nessuno è contento di quello che faceva?” Sorrise ancora di più e si rimise a ticchettare.
“Non stento a crederlo, signorina.” Mi persi a guardare a destra e sinistra le innumerevoli file ad altrettanti sportelli. Ebbi la netta sensazione che moltissimi stessero provando ciò che provavo io. Perfino tutte quelle creature strane provenienti da chissà quali mondi.
“Allora,” continuò l’impiegata, “direi di non prendere in considerazione un impiego amministrativo, giusto?”
Annuii, sempre rilassato come un bradipo attaccato al suo albero, anche se realizzai in quel momento che mi stavano cercando un lavoro. Avrei voluto provare almeno un filo di delusione, invece ero contento.
“Mi parli di lei, qual era il suo desiderio più grande, da vivo?”
A quel punto sì che fui veramente felice. Sorrisi prima di rispondere.

Adesso faccio il mestiere più bello del mondo.
Anzi, di tutti i mondi.
Mi spiace solo non potertelo raccontare. Non direttamente almeno.
In fin dei conti io sono morto e tu invece sei ancora viva.
E’ stata veramente una fortuna ritrovarti. Ero in pausa e passeggiavo per i corridoi, così, senza una meta precisa, tanto per fare due chiacchiere con qualche collega e prendere un caffè, quando mi è caduto l’occhio su un terminale e ti ho visto. Quasi non volevo crederci. Sai quanti miliardi di esseri viventi ci sono nell’Universo?
Ti ho riconosciuto subito, anche se era passato un po’ di tempo. Dormivi, naturalmente, è l’unico momento in cui vi possiamo vedere.
Il difficile è stato convincere il collega che ti seguiva a cederti a me. Un marcantonio di siberiano con un senso dell’umorismo tutto suo e fin troppo ligio alle regole. Alla fine l’ho avuta vinta, ma mi è toccato cedergli mezza porzione di dolce per i prossimi mille anni. E guarda che non sono mica pochi mille anni, in fondo qui il tempo scorre allo stesso modo che lì e i dolci sono divini.
Ma ne è valsa la pena.
Non ti ho ancora detto che lavoro faccio adesso.
Scrivo storie.
Sì, esatto. Il lavoro più bello.
E la cosa meravigliosa è che le mie storie diventano i vostri sogni.
E le mie storie più belle sono tutte per te, figlia mia.
Sogni d’oro.

Il voto

Venne il giorno in cui Mario fu sufficientemente maturo per votare.
Essendo Mario preciso e scrupoloso di natura decise che non avrebbe potuto affrontare una tale responsabilità a cuor leggero. Non si era mai interessato di politica fino a quel momento per cui decise di colmare questa lacuna. Consultò svariati siti web la cui unica funzione era quella di consigliare al meglio il futuro elettore su come valorizzare il gesto nella cabina elettorale.
Lesse e rilesse le varie indicazioni e le numerose istruzioni, alcune delle quali contrastanti tra loro.
Per fortuna, grazie alla sua mente analitica riuscì a estrapolare le informazioni necessarie e ne fu in buona sostanza soddisfatto.
Risolto il problema di come fare, rimase il dilemma sulla scelta del partito, del movimento o dello schieramento da scegliere. Iniziò ad informarsi, sempre sul web, visitando le pagine di ogni gruppo candidato, leggendo i vari programmi, guardando le interviste video, scorrendo articoli di blogger e di numerosi opinionisti, sia nazionali che stranieri.
E ad ogni programma letto e analizzato si trovava d’accordo.
In ogni intervista seguita riscontrava verità assolute e condivisibili.
Ad ogni analisi approfondita giungeva alla convinzione di essere pienamente in linea con l’opinionista.
Essendo ancora nel pieno della campagna elettorale, Mario iniziò un tour dei comizi di tutti i candidati. Fu un impegno faticoso e stressante, ma Mario lo affrontò con caparbietà e con la convinzione che dopo aver avuto l’occasione di sentir parlare dal vivo quelle persone, avrebbe avuto tutte le carte in regola per fare la scelta migliore.
Al termine del primo comizio fu fermamente convinto che votare per quel partito sarebbe stata la cosa giusta, salvo poi cambiare idea al secondo, nel quale le idee dello schieramento in questione sembravano eccezionali, per non parlare della fede assoluta che si fece strada in lui dopo aver applaudito alle idee del movimento protagonista del successivo incontro.
A conti fatti Mario pensò che tutti avessero ragione e in qualche modo allo stesso tempo tutti avessero torto. O forse si convinse che il torto e la ragione stessero in egual misura in ogni parte.
Si prese del tempo per pensare e, come molti altri elettori con cui ebbe modo di interloquire, giunse alla conclusione che avrebbe espresso la sua preferenza sul momento, di fronte alla scheda elettorale.
E il giorno arrivò.
Mario si presentò al seggio pieno di buone intenzioni e con la mente assolutamente sgombra da pregiudizi. Ritirò la scheda e la matita copiativa, che tra l’altro suscitò in lui un interesse particolare, visto che non ne aveva mai vista una fino ad allora, e si recò nella cabina onorato e commosso di poter dare il proprio contributo alla politica del suo Paese. Aprì la scheda e la spianò delicatamente con la mano.
Poi rimase lì.
Immobile.
Ed è ancora adesso visibile nel Museo della Scienza e della Tecnica della nostra città.
Mario, il primo modello di robot umanoide dotato di cervello positronico a cui fu concesso il diritto di voto. Incapace di decidere quale fosse la scelta giusta, le sinapsi digitali di Mario entrarono in un loop elaborativo e da allora non sono ancora giunte a una soluzione.
Per fortuna i modelli attuali di robot positronici sono dotati di un software che li rende molto più elastici e capaci di riconoscere menzogne e inganni.
Votano che è un piacere.

Scendere in campo

“Innanzitutto voglio ringraziarla per avermi dato la possibilità di partecipare a questo libero scambio di idee ed opinioni. Naturalmente è risaputa la mia storica propensione per la libertà di opinione, di stampa, di manifestazione personale. Sarà senz’altro d’accordo con me nel voler ribadire ad ogni costo e ad ogni prezzo che la libertà personale è oltremodo la ricchezza più importante nella nostra esistenza. Per questo, per continuare nella ferma tradizione appartenente al mio albero genealogico fin da tempi non sospetti, ho deciso di porre tutto me stesso in questo nuovo percorso, sì politico ma anche personale, sì sociale ma anche privato, sì ricco di soddisfazioni quanto di insidie e pericoli. Scendere in campo in questo particolare momento di congiunture economico sociali  che tendono allo disfacimento dello stesso tessuto sociale a cui siamo così radicati e che minano il concetto stesso di benessere, welfare, gioiosa anzianità e spensierata giovinezza, che increspano il già sottile tessuto che lega a doppio e triplo filo i rapporti interpersonali tra popolazioni di diversa etnia, provenienza, cultura e religione, scendere in campo, dicevo, non è assolutamente un sacrificio e una sofferenza, un dovere e un obbligo, anzi non di meno si tratta di un piacere, un afflato mistico che affronto con cuore leggero e non di meno colmo di felicità. Sono pronto ad affrontare un percorso di rinascita e comunione che porterà noi tutti, elettori ed eletti, rappresentanti e rappresentati, ad un nuovo livello di governabilità e vivibilità della nostra ormai troppo vituperata società, pronti a superare difficoltà, diversità, differenze, disprezzi, dissapori, disuguaglianze e finanche difficoltà, che si sa son ridondanti. Spazzeremo il vecchio per fare posto al nuovo, disgregheremo i pesanti e polverosi muri della politica antica e involuta per fare posto alle lastre di cristallo della politica futura ed evoluta. Con il vostro voto potremo abbattere per ricostruire, cancellare per riscrivere, svegliarci per sognare e, se a qualcuno viene in mente altro me lo dica che l’assumo come  ghost writer. Voi sarete le mie idee, voi sarete il mio sostegno, voi sarete la mia forza, voi sarete il mio biglietto d’ingresso per quel circolo privato che fino ad ora è stato privilegio di pochi, ma al quale proprio grazie a voi potrò accedere per porre fine alle ingiustizie, ai soprusi, all’illegalità, al qualunquismo e al fanatismo, sia esso politico, religioso, sportivo o culinario. Per concludere, perché non sono certo una persona che si perde in inutili e vuoti gineprai linguistici, vi esorto a confidare nella solida speranza che un voto alla mia persona è un voto concreto per il cambiamento, per  la trasformazione, per l’evoluzione, per l’innovazione, per la metamorfosi e non ultimo il trionfo della verità e della giustizia. Grazie, di cuore, di anima, grazie.”

“Quindi… se non ho capito male… piccolo Tonino…  ti candidi come rappresentante di classe?”

Seven Sisters, brevissima e personalissima recensione.

“Ehiii raga, ciaone a tutti, eccoci di nuovo qui per parlare di un film fan-ta-sti-co!!!”
“Ehi raga?!”
“Nooo, stavo facendo un video.”
“Oh scusa. Un video per cosa?”
“Youtube.”
“E da quando fai video per youtube?”
“Da oggi. Hai di fronte a te il più famoso futuro youtuber.”
“Auguri allora.”
“Non si dice auguri!”
“In culo alla balena.”
“…”
“E, di che parli?”
“Di tutto. Oggi faccio una recensione. Seven Sisters.”
“Ah, bello.”
“Sì bellissimo, quindi posso?”
“Prego.”
“Bon. l’intro lo faccio dopo. Dicevamo. Voglio parlarvi di un film molto particolare, Seven Sisters, ambientato in un futuro distopico…”
“Ma insomma…”
“Uff, stavo registrando.”
“Ok, ma non è un futuro tanto distopico. Prendi le immagini iniziali. Sono reali.”
“Eh?”
“Sono immagini reali. Del mondo odierno. Sono catastrofiche vero, ma odierne, purtroppo.”
“Ah, ok, si però la storia del figlio unico…”
“Sì, hanno adottato questa legge in Cina qualche tempo fa. Potevi fare solo un figlio. Ora l’han tolta perchè si sono accorti che sennò tra qualche anno non avrebbero avuto più nuovi consumatori.”
“Va bene, però tutta la solfa della manipolazione genetica delle piante che porta alla… che c’è? Non dirmi che è reale anche questa?”
“Assolutamente sì.”
“Oh madonna, hai finito di distruggermi ‘sto film?”
“No, ma che dici. Il film è bellissimo, pieno di azione, colpi di scena, adrenalinico, girato benissimo. Poi la tipa è fortissima, la Noomi.”
“Ma?”
“Ma cosa?”
“Dai, lo so che stai per dirmi qualcosa che non ti è piaciuto.”
“No, no, mi è piaciuto tantissimo, davvero, è solo che, ecco, nella realtà la storia sarebbe finita dopo dieci minuti.”
“Che intendi?”
“Che come molti film di questo tipo, succede che, insomma, mentre lo guardi sei preso dalle immagini, dalla trama, entri in empatia con i personaggi, no?”
“Sì…”
“Ecco, però se esamini la storia con gli occhi dello scrittore e non dello spettatore, ti rendi conto che, nel mondo reale sarebbe bastato fare una cosa in modo diverso per non far scatenare tutta la serie di eventi che alla fine costituisce la pellicola.”
“Ma in questo caso non ci sarebbe stato il film.”
“Esatto! Quante volte ti è capitato di guardare una scena e pensare: ma va che idiota quello, bastava fare così invece che cosà e tutto andava bene, oppure bastava rispondere sì invece che no, e via dicendo…”
“Vabbè ma, scusa, non ti puoi semplicemente godere il film come fanno tutti?”
“E lo so, è un problema mio… vai pure avanti con la tua carriera di youtuber, dai.”
“Mi sa che vado a farmi un panino. Poi mi spieghi qual è quella cosa che dovevano fare in un altro modo.”
“Ok, scusa se ti ho interrotto. Guarda che comunque mi è piaciuto, eh? Davvero. E tanto anche. L’ho visto pure due volte. Come te lo fai il panino?”

Perdono

Ti perdono.
Anche se non dovrei farlo, perché non te lo meriti. Ma ti perdono.
Non ho lacrime da piangere e non voglio farlo. Preferisco pensare a tutto il bello che c’è stato tra noi. A tutto il tempo che è passato dal nostro primo incontro, che fatico a realizzare. Molto, molto tempo.
Ti ricordo bene, quel giorno. Ti notai subito perché non eri come gli altri, in quel locale intriso dall’odore del passaggio di mille uomini, il tuo fresco profumo mi inebriava. Fosti l’unico a guardarmi. Guardarmi veramente intendo, negli occhi. Mentre mani sudate e distratte mi facevano passare come per gioco da un predatore all’altro, tu restavi in disparte e il tuo sguardo quasi si vergognava di incrociare il mio. Cosa facevi in quel girone infernale, tu che sembravi un angelo?
Come un angelo riuscisti a salvarmi.
Mi hai portata via, sapevi che non sarei durata per molto, un giocattolo fragile in mano a bambini maneschi. Non so come hai trovato il coraggio di farlo, ma ogni giorno ringrazio il cielo per questo. Presi coscienza della mia nuova condizione solo quando mi trovai qui, in casa tua, lontana dalle brutture del mondo. Hai avuto per me la considerazione e le attenzioni che non credevo potessero esistere. Sei stato gentile e amorevole. Inutile dire che ti ho amato da subito. Che ci siamo amati. Anche se tu qualche volta tendi a dimenticartene.
Lo so, sai?
L’ho sempre saputo.
Certe cose noi donne le fiutiamo ancora prima che accadano. Dicono che il tradimento sia insito nella natura dell’uomo. L’ho sentito in tv. O forse alla radio, non ha importanza. Ma almeno fino ad ora lo avevi sempre consumato lontano. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Altra stronzata sentita in qualche programma.
Che poi, ad ascoltare certe storie, quasi mi ritenevo fortunata. Per lo meno sei sempre stato rispettoso, non hai mai alzato neanche la voce con me, figuriamoci le mani. Per cui mi ripetevo che andava bene così. Sfarfallavi in giro, ma poi tornavi sempre a casa.
E chi hai trovato in tutti questi anni ad aspettarti? Io, certo. Ti ho aspettato, amato, protetto, ascoltato, rincuorato e curato.
E allora, perché oggi è stato diverso?
Ti ho visto parcheggiare, dalla finestra. Ti aspettavo come ogni giorno. Hai fatto tardi, ho capito e ancora una volta ero disposta a lasciar correre. Ma poi dall’auto è uscita anche lei. Ti giuro, è stato uno shock. E dev’esserlo stato anche per te, quando hai alzato lo sguardo.
Ho visto la tua faccia sai, quando hai guardato su e mi hai visto alla finestra. Sembrava non ti ricordassi che ero qui. Non ci volevo credere, quando nonostante tutto hai accompagnato quella maledetta con le tette rifatte fino al portone.
Sei piombato in casa come una furia e, incurante delle mie proteste, mi hai trascinato via.
Non ho lacrime da piangere ora, mentre vi sento ridere e parlare, nell’altra stanza.
E non riesco nemmeno a essere arrabbiata. Tanto lo so come finirà. Come le altre volte.
Lei ti lascerà, ti spezzerà il cuore.
E tu tornerai da me.
Mi libererai da questa prigione di cartone e, piangendo, dai tuoi polmoni mi regalerai di nuovo forma e sostanza.
E io, che ti ho già perdonato, ti amerò ancora.

Immagine:
Alla  finestra, Federico Zandomeneghi (particolare)

Brevissima personalissima recensione di Blade Runner 2049

Lui Oh, cavolo…
Lei Ronf.
Lui Hei.
Lei Mmm…
Lui Oh, sveglia!
Lei Che c’è? Oddio è finito?
Lui Eh sì, finito sì.
Lei Oh cavolino, mi sono appisolata.
Lui No no tesoro, ronfavi proprio.
Lei E vabbè ero un po’ stanca. Com’è finito?
Lui Mah… ecco…
Lei Hai dormito anche tu?!
Lui Magari ho chiuso gli occhi qua e la.
Lei E allora dimmi qualcosa. Me l’hai menata tu con ‘sto film che volevi vederlo. Io te l’avevo detto che era una palla come il primo.
Lui Oh, non dire che Blade Runner è una palla. Puoi dire tutto tranne che è una palla!
Lei Non lo dico. Però è così.
Lui Per te.
Lei Per me. Quindi?
Lui Quindi cosa?
Lei Questo com’è? Bello?
Lui
Lei Allora?
Lui Ok ho dormito, va bene? Forse era un filo lento… lo devo rivedere.
Lei ‘ndiamo a letto va’…